Giungla, ciabatte e mariscal

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“What the f… are you doing!? fu… idiooot!!?” tuona inviperita Rachel reagendo così al violento e improvviso getto d’acqua che le arriva in faccia. La lunga e sottile lancha sta scorrendo veloce sul fiume, l’amico amazzonico Jaime è al timone e a bordo siamo in 6 passeggeri più o meno comodamente seduti in fila per due ad ammirare il verde paesaggio intorno, almeno fino a quando Matthias, il biondo omone da Berlino, folgorato da geniale illuminazione non decide che è finalmente giunta l’ora di dare una bella lavata alla sua ciabatta tenendola fuoribordo in velocità – e bagnando a raffica tutti i malcapitati passeggeri.

Si guarda attorno attonito lui, senza capire bene contro chi siano rivolte le invettive della ragazza… il suo sguardo cade inconsapevole e indifeso prima sul ciabattone che ha ancora in mano a pelo d’acqua, poi si rivolge alla vittima che cerca di difendersi dal getto che continua ad arrivarle in viso, infine si guarda intorno e scopre che tutti fra imbarazzo e risate a stento trattenute hanno gli occhi puntati su di lui. Con un po’ di fatica insomma realizza che forse è il caso di togliere la sua calzatura dal fiume. Accanto a lui il suo amichetto, da noi soprannominato Mr. Bean per le sue espressioni facciali, ha l’aria divertita: è un misterioso personaggio, il cui nome nessuno ha capito anche perché non spiccicherà una parola per tutti i 4 giorni della nostra escursione nella vera giungla. E nemmeno in questo tempo cambierà mai la camicia, che da verde acqua sfumerà nei toni caldi di un marron-grigio-fumé frammisto a essenze di sudore e inquietanti sorrisini da serial killer.

Eccoli alle prese con la vegetazione amazzonica.

Simpatiche gag come queste rendono frizzanti le nostre giornatine amazzoniche. Arrivare al Nicky’s Lodge, nel cuore della Reserva Cuyabeno, è già un’avventura: 7 ore di bus da Quito, poi kilometri in furgone, su asfalto e su sterrato, e ci vogliono ancora 3 ore in lancia lungo il fiume, avvolti nei poncho impermeabili che ci proteggono dalla pioggia battente a tratti. Jaime, il barcaiolo per così dire, è nato e cresciuto qui, e conosce a menadito queste enormi vie d’acqua marroni e impetuose, solcate da altre sparute lance e da qualche chiatta che trasporta camion e ruspe (e già che di risorse naturali e minerali da estrarre qui è ricchissimo).

all’imbarcadero sull’Aguarico

Attraversiamo un punto in cui le correnti si incrociano, dietro un’ultima ansa il volto del fiume si rasserena, le acque si chetano e i cavalli al galoppo sotto di noi si distendono per riposare – ora la chiglia della barca taglia una superficie placida e scura su cui si riflette perfettamente la vegetazione e le sagome degli alberi sembrano sciogliersi nell’acqua. Restiamo immobili in riverente contemplazione per non intrometterci in questo equilibrio perfetto tra colori profumi sensazioni suoni e profondi silenzi. Chissà come fa Jaime ad orientarsi nello scenario che pare sempre uguale, evidentemente natura e uomo condividono qui dei segreti impenetrabili per i nuovi venuti, infatti ad un certo punto la lancia si infila in un anfratto angusto e alla nostra sinistra, finalmente, prende forma il piccolo molo del lodge.

casa, reloaded

Lo staff ci accoglie calorosamente e ci scorta verso la nostra capanna di legno e paglia. Non ci sono porte o finestre, il letto è di bambù ed è coperto da una zanzariera di protezione e poi c’è il bagno quasi a cielo aperto, con la doccia che prende acqua direttamente dal fiume. Ci vengono subito fatte le opportune raccomandazioni: usare sempre le torce quando ci si alza di notte, per non rischiare di pestare eventuali serpenti o ragni, scuotere scarpe, stivali e vestiti prima di indossarli, cose così: qui la vita è pervasiva davvero, con innumerevoli forme varie oltre l’immaginabile, alcune delle quali possono rappresentare un pericolo.

E infatti in questo luogo di pace, verde e umidità, dove l’uomo a fatica mantiene qualche avamposto libero dagli assalti di vegetazione e animali, l’unica cosa da fare è andare in giro a scoprire la natura intorno. Al mattino presto il piccolo villaggio è destato dall’urlo tonante di Tarzan-Romulo, che si assicura che gli ospiti siano ben pronti a ricevere le istruzioni per la giornata… doccia, colazione e poi via, a piedi o in lancia, all’esplorazione della giungla finalmente!

Su questa strana e precaria torre di avvistamento costruita sopr… ehm, INTORNO a un albero qualcuno non troverà il coraggio di salire.

Quella collezione di cappellini allineati su un tronco che affiora nella laguna è in realtà una famigliola di tartarughe; intorno alla barchetta ci sono i delfini rosa, che saltellano incuriositi; con delle canne rudimentali e dei pezzettini di carne ci mettiamo a pescare i piraña; avvistiamo sulle cime degli alberi le scimmie-scoiattolo che sgattaiolano veloci, colonie di pappagalli, pipistrelli pescatori, caimani e anaconde e altri serpenti… e ci immergiamo nei suoni della selva. Un nido di “vespe marcianti”, che quando minacciate si mettono a battere le ali all’unisono facendo il surreale suono di un esercito al passo, ci riempie di stupore ma è solo una delle tantissime manifestazioni della magica perfezione della natura e delle sue creature.

     

Quando arriva il crepuscolo e cade il sipario, si spengono i colori lasciando intravedere contro il cielo solo le sagome della vegetazione superba annegata nei versi di grilli e rane. E poi lui, Romulo-Tarzan, l’uomo che sussurrava ai caimani e agli avvoltoi e al madreluna dal canto triste e alle scimmie e all’heron-tiger e al cow-bird che gli rispondono pure, mentre Jaime-Caronte traghetta le nostre anime sospese fra il buio e la silhouette degli alberi e il silenzio inquieto e il nulla sullo Stige-Cuyabeno illuminato dalle lucciole, da una luna muta e sotto un sentiero di stelle. Vere magie amazzoniche.

Noè ci fa un baffo, a lui.

Il nostro Matthias invece è preso dalla contemplazione di altri strepitosi fenomeni. Lo vediamo che avvicina la testa ai suoi piedi e fa una faccia strana (cattivi odori?), poi guarda l’amico che gli lancia un’occhiata significativa ed eccolo che ci riprova: mentre tutti sono distratti dal paesaggio, la punta della ciabatta (dev’essere quell’altra) sta per toccare la superficie dell’acqua, guarda caso mentre Jaime sta per fare una bella virata in velocità. Per fortuna stavolta il “nooo, don’t do it!!!” corale dei passeggeri è tempestivo.

In realtà, non c’è ciabatta che possa turbare questa serenità.

Il giovanotto comunque si consola facilmente: ha preso in simpatia G. e, per nulla turbato quando sbarchiamo al campo, si concede ora un po’ di socialità inondandolo di incongrue e indesiderate informazioni e domande a sfondo monotematico: la sua esperienza da backpacker travolto da movida, feste e droghe nel quartiere Mariscal a Quito e nella Zona Rosa a Bogotá. Deve star pensando di dover recuperare tutte le parole trattenute da lui e dal suo amico nelle scorse or… PAM! toh, un lucertolone gigante è appena piombato dal tetto sul tavolo. Normale routine.

Il giorno seguente ci attende un’intensa sessione dedicata alla preparazione del pan de yuca a casa di Jaime: dal campo allo stomaco, per davvero. I tuberi di tapioca bisogna prima raccoglierli dall’orticello col machete (be’ “orto” è una parola grossa, qui basta lasciar cadere distrattamente un seme per ritrovarsi la pianta poco dopo), lavarli, sbucciarli e grattugiarli a mano su un pezzo di lamiera bucherellato con i chiodi, e poi strizzare il più possibile l’umida polpa ottenuta con una specie di telo fatto con bande intrecciate di corteccia. Con la farina risultante possiamo finalmente creare delle specie di piade che cuociamo su un padellone piatto sul fuocherello della cucina (dove per “cucina” si intende lo stanzone rialzato dal suolo adibito a preparare cibo, lavarsi e soggiornare): ed ecco il pane del nostro pranzo di oggi, consumato in mezzo a mucche, cani, galline e pappagalli nella precaria casetta di assi di legno insieme alla famigliola che vive qui coltivando cacao e ananas.

La padrona di casa ha mani e piedi esperti per preparare i manicaretti della giungla!

Poco più avanti lungo il fiume c’è anche un piccolo villaggio che visitiamo, tra acquazzoni improvvisi e violenti solleoni, in mezzo agli sciami di bimbi allegri e socievoli che escono da scuola e tornano alla comunità e alle capanne di famiglia: sono appena sbarcati dallo scuolabus, e “sbarcati” in questo caso è la parola giusta…

scuola di villaggio

Quando torniamo al nostro campamento, mentre prestiamo l’orecchio alle vicine scimmie urlatrici, possiamo fare una nuotata nella laguna (sicuro che i piraña girano al largo da questo angolo, sì?…) o giocare con le anguille elettriche – chissà se possiamo approfittarne per ricaricare il cellulare eheh! mentre il nostro buontempone teutonico, ansioso di portare a casa immagini di questa suggestiva vacanza, costringe una minuscola tartaruga a farsi un autoscatto insieme a lui torcendole coercitivamente la testa (e invogliandola con un ghigno malefico: “pictuuure!”). Poco più in là, Romulo intrattiene i gitanti con i normali racconti di vita vissuta da queste parti (è il suo personale libro della giungla): l’enorme tarantola nera e pelosa calata dal tetto proprio al centro del tavolo durante la cena, il giaguaro ucciso a colpi di machete da un bambino in battuta di caccia, la vipera trovata fra le lenzuola, il boa constrictor rimasto a curiosare in cucina per due settimane (probabilmente il gemello di quell’altro bellissimo e giallo che abbiamo trovato nell’erba vicino alla nostra capanna ieri, e con cui lui giocherellava accarezzandolo), le eterne gare ad avvistare l’anaconda più grande… e così le notti di S., nonostante la pace infinita meravigliosamente piena di suoni e rumori, passano un po’ inquiete, meno male che abbiamo la rete a proteggerci sul letto.

Eccolo che gioca con un voracissimo e amichevolissimo pesce piraña. Che uno potrebbe trovarlo pure amabile, se non fosse che… grugnisce (il pesce, non Romulo: lui sa fare i versi di qualunque animale ma dei pesci no, pare).

Ma la giungla, quella vera si risveglia nel cuore della notte e allora noi, armati di tutto punto con poncho, stivaloni e torce frontali, prima di nanna andiamo a darle un saluto. Camminiamo nel fango in fila indiana e in religiosa contemplazione (nonché un po’ intimoriti) seguendo nel buio le orme di Romulo che ci indica gli animaletti che possiamo scorgere nel fitto sottobosco: grilli dai colori e forme surreali, minuscole e bellissime rane, farfalle, vipere sulle enormi e aggrovigliate radici di secolari matapalos, tarantole e ragni giganti e spaventosi che il nostro Tarzan maneggia con una disinvoltura mica da ridere. Il silenzio è d’obbligo, ma evidentemente non per tutti: dietro di noi il gigantesco Matthias sussulta terrorizzato da un innocuo grilletto che gli cade addosso (“fuckin’ crickeeet!”), impreca e lancia urla cavernose alla Frankenstein e si agita nervosamente. Forse ce l’ha con gli stivali troppo piccoli che inevitabilmente gli si riempiono di fango, mentre le risatine sommesse e inquietanti del suo amichetto perfezionano l’effetto film-dell-orrore del tutto…

   

Quando invece simili passeggiate nella giungla hanno luogo alla luce del giorno, c’è da divertirsi a seguire le orme fresche del wild pig o del giaguaro, mentre la nostra eccezionale guida Romulo mangia formiche, fa tatuaggi naturali usando i fiori, e raccoglie jungle garlic per noi. Però si sta bene anche solo ad ascoltare la giungla dall’amaca sotto il tetto di paglia al ritmico tintinnio e scroscio d’acqua dell’onnipresente pioggia. Fuori gli alberi distratti afferrano le nuvole e lassù, sulla cima più alta se la dorme il bradipo… poi resta solo l’odore di terra sospeso nell’aria di un pomeriggio amazzonico spazzato dalla pioggia. La malinconia della giungla primordiale assorbe i sensi e li fonde in un’atmosfera crepuscolare. Il canto triste degli uccelli accarezza l’animo e un po’ inquieta. Cullati dall’insolito proviamo a raccogliere i ricordi di questi momenti nel nostro diario, prima che vada tutto perduto nei cassetti impolverati della memoria, ma è sempre difficile tradurre in pagina scritta emozioni, sensazioni e magie vissute… un po’ come quando uno cerca di raccontare un sogno…

 

Ehi ma basta fare finta di dormire! Meglio far finta di essere svegli, ché è arrivata l’ora di cena: sono già accese le candele in ogni ambiente del Nicky’s e in tavola sfumazza già una rica sopa de quinoa. Per noi è l’ultima serata nella giungla, domani Jaime ci traghetterà per 3 ore giù lungo il fiume in prevista piena per tornare a Lago Agrio… noi e i nostri zainetti e cuori un po’ più pieni di indimenticabili ricordi d’Amazzonia. 

Altre foto: al nostro flickr!

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Dalle sponde peruviane al cuore ecuadoregno

panorama di Màncora dal Kon Tiki

Màncora

Sbarcati a Màncora nel caldo torrido del mattino inoltrato con un sacco di voglia di qualche giorno di mare, ci lasciamo accogliere dal mototaxi di Jorge che ci scorrazza e ci sollazza fino in cima all’altura che domina questa piccola striscia di costruzioni lungo la costa settentrionale del Perù.

Jorge ci porta…

Eccolo qui proprio sul cocuzzolo il Kon Tiki, la posada che sarà nostra dimora, ed è deliziosa (il proprietario, manco a dirlo, è svizzero).

eccola lassù la nostra casetta!

La stanzetta tutta nostra, con bellissimi mobili in bambù e muri di pietra, è ampia, spoglia e caldissima, dài scendiamo subito al mare!

bella la mobilia in bambù

Uh già, è oceano questo… be’ allora il modo giusto di goderselo sono le lunghe passeggiate in spiaggia, ma non ci spingiamo troppo in là forse suggestionati dai vigilantes che ci esortano a non allontanarci troppo per evitare rischi – è bassa stagione e non c’è grande affollamento.

anzi, diciamo che è quasi deserto…

Di persone, si intende, perché di pellicani invece è pieno: pellicani fermi a contemplare il mare con il becco rivolto all’orizzonte, pellicani con lo sguardo spento che si trascinano goffi sulla battigia, pellicani moribondi, e cadaveri di pellicani…

malinconia pellicanica

Nell’attesa di capire il mistero di questa malinconia pellicanica, noi siamo ben felici di zigzagare tra le capanne, i chioschi e la vegetazione lussureggiante di Màncora, e di scoprire che la buona cultura culinaria peruviana non si smentisce affatto nemmeno qui sulla costa.

suzi’n’giro @ pacific ocean!

Proviamo una fritturina mista (la chiamano chicharròn e la fanno di qualunque tipo di carne, pesce, molluschi o… di frutta): è buonissima! E in questo localino sulla Panamericana, dove una ragazza sorridente ci serve un granizado di maracuyà e mango, tutte quelle che abbiamo provato sin’ora vengono declassate in un istante a insapori e banali “granite”. Ci divertiremo un bel po’, in questi giorni, a scoprire qual è l’abbinamento di frutta migliore.

bellezze e bontà peruviane

Per cena scegliamo il Chan Chan, un bellissimo edificio fatto di mattoni di adobe rifinito e tondeggiante – ma non lo ricorderemo tanto per la cucina quanto per la piacevole brezza all’interno, per la musica carina e per l’enorme voliera con gli straordinari pappagalli. Terminiamo con uno strepitoso succo di lùcuma e mango e un pezzo di tarta de chocolate all’ottimo Angela’s Place prima di tornare arrampicandoci sulla collina al gazebo del Kon Tiki, che è un ottimo posto per descansar e godersi il panorama.

ecco l’amico Chris nel suo ufficio (invidia)

C’è anche Chris, che viene dall’Oregon, e passa gran parte dei suoi giorni qui all’ombra e al venticello che arriva dall’oceano lavorando al suo pc: ci racconta che l’impresa californiana per cui lavora (settore impianti solari) gli ha consentito un lungo periodo di telelavoro e così… è proprio il caso di inviare un cv anche noi, hai visto mai.

quali porte ci si schiuderanno?

Infatti questo è per noi periodo di riflessioni sul futuro e sulla nostra condizione. Fermarsi?… a Màncora?… mah, per un po’, perché no, qui sotto la superficie fiorita colorata e piacevole c’è tanto da lavorare, moltissimo da migliorare, però è come con i mix di frutta, non sappiamo deciderci e la rotta ci chiama: “Orillas del Mar” è il nome della compagnia del bus, 8 ore il tempo di viaggio, Cuenca la destinazione, in Ecuador.

…casa.

Il trasferimento è un po’ improvvisato, l’affabilità e la precisione nella comunicazione non sono le doti principali da queste parti anche se, non si sa come, tutto sommato il sistema funziona. Ci spadellano ben bene da una parte all’altra attraverso la frontiera senza che autisti, cobradores e funzionari ci diano modo di capire granché a bordo dei torpedoni con ambizioni da Formula 1. Attraversiamo la savana e le foreste secche dell’estrema costa settentrionale peruviana che lascia spazio alla sierra ecuadoregna, verde e montagnosa come le Alpi in primavera.

sì, viaggiare

Alla fine eccoci sani e salvi a Cuenca, sono le 7 di sera e siamo partiti alle 10 di mattina, ah no quello era solo l’orario previsto. Un déjà vu, Cuenca ci ricorda la Sucre boliviana: sembra una città facile, pulita e piacevole, la approcciamo in compagnia di Philippe, viaggiatore dal Belgio.

per le vie di Cuenca

Fatti due passi per trovare un alloggio scegliamo “La Cigale”, poi ci dedichiamo ai piaceri della tavola al “Guajibamba” lieti di scoprire che anche di qua dal confine la cucina mantiene il livello a cui avevamo preso gusto: fritada di maiale, mote pillo, llapingachos (delle frittelle di patate e formaggio) con avocado e platano fritto, un seco de chivo e un fantastico canelazo (un cocktail caldo e rosa a base di succo di canna fermentato)… il viaggio ci aveva messo fame!

ari-gnam

Dedicheremo solo una giornata a Cuenca esplorando le piazze, le chiese, le vie del centro lastricate e pulite con gli eleganti edifici coloniali. E’ un posto vivibile, interessante di cultura e relativamente ricco; arriviamo fino al mercatino dei fiori e al museo Pumapungo (dove visitiamo i costumi tradizionali e un mucchio di cabezas reducidas o tsantsas nella lingua locale degli Shuar) ma poi nemmeno all’ufficio di informazioni riusciamo a trovare indicazioni convincenti sulle spiagge migliori da visitare in questa fascia dell’Ecuador. E così per dove fare il nuovo biglietto lo decidiamo solo quando, zaini in spalla, siamo già alla terminal: saltiamo tutto, anche a Puerto Lopez o Montañita sarebbero ormai troppo poche le probabilità di avvistare le balene, per cui nulla… puntiamo dritti verso Quito.

adios Cuenca!

Il bus della Santa come al solito ci dilania fra curve e tornanti, salite e discese su e giù per alture, paesi di contadini, cittadine di pietra, pascoli montani e boschi nella nebbia… e dopo innumerevoli fermate, un paio di film da dimenticare, e con le orecchie strapazzate di serenate amorose latine si arriva a Quito, dove riusciamo in qualche modo a raggiungere il Blue Hostel intorno alle 21 passate. Su sta ormai malissimo e Gi recupera, girovagando un po’ nei dintorni, un paio di quesadillas e una macedonia per cena, dopodiché… ci diamo malati.

nella plaza di Quito

E già: a parte una giornata ancora stoicamente dedicata alla doverosa esplorazione della capitale ecuadoregna, coprendo a piedi in bus o taxi le distanze enormi tra un quartiere e l’altro, passeggiando per gli antichi parchi e per il centro storico coloniale, mangiando nei ristorantini della plaza e bevendo canelazo all’animata Ronda, quel che facciamo a Quito dopo sei mesi di viaggio è rinchiuderci in ostello in questo angolino dell’animato Mariscal (il barrio della movida notturna… ma non lo sapevamo!) per metterci praticamente in mutua – qualche responsabilità sospettiamo ce l’abbia pure l’ultima insalata di aguacate del Wunderbar di Cuenca.

Quito, La Ronda

Però sappiamo approfittar bene di questa pausa. Non solo cerchiamo di prendere qualche decisione e mettere un paio di punti fermi sul futuro (che strano, in questa situazione di libertà assoluta e di normalità dell’imprevisto, scommettere così pesantemente su dove saremo e cosa faremo in precise date di là da venire), nella forma di un paio di biglietti aerei intercontinentali; ma anche onorando la Festa della Mamma (una ricorrenza molto sentita tra le società andine tradizionalmente perlopiù matriarcali) con una bella telefonatina a casa. Soprattutto però da qui riusciamo (finalmente!) a organizzare la nostra agognata visita alla vera Amazzonia: e pregustiamo con la fantasia le meraviglie del tour nella giungla, mentre salutiamo il Mariscal surrealmente deserto e silenzioso della domenica.

le scene urbane, come al solito… dolcissime o terribili

(Tutte le foto della tappa… sul nostro Flickr)

 

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Peruveando: Cuzco e Lima

Cuzco: panorama, ovvero: continuiamo a salire e scendere e salire e scendere...

Cuzco: panorama dall’alto

La partenza di Mauro segna la fine dei giorni intensi di cavillose programmazioni e ipercompressi piani di viaggio realizzati in quel poco più di una settimana di sua permanenza in Perù – ed ora ecco i nostri rituffati nella quotidianità del viaggiatore, faccia a terra sul sentiero pigramente disegnato nella consapevolezza dura da digerire che il cammino riprende a tutto tondo, ma verso dove e per quanto tempo ancora?… le giornate che per un po’ si son rincorse spasmodiche e senza pensieri, concentrate sugli obiettivi immediati del turista, riprendono ora l’andatura rilassata di chi gusta ogni passo senza l’angoscia di dover tornare a casa (quale?) ma con l’ansia di un tempo che può dilatarsi all’infinito in attesa delle decisioni che sonnecchiano vaghe in angoli remoti delle menti assopite nell’inerzia dell’andare.

Anche questa è casa

Ma gettiamo un attimo lo sguardo fuori da questa nebulosa… dov’erano finiti quei due? ah sì… nel frattempo si sono spostati all’hostal Resbalosa di Cuzco, però avevano capito male, la colazione non era mica inclusa nei 40 soles, evabe’.

Saksaywamán: ciclopiche mura Inca.

Continuano a godersi le delizie della capitale del vecchio impero cimentandosi nella vigorosa scalata attraverso i viottoli e le erte di San Blas fino al Cristo Blanco, illudendosi per giunta di poter entrare nell’enorme parco archeologico di Saksaywamán senza boleto… ma è un po’ una causa persa perché è pieno di ranger che pattugliano la zona come segugi e non si lasciano sfuggire il maldestro tentativo di intrufolamento attraverso la siepe.

ingresso del parco archeologico di Saksaywamàn

Così si accontentano di girare a piedi attorno al sito e di guardare da lontano ciò che resta delle enormi strutture di blocchi di pietra giganti sagomati e incastrati, prima che la strada riscenda ripida in città, per poi dedicarsi all’assalto del coloratissimo mercado di San Pedro: si aprono un varco tra i curiosi banchetti e si pietrificano davanti all’orrorifico mucchio di teste di bovini dagli occhi ancora terrorizzati accatastate sul pavimento di cemento (altro che il vegetarianesimo del piccolo Govinda dove si sono fermati per rifocillarsi!), mentre poco più in là la gracile teutonica neo-amichetta d’ostello, seduta a uno dei tanti tavolacci di pietra mescolata agli avventori locali, senza tema alcuna si sta sfondando una generosa porzione di ceviche, deliziosa pietanza peruviana a base di pesce crudo.

Proprio all’ingresso principale del mercado di San Pedro: le delizie di Cusco non sono solo architettoniche, storiche o naturalistiche.

Diciamo che a noi i banchetti dei mercados ci attirano più per le magnifiche juguerias dove ci spariamo in questi giorni ettolitri di superbi frullati di frutta, necessari a integrare i piatti di trucha ipercondita e ají de gallina delle trattorie del centro.

da queste parti i locali adorano farsi le foto con le turiste

Doverosa anche una visita al Qorikancha, tra i pietroni ritagliati ancora incastonati sotto il convento coloniale: impressionati al pensiero della ricchezza sacra e spirituale dell’ancestrale Tempio dell’Oro ma forse ancor più dal cinismo dei conquistadores che lo spogliarono senza troppo pensarci in cambio di tutt’altro tipo di ricchezza, ci viene la curiosità di approfondire la cultura Inca al museo dell’Impero e per fortuna che ci ricordiamo appena in tempo che ci parte l’autobus per Lima, se no eravamo ancora lì dentro a leggere le didascalie.

ma davvero, come facevano?

Eh sì, il momento doveva giungere alfine, di dare l’addio arrivederci anche a Cuzco, la città in cima al nostro personale podio di più bella del Sudamerica: preziosa di storia e bellezza, interessante di cultura e cucina, vivace di giovani e attività, vivibile da camminarci e guardare, con una luce stupenda e una natura superba tutt’intorno.

adios Cusco, per noi la più bella

‘St’altra notte in autobus potrebbe dirsi finalmente quasi comoda, però all’arrivo è lo stesso ardua impresa far caso alle parole del chiacchierone tassista limeño che ci conduce al Bluehouse Hostel… ma qui sì che dobbiamo far bene attenzione alle parole di Quique, il dueño, che (quando arriva) ci tiene ad informarci: ahinoi spesso non c’è acqua e purtroppo sta facendo dei lavori nel passaggio tra la nostra camera e il bagno privato e comunque la doccia arreglada artigianalmente con un po’ di nastro adesivo da elettricista non è usabile, ah e c’è anche la magia delle porte, si aprono da sole ma non si chiudono. Be’ è solo l’inizio, la capitale del Perù ci riserverà più di qualche avventura…

a Lima c’è il mare, confermato (cit. M.)

Non tanto per l’estetica e la pur notevole ricchezza della città in sé: dal turistico barrio Miraflores affacciato sul Pacifico brumoso, alle vie lastricate trafficate e strette del centro storico, dove ci perdiamo tra i palazzi novecenteschi di Plaza San Martin o nei meandri del convento coloniale di San Francesco (con annesse catacombe), dalla piramide di mattoni di fango di Huaca Pucllana al piacevole pomeriggio attraverso il parco del Bosque El Olivar, le nostre lunghissime passeggiate metropolitane in realtà ci ricordano un po’ l’anonimato e il cosmopolitismo di Santiago del Cile.

olivi secolari nella capitale peruviana

Ci esce anche una bellissima serata davvero “cittadina”: prima avvolti dalla magia di luci e fontane spettacolari sotto una bellissima enorme luna, attraverso il Chircuito Mágico de Las Aguas, nel Parque de La Reserva; e poi a Barranco, il grazioso quartiere della movida, tra i giovani ben vestiti e la musica dal vivo di un locale che si chiama, gran fantasia, La Noche.

giochi di acqua e luce al parco di notte

Una vera chicca della nostra permanenza nella capitale è quando ci spingiamo all’esplorazione della periferia affrontando il sistema dei mezzi pubblici. Nel caos di traffico, fermate improvvisate e strade non segnate su alcuna cartina al di fuori della zona battuta dai non locali, è impossibile capire se siamo saliti davvero sul combi giusto diretto a La Punta, quindi rinunciamo presto all’idea del tramonto sul promontorio;

sicuro sicuro che questo va dove dobbiamo andare?

ma non ne facciamo un problema, presi come siamo a osservare sbigottiti e divertiti il simpatico cobrador che dal predellino urla il percorso alla gente sul marciapiede e appena può scende in corsa per sollecitare personalmente e con memorabile (nessun) garbo chiunque gli càpiti a tiro, per acciuffare il maggior numero possibile di quei potenziali passeggeri che non aspettavano che lui per ricordarsi di avere un appuntamento urgente dall’altra parte della città. “Aaarequìp-arequìp-arequipaaaa!!!”

(un video s-combi-nato: http://www.flickr.com/photos/71904056@N04/11343383564/)

Però non c’è avventura che tenga, gira e rigira i nostri ricordi più intensi su Lima ruotano intorno a… la tavola. Nel senso, da pranzo. Ma anche da cena. E perché no da merenda…

¡buen provecho!

Semplici empanadas al mercado artesanal a nord di Parque Kennedy, ceviche con tuca tuca (fagioli e riso) allo storico bar Cordano, crocchette di yuca ripiene di formaggio con albóndigas pomodorose a Barranco, tiraditos con salse multiple, saltado di lomo gamberi e funghi su letto di tuca tuca, asados con riso e purè, torte stra-cioccolatose con panna, e ancora cocktail di mango a base di pisco… Lima se lo merita proprio, il titolo di capitale gastronomica del Sudamerica. E a prezzi neanche cari, se si evitano alcuni posti: ma noi no, ogni tanto che crepi quest’avarizia… e allora via libera alla serata galante da Tanta a Miraflores (yummm!), e per finire bus notturno verso nord con cena, wi-fi, coperta e cuscino inclusi. Ecco i nostri lussi di viaggio!

lasciamo Lima in servizio prima classe

(Tutte le foto come al solito sul nostro flickr)

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E andavamo su… e andavamo giù… Inca-style

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Sonnecchia anche in pieno giorno il paesino di Ollantaytambo sotto le maestose pietre delle rovine incaiche abbarbicate sulla rupe che ne sovrasta la plaza, dove girovaghiamo un po’, tra una fetta di torta e un’occhiata al mercatino, prima di conoscere il canadese Jordan e una francesina spiantata (di stanza temporanea in Cile) insieme a cui combiniamo una gitarella in bici per il Valle Sagrado. Ah, il famigerato downhill peruviano…!

le strane e suggestive terrazze a cerchio di Moray

le strane e suggestive terrazze a cerchio di Moray

Approntati gli zaini, un furgoncino attrezzato alla bell’e meglio ci porta prima a Moray, suggestivo sito archeologico di teatri di pietra e cerchi cerimoniali, pare usati anticamente anche per sperimentazioni agricole, e spettacolari come al solito nella loro incredibile armonia con le forme naturali delle verdi alture; poi ci lascia a Maras, quattro casette al sole, un negozietto e due gradini dove alcuni uomini riposano.

tranquilla vita (?) andina nel’unica plazoleta abitata di Maras

E’ da qui che parte la nostra discesa su due ruote: un intero pomeriggio giù per lo stretto e sconnesso sentiero sterrato, lungo la ripida gola in direzione dell’Urubamba, incrociando e sorpassando contadini e bimbi e animali e paesaggi spettacolari.

M., Jordan e i mezzi pronti alla partenza

E’ tutto spaventosamente autentico. Una donna, fascine in spalla, cavezza del mulo in mano e piccoletta trotterellante al fianco, con cui tentiamo un approccio scherzoso si lamenta perché dei ragazzini poco prima le hanno provocato l’asinello facendolo innervosire;

non sembra ci siano molti turisti sul sentiero

subiamo ben due forature, ma riusciamo a sostituire solo una camera d’aria perché Jordan, atteso pazientemente il ricambio eseguito da G. (il quale con sua grande sorpresa è l’unico della compagnia a sapere come si fa), fugge subito in avanti (con l’attrezzatura) scomparendo fra i tortuosi tornanti, non sognandosi nemmeno di aspettarci o preoccuparsi per noi – non lo rivedremo mai più!;

ehm… da dove si comincia?

al tramonto le curiosissime salineras – terrazze di sali minerali create nei decenni dall’acqua che scorre tra le casette di fango e gli spiazzi con le galline razzolanti – a formare una visione allucinante e silenziosa nel mezzo del nulla con lo sfondo delle alture innevate…

salineras a bocca aperta

e noi spaesati a passare in mezzo a tutto questo, un po’ impauriti per l’isolamento, la sera incombente e la ruota a terra, con la sensazione di apparire veri gringos per via dei mezzi sportivi anni luce lontani dalla semplicità rurale e genuinità ancestrale della vita che vediamo.

…però c’è da dire che la parola “divertimento” ha acquistato nuovi significati.

Quando finalmente giungiamo allo stradone di fondovalle, è ormai buio, e noi siamo ben provati dalla polvere, dagli incontri, dalle viste, dall’altitudine, e dall’intensità dell’esperienza. Però pian pianino arranchiamo tra i fari dei pochi veicoli, M. in bus con la bici sul tetto, G. e S. pedalando, fino alla terminal di Urubamba dove finalmente ci riuniamo e restituiamo le mountain-bike all’incredulo omino (che vorrebbe pure farci pagare pompa e attrezzi di ricambio ormai spariti definitivamente insieme al canadese… tzk).

Non arriveremo mai a valle prima del tramonto, neh?

Bene o male insomma un mezzo per scendere un po’ lungo la valle e raggiungere Pisaq lo troviamo ancora, e ci troviamo dentro pure Gael, un’americana (nel senso di statunitense) che dice di vivere qui da qualche tempo e che diventerà la nostra cicerona nella piacevolissima cittadina dove ci fermeremo un paio di notti, prima di rientrare a Cuzco.

ecco la nostra amica yankee-pisaqueña!

A Gael dobbiamo ad esempio l’incoraggiamento (ma ce n’era bisogno?) a provare per colazione lo spezzatino di cuy (carne di porcellino d’India… ebbene sì) servito direttamente da un pentolone su un tavolaccio tra la folla del mercado senza risparmio di salsa chimichurri e di una specie di polenta di accompagnamento;

il temerario M. a caccia di spazio e di cuy

ma anche l’illustrazione di un percorso alternativo per salire in cima alla collina, dove si trovano le antiche pittoresche rovine da visitare previa epica bustata su terrazzamento in pietra Inca con vista sui colorati campi coltivati del Valle Sagrado (qualcuno capirà – e rinnoverà l’orgoglio).

bravo lui e chi lo scor…ge

Lei ha scelto di stabilircisi per alcuni mesi, invece per noi arriva presto anche il momento del saluto alla deliziosa Pisaq, ai colori ed alla vitalità del mercatino di artigianato e frutta, alla suggestione delle rovine, al silenzio dei vicoli lastricati tra le basse case coloniche, alla brillantezza della sua luce ed all’amabilità della sua gente.

¡Adios, Pisaq!

Saliamo al volo su un autobus che, nonostante le sperticate promesse e gli incomprensibili spergiuri dell’autista, non ha posti a sedere liberi (evabe’) e che ci riporta su e giù curva dopo curva (e chiacchiera dopo chiacchiera con le famigliole locali, in gita pomeridiana fino allo stadio per un’importantissima e sentitissima partita di calcio tra le squadre di due villaggetti dei dintorni) di nuovo fino a Cuzco: al termine della nostra esplorazione della valle, abbiamo perso del tutto il conto totale dei dislivelli che abbiamo superato a bordo di qualunque mezzo possibile dal treno alla bici al taxi ai furgoni ai bus – ma soprattutto a piedi… e tornati nella capitale del vecchio impero ci sentiamo proprio di meritare una buona cenetta al sofisticato “Cicciolina”. Una serata di risate e allegria, prima di rimettere la testa sul cuscino per la notte in un ostello già conosciuto… è anche questo un lusso.

indimenticabile il mercado di Pisaq

Ancora di buon mattino l’amico M., colazione continentale e tre empanadas in corpo, ben deciso gliene canta 4 all’agenzia KMT in Cuesta Santa Ana – lamentandosi più dell’approssimazione organizzativa del nostro “Inca Jungle” che per aver fatto sparire una sua felpa distrattamente lasciata nel furgone delle bici – ed è l’ultimo suo memorabile gesto in questa parte di mondo, ché è giunto il momento della ripartenza. Prende un volo per Lima, lui, da dove tornerà in Europa; invece per noi dopo 10 giorni di turismo sfrenato è un po’ disorientante ritrovarsi di nuovo soli, e coi nostri lenti ritmi, alle prese con un intero resto di continente da visitare.

a Cusco, meditando sul nostro tempo

a Cusco, meditando sul nostro tempo

Per fortuna l’abbiamo capito: lo spirito non ci manca… ma se non bastasse, c’è sempre uno yankee grande, grosso, pelato e dal volto gioviale che, uscendo dal carinissimo e simpatico “El Molino” (quello col pizzaiolo preso bene davanti al forno a legna decorato e la cameriera barcollante) ci regala sorridendo la sua mezza bottiglia di vino cileno. ¡Gracias, amigo!

S., M. e G. stanno per andarsene da Pisaq

è stato bellissimo!

(Tante fotografie che non ci entravano! Dateci uno sguardo qui)

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Back door to Machu Picchu

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Arrivati ad Abra Málaga, in cima alla strada di montagna che si inerpica sulle paurose vette settentrionali della Valle Sacra degli Inca, il giovane e sbrigativo Samuel (che finora non ha dimostrato molta voglia di chiacchiere a noi ed agli altri partecipanti al tour) ci invita a scendere dalla buseta ed a inforcare le mediocri mountain-bike, i guantini e il caschetto. La nebbia e il freddo e la pioggia forte non devono dissuaderci: abbiamo voluto pedalare, e mo’… ci facciamo piacere i 2000 m di dislivello che ci portano velocemente dal clima alpino della grigia steppa a 4200 m fino alla giungla tropicale calda e umida del paesino di Santa María.

Non male come inizio, soprattutto per i paesaggi sulla valle intravisti sfrecciando zuppi fradici su due ruote giù per i tornanti, però una volta in fondo (e dopo un pranzetto ristoratore) già sappiamo che non ci abbiamo molta voglia del rafting proposto né di stare ad aspettare fino a domattina di muoverci insieme a tutto il gruppo (c’è chi tra noi avrebbe voglia di rilassare un po’ i ritmi… ma recuperare un giorno per Mauro è troppo prezioso!).

Decidiamo così di proseguire subito per la prossima tappa, grazie a un taxi che si rivela provvidenziale non tanto per la tempestività quanto per l’incredibile risultato di farci sbarcare sani e salvi a destinazione a Santa Teresa dopo una corsa a dir poco folle lungo la strada sterrata che sale su per la cuenca del fiume Vilcacota – che non ci pare abbia nulla da invidiare alla Most Dangerous Road da noi scampata qualche settimana or sono: lo stretto percorso carrabile è ricavato chissà come nella rupe accanto al fragoroso fiume, che scorre decine di metri più sotto, e le ruote a tutta velocità sfiorano il bordo più volte mentre noi non riusciamo nemmeno a raccomandarci ai santi, paralizzati come siamo dalla paura e dal paesaggio.

Scendiamo dal taxi con il terrore ancora in volto ma stupefatti di bellezza, e abbiamo tempo di tranquillizzarci (e asciugarci) un po’ prima della riunione dopo poco con il nuovo gruppo di Martin, partito da Cusco un giorno prima di noi e che arriva a piedi da Santa María.

La mattina dopo, il richiamo di adrenalina è assicurato dalle 6 zip-line cui ci appendiamo per scivolare appesi a una corda da una parte all’altra della ripida valle, 150 m al di sopra della fitta giungla che è uno spettacolo anche vissuta da fermi coi piedini nell’acqua del rio; e poi via, per l’ultimo pezzettino di tour in furgone, qualche ultimo km di sterrato abbarbicato su un lato della valle fino alla famosa “centrale idroelettrica” da dove entriamo ufficialmente (è l’ingresso “posteriore”) nel parco del Machu Picchu.

Il ristorantino tra gli alberi accanto ai binari ci consente una sosta di zuppa pollo riso in bianco e sonnellino sull’amaca – ma alle 13.30 ecco Martin che richiama il gruppo sonnecchiante per ripartire a piedi lungo la ferrovia, costeggiando l’Urubamba sotto la montagna verde che da questo lato è una parete verticale ad anfiteatro.

E’ piacevolissima e suggestiva la camminata di 3 ore che ci porta finalmente ad Aguas Calientes, cittadina base per la visita a Machu Picchu, che nonostante l’aria semplice ed i marciapiedi dissestati e le buche a cielo aperto resta piacevole ed abbastanza turistica da permetterci persino una seria cenetta gourmet tanto per dimenticare i soliti pasti senza sorprese inclusi nel nostro pacchetto turistico.

E finalmente arriva l’alba del grande giorno in cui prendiamo il primo autobus delle 5.30 per salire al parco archeologico più bello del mondo. L’introduzione con guida ci pare doverosa per capire a grandi linee di cosa stiamo parlando, ma la parte migliore arriva quando veniamo lasciati da soli ad esplorare in lungo e in largo l’antica città cerimoniale costruita a massi e terrazze da coltivare secondo l’andamento naturale delle rupi. Mentre S. è purtroppo costretta a regolari e frequenti match coi propri dissesti intestinali, G. e Mauro pensano bene di affrontare il sentiero di pietra verso la cima del Cerro Machu Picchu, e meno male ché se durante la salita (ovviamente che più irta non si può, alla moda Inca) è tutto nuvolo, nebbia e pioggia, quando scendiamo la vista si libera a poco a poco, le nubi si aprono e i panorami sono a dir poco uno spettacolo.

Machu Picchu è davvero un posto incantato. Le rovine di pietra resistono ancora ben stabili arroccate sulla cima delle vette nelle forme e posizioni mistiche che un antico popolo, pervaso dall’armonia con la natura e pare non timoroso della fatica e dallo sforzo che ci volesse (senza ferro, né ruote… non ci si può credere), ha voluto infondere in questo luogo; silenziose e incantevoli nonostante l’enorme afflusso di turisti, all’ombra dell’imponente Wayna Picchu dominano l’Urubamba che scorre liggiù sotto centinaia di metri di rupi impellicciate di verde, e tutto l’insieme è bello e emozionante in modo unico.

E’ impressionante cosa riuscissero a creare gli Inca assecondando le forme dei monti: guardate questo stretto sentiero a picco che prosegue oltre il vecchio Puente del Inca… era uno dei percorsi di accesso alla città, e fa venire le vertigini solo a guardarlo.

Una giornata intera passata al Machu Picchu a trattenere il fiato per la meraviglia (e l’altezza), e la discesa a piedi per la ripida scalinata di ritorno a valle, ci han messo fame, e ad Aguas Calientes c’è il tempo per un’ultima cena all’Indio Feliz prima che parta il trenino “Peru Rail” in cui dormiamo come bimbi fino a Ollantaytambo, dove i nostri zainoni ci aspettano nella piccola stanzetta tripla della posada Las Portadas. Finalmente si riposa…

(Altre foto? qui)

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Viaggio al centro dell’impero: dal Titicaca a Cuzco

al porticciolo di Lampayuni, isola di Amantanì

al porticciolo di Lampayuni, isola di Amantanì

Con una crêpe e un caffelatte Gloria dà il via alla nostra avventura della giornata, che da Lampayuni sull’isola di Amantaní ci porterà per cominciare verso la penisola di Capachica, dall’altra parte di questo braccio peruviano di lago. Si dice sia un posto interessante e, salutati velocemente i nostri anfitrioni, assonnati e infreddoliti ci precipitiamo al porticciolo ch’è ancora l’alba, decisi a non perdere la barca-traghetto che parte , cioè in un momento del futuro non ben precisato. Ci dicono alle 7, ah no: alle 8, ah no: alle 9, ah no: alle 9.30… e vabbe’ prendiamo il largo ben oltre le 10, dopo aver dato più di qualche vuelta tra le bancarell i tappeti sparuti dei venditori lungo la spiaggia (è giorno di mercato) e sempre sperando che lo scafo ormeggiato non abbia subìto gravi danni a causa delle continue e fragorose botte che prendeva sulle pietre del molo, per le onde.

Non sembra che il capitano ne sappia più di noi sull’orario in cui salperemo

Il capitano è tutt’uno con il tubo di metallo che fa da barra del timone ma per fortuna i rematori sono esperti e con poche manovre manuali dei lunghi pali siamo già al largo dall’isoletta: in poco più di un’ora sbarchiamo sulla deserta spiaggia di Chifrón, tutti gli altri passeggeri salgono sul minibus e sul taxi ch’erano qui ad aspettare, e noi invece ci avviamo nell’aria frizzantina per la nostra passeggiata solitaria.

con Mauro a spasso per la penisola di Capachica

Il paesaggio di campagna aperta, di colline pratose con casolari di mattoni di fango e lamiera sullo sfondo del lago blu, tra pecore e asini e cavalli e maiali al pascolo, ci ammorbidisce l’animo finché arriviamo nella sonnolenta e deliziosa plaza di Capachica, da dove prendiamo un combi di ritorno verso Puno (non c’è tempo né tanta curiosità di arrivare fino a Llachón, ché paesaggi lacustri ne abbiam visti abbastanza, ed abbiamo idea di ripartire presto per arrivare a Cuzco prima di tarda sera).

al centro della plaza di Capachica

In città c’è ancora tempo per un raffinato pranzetto al “Mojsa”, tanto per ricordarci e rafforzare le nostre nascenti e crescenti amicizia e ammirazione per la cucina peruviana, prima dell’appuntamento al terminal per il bus “Power Express” delle 16. Il nome della compagnia è tutto un programma… ingannevole. Ma se il ritardo in partenza era pressoché scontato, quel che ancora non sappiamo è che il tragitto da Puno a Cuzco si rivelerà forse il trasferimento più strampalato da quando siamo arrivati in Sudamerica (e sì che di chilometri ne abbiamo fatti).

gli altri passeggeri non è che facessero la traversata per turismo…

Già a Juliaca, dopo un’oretta di strada, è un delirio completo: mentre fuori diluvia l’impossibile, entrano chissà come e si fanno strada a spintoni per il corridoio del bus ORDE di enormi donnoni accompagnate da incredibili quantità di pacchi e borse e involti e tele ripiene pesantissime e voluminosissime, caricate a forza tra i sedili a dispetto delle leggi fisiche sull’impenetrabilità della materia. Di colpo ci troviamo immersi e sommersi in un caos di gonne, trecce, bombette, coperte di lana, scatoloni e bimbi – il nervosismo generale inizia a montare, ma è nulla al confronto dei solenni bestemmioni che l’amico Mauro inizia a lanciare in almeno sei lingue diverse quando un copioso rivolo d’acqua comincia a piovergli addosso dal soffitto sgangherato, e ancor di più allorché l’autista si rifiuta di farlo scendere per un toilet-stop senza peraltro fornire alcuna spiegazione né speranza di sollievo a breve.

a Cuzco ancora con l’espressione di chi non ha ben capito come ci è arrivato sano e salvo

E’ sul punto di scoppiare una mini-rivolta tra italiani, boliviani e peruviani esasperati quando per fortuna c’è la fermata doganale… ma iniziamo a capire in cosa siamo capitati in realtà solo quando la signora davanti a noi ci consegna un pacchetto involto, facendoci intendere a gesti e sguardi che vorrebbe che lo tenessimo noi, ché siamo stranieri e turisti, e non ci controllerà nessuno. Eh sì, molte di queste mamitas portano con sé dalla Bolivia in Perù prodotti da smerciare in contrabbando. Noi però non possiamo rischiare e dobbiamo gentilmente declinare la proposta di complicità, anche se un po’ intimoriti dagli occhi profondi e dalla stazza di lei resa ancor più maestosa da tutta la roba che ha sotto il mantello e sotto le chiappe (a occhio, qualche tonnellata di merce), e poi anche dispiaciuti e un po’ in colpa quando i funzionari le ìntimano di scendere per un controllo… ma niente paura, tornerà in pochi minuti – solo con un po’ di chili in meno.

invece per la viaggiatrice ormai sgamata è sempre tutto una passeggiata…

Fatto sta che anche queste lunghe e faticose ore giungono al termine, anzi al terminal di Cuzco dove è un nostro grande sollievo ritrovare i nostri zaini ancora tutti lì sani e incastrati tra i valigioni e i sacchi nel bagagliaio del torpedone. Un taxi ci pare un lusso sfrenato che ci porta all’ostello Samay Wasi 2, nella stradina selciata in salita in cima al centro storico, che siamo riusciti a prenotare per telefono prima di partire.

la Catedral nella splendida plaza di Cuzco

Il cielo e la luce dell’antico centro del misterioso e ricco impero degli Inca non tardano ad avvolgerci di fascino ed ammirazione. La città ci si rivela subito solare, vivibile, giovane ed attiva, noi ci perdiamo tra le chiese coloniali, i muri di enormi massi sagomati e incastrati per l’eternità, le costruzioni decadenti, i cortili in degrado e i palazzi coloniali ristrutturati con gusto; è un peccato, ma un po’ si capisce che intorno alla plaza sia tutto un grande parco turistico affollato di gringos dove anche noi gironzoliamo un bel po’ prima di arrivare all’ultimo minuto ad organizzare il da farsi per i prossimi giorni.

nel centro storico di Cuzco si passeggia tra gli antichi muri del centro dell’impero

E così, dopo che abbiamo rotto le scatole a tanta gente e visitato innumerevoli agenzie, oltre l’orario di chiusura facciamo fare gli straordinari al buon Milder, della Inca World, che in cambio di un (bel) mucchietto di contante ci accetta in un gruppo in partenza domattina: ormai è tardi per accedere all’Inca Trail (va prenotato con discreto anticipo) e dobbiamo rinunciare anche all’apparentemente interessantissimo e avventuroso trekking montano di Salcantay, ma arriveremo a Machu Pichu per il classico “Inca Jungle”, un giro largo che prevede un tratto in bus, un tratto a piedi, un tratto in bici. Cari Inca, a noi!

(Qualche altra foto qui)

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Passaggio in Perù: c’è totòra?

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Passiamo in Perù in un pomeriggio di sole che picchia, costeggiando in bus il Titicaca e i villaggi di mattoni di fango attraverso l’altopiano che brucia sconfinato. Il bus ci scarica nel terminal della cittadina di Puno, in breve molliamo armi e bagagli al “Tumi 2”, e rispetto alla semplicità rustica del lato boliviano da cui veniamo ci pare subito evidente il maggior livello di sviluppo, di civiltà e di disponibilità all’incontro con gli altri: la gente è affabile e cortese, e immediatamente siamo presi a chiacchiere in qualunque localino o negozio in cui ci capita di mettere piede durante la nostra visita nel centro coloniale della città.

fine cena al Mojsa

Anche la comida si rivela di altro livello, lo scopriamo al Mojsa dove addirittura concludiamo la nostra prima cenetta peruviana a colpi di pisco sour e chicha morada con lo sguardo fisso sulla placida plaza sottostante, sovrastata come al solito dalla cattedrale.

chissà se questo amico punense vorrà venire con noi

Ma le nostre attenzioni sono in realtà rivolte ai giorni che verranno e soprattutto all’arrivo dell’amico Mauro, in viaggio di piacere in questo lato del mondo da domani! Mentre lo aspettiamo c’è il tempo di una passeggiata mattutina fino al porticciolo, attraverso il curioso mercato che offre, sparpagliate sui teloni stesi sull’asfalto dell’avenida tra i binari in disuso, innumerevoli varietà e quantità di patate dai colori e forme più diversi; ma ecco l’atteso sms… appuntamento all’angolo del Museo Naval, speriamo che M. ci arrivi senza problemi dopo il trasferimento diretto dall’aeroporto di Lima.

papas papas papas…

Ed eccoci qui: un volto amico spunta tra i mototaxi e la polvere… e dopo gli abbracci e i baci di rito, la migliore introduzione alla cultura peruviana è un bel pranzetto ai chioschetti al puerto, seguito da una passeggiata a perdersi nel coloratissimo mercado per provare le delizie locali (frutta e foglie di coca, soprattutto), alla ricerca di matite e libri da colorare – semplici regalini che pensiamo di portare ai bimbi di Amantanì – e nel tentativo di decifrare le confuse informazioni sui collegamenti in barca di domani verso le isole lacustri.

al mercado di Puno

Subito dopo, una spettacolare, improvvisa e potente grandinata trasforma le strade di Puno in fiumi di acqua e ghiaccio in piena e noi ne approfittiamo per descansar un rato, così almeno Mauro si riprende un po’ dal jet lag prima di tornare a battere le stradine del centro e assaporare la cucina fusion de Los Balcones de Puno.

bienvenido y buen provecho!

Mauro ha solo 10 giorni a disposizione e per questo tempo con lui varrà la pena di accelerare i nostri ritmi, di solito lenti e rilassati, per approfittare al massimo delle bellezze che questa terra ha da offrire. Così, alle 7.30 del mattino siamo già a fare una ricca colazione al puerto da dove il capitano Robertho ci accoglie sulla sua barca per condurci fino alle islas flotantes degli Uros. Con condimento di qualche parola in aymara, veniamo introdotti alla cultura di questo antico popolo che secoli fa scelse di vivere in mezzo al lago, sulle isole artificiali fatte di strati sovrapposti di totóra (cioè coi lunghi steli di paglia ricavati dall’abbondante pianta acquatica del Titicaca), praticamente dei morbidi e cedevoli zatteroni su ciascuno dei quali vive un’intera famiglia, dentro case fatte di totóra piene di oggetti, mobili e suppellettili fatti di totóra. I tipici mezzi di spostamento sono barche di totóra e ogni 30-40 anni ciascuna isola deve essere praticamente rifatta con nuova totóra… è una Venezia andina di paglia e non si riesce mica facilmente ad entrare in familiarità con una cultura così strana, però noi già sappiamo qual è la parola-mantra della settimana!

islas flotantes: c’è totooooora! 

 

Scivolando lentamente sulle acque del lago piatto, la nostra barca poi attraversa la vegetazione galleggiante (indovinate di cosa?) per arrivare a Lampayuni, sull’isola di Amantanì. Salutiamo Robertho (allellanjo allellanjo!) che ci affida a una signora-barilotto in gonna verde pesante e trecce d’ordinanza: si chiama Gloria e ci conduce alla sua casetta in cima allo sparuto villaggio, dove ci fa conoscere Sergio (suo promesso marito) e il piccolo Joel prima di servirci il pranzo a base di zuppa di quinoa patate e verdure, formaggio grigliato con patate e oka (una patata dolce oblunga) e tisana dolce di muña che ha preparato sul fuoco del camino.

capitan Robertho riposa tra un attracco e l’altro…

Persi nell’interazione con la famigliola e il contesto che più rurale non si può, la nostra sensazione di sperdutezza è davvero impressionante. Siamo alloggiati nella campagna dell’isoletta in questa piccola costruzione di mattoni scrostata, senza elettricità (sull’isola c’è solo una manciata di piccoli sistemi isolati alimentati a vento o a sole), per l’acqua corrente bisogna andare in giardino dove c’è un tubo che esce dal terreno, salendo lungo la ripida scaletta che porta alla nostra camera in solaio rischiamo ogni volta la vita, il bagno è un sottoscala con un piccolo wc e un secchio poggiati sul pavimento di terra battuta, e in questo contesto la disponibilità e la gentilezza dei nostri ospiti sono nient’altro che commoventi.

chez Gloria y Sergio, Lampayuni, Amantanì

Joel, 12 anni e occhio felino, ci accompagna fino alla tranquilla piccola plaza del paesino per poi lasciarci da soli all’esplorazione. Lungo l’accidentato sentiero lastricato saliamo fino in cima alla collina, passando accanto allo spiazzo con tribuna identificato come „stadio“, verso gli antichi santuari del Pachatata e della Pachamama e le altre rovine di pietra; purtroppo le nuvole impediscono un tramonto veramente romantico, ma il panorama tutt’intorno sulla campagna e sul lago non lasciano certo a desiderare.

Amantanì

Con le orecchie piene di silenzio riscendiamo gongolando sui massi del sentiero verso Lampayuni, incrociando di quando in quando altri forestieri che come noi vagano con gli occhi sbarrati, e ci arriviamo che è già buio. Sotto il portico accanto alla chiesetta, alla fioca luce di una piccola lampada sulla fronte, Gloria sta arrostendo degli anticuchos (spiedini) di carne di lama o alpaca ed è un piacevole antipasto che va accompagnato da una birra sulle panchine, sotto il cielo stellato, prima di tornare a casa scortati da Joel (lui nel buio pare ci veda benissimo) per la vera cenetta ancora a base di doppi e tripli carboidrati.

della nostra mise serale, purtroppo nessuna foto migliore… maledetta memoria digitale

Non passa molto che Gloria appare di nuovo sulla porta della nostra camera: è inutile tentare di scansarsela… con gesti sbrigativi e decisi copre G. con un poncho e un chullo e senza attendere che S. tolga felpa e giaccone, le mette addosso una pesante gonna rossa e verde, una blusa splendidamente ricamata, una cintura colorata e uno scialle nero – e così pesantemente imbacuccati come due fantocci ci lancia selvaggiamente nello spazio comunale a poca distanza dove quattro ragazzi stanno improvvisando motivi dai ritmi andini con un flauto, un charango, un tamburo e una chitarra. Non c’è struttura né raffinatezza nei balli in cui siamo coinvolti insieme agli altri visitatori dell’isola, goffi come noi sotto vari strati di lana e con le scarpe da trekking ai piedi… ma i rocamboleschi girotondi, seppur utili a scaldarsi nel gelo, per fortuna possono durare poco. Usciamo al freddo e ci godiamo un po’ il silenzio e il buio assoluto qui fuori, prima di raggiungere Mauro che ha preferito restare a ronfare nel sonno pacifico nella stanzetta gelata sotto le coperte di Amantanì.

(Tante altre foto! Qui)

 

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Isla del Sol: passeggiando tra i miti delle civiltà del Titicaca

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Sbarchiamo sull’Isla del Sol che è pomeriggio. Abbiamo scelto di farci portare fino alla parte nord dell’isoletta, dicono sia un po‘ meno turistica ed effettivamente ad accogliere noi e qualche altro sparuto backpacker ci sono solo dei bambini, che interrompono i loro giochi con le galline o con il vecchio pallone per fare a gara a offrirci una sistemazione. Cediamo senza indugi all’offerta dell’Hostal Cultural, una casupola di fango a due piani con qualche semplice stanzetta e un piccolissimo cortile dove un gruppetto di inglesi giocano con le bimbe, e siamo subito a girovagare tra i sentieri di pietra, i maialini e le mucche che popolano questo luogo silenzioso e pare fermo nel tempo, circondato dal blu profondo delle acque del lago.

sbarco a Ch’allapampa

Il minuto Museo de Oro apre apposta per noi e ci introduce all’antichissima storia degli Aymara, che avevano sacra quest‘isola da prima dell’avvento della civiltà incaica (la leggenda vuole che addirittura il primo Inca sia stato generato qui); ma ancor più che le rovine di pietre a secco del complesso cerimoniale di Chinkana, a 45 minuti di cammino dal villaggio, ci piace in sé la passeggiata nella campagna costiera, e ancor più fermarci ad osservare il paesaggio superbo sugli appezzamenti coltivati a quinoa, sulle altissime e lontanissime vette imbiancate della Cordillera, e sul cielo sterminato riflesso dalle onde dell’immenso lago a 4000 m.

O forse la nostra è soltanto una scusa per tentare di cogliere qualche barlume dei remoti pensieri e degli sguardi degli ancestrali contadini e pastori, donne e uomini che carichi di fascine o accompagnati da capre e lama percorrono lo stesso nostro sentiero ritornando a casa dal loro piccolo campo… proprio esattamente come non si sa quante generazioni di loro antenati.

All’estremità nord dell’isola il sentiero finisce, e da lì il tramonto, col sole che si tuffa nel lago e le montagne incendiate sullo sfondo, è uno spettacolo che da solo valeva la pena di venire fin qui.

Per il ritorno tentiamo di fare il giro largo, percorrendo un po‘ del sentiero che sale lungo la cresta della collina. Ma quando siamo colti dal buio, soli nel mezzo del nulla senza nemmeno una lucina del villaggio in vista, con soltanto le stelle per orientarci e un telefonino come torcia di emergenza, intuiamo che l’approssimativa mappa che ci han dato non sia il massimo dell’affidabilità; però, a parte l’inquietudine e lo smarrimento per l’oscurità e l’isolamento, non è un gran problema tornare sui nostri passi ascoltando solo il silenzio del lago piatto tutt’intorno sotto una coltre di puntini luminosi che è pura poesia.

Non avessimo tributato onori agli dei alle rovine di Chinkana, magari non riuscivamo mica a tornare stasera!

Rieccoci finalmente al sicuro tra i muri di mattoni di fango del piccolo villaggio di Ch‘allapampa. Saranno solo le sette, ma da queste parti è già tardi… per fortuna c’è elettricità e il piccolo Cesar ci invita a provare la cena da Ñusta, che ancora può darci qualcosa da mangiare. Certo il menu da queste parti non brilla in varietà (una ciotola di zuppa di quinoa con verdure, e un piatto con trota riso e patate sono praticamente scontati, dovunque e a qualunque ora ci si sieda) ma riusciamo addirittura a suggellare la scarpinata di oggi in bellezza con una bottiglia di buon Kohlberg giovane… e poi subito a fiondarci a letto, a lasciarci galleggiare nella sensazione di sperdutezza.

ristorante Ñusta, interno sera

E anche nel freddo… che sarà forse causa dei potenti disagi intestinali del mattino dopo. A cui però stoicamente non ci arrendiamo: siamo un po’ in ritardo per la colazione, ma volete mettere un ricco desayuno sulla spiaggia? E poi la sorpresa di vedere apparire, tra un boccone di uovo strapazzato e un morso al panino formaggio e pomodoro, il caro Nico, appena sbarcato con la lancha di stamattina da Copacabana?

a spasso lungo la costa

Non ci eravamo dati alcun appuntamento ma siamo ben felici di condividere con lui il resto dell’esplorazione dell’isola, che consiste nientemeno che in una bella camminata di 5 ore in mezzo alla natura, fino alla parte sud dell’isola, sul sentiero costeño che per l’ossigeno rarefatto ci pare faticosissimo ma che è il meno frequentato dai gringos in gita giornaliera dalla terraferma.

C’è un bel sole ed è proprio piacevole zigzagare su e giù attraverso le montagne, tra antichi terrazzamenti arati a mano, villaggi colorati di case di adobe e lamiera, famigliole riunite al lavoro nei (piccoli) campi, e bimbi con cuccioli di alpaca al seguito che cercano di racimolare qualche moneta facendosi fotografare dai turisti.

un boliviano per i cuccioli

Incrociamo un folto gruppo di ragazzini che escono dal colegio e mentre proseguiamo ci facciamo contaminare dalle loro allegre risate e dal loro rotolarsi qua e là come caprette, fino a perderci letteralmente e a chiedere loro di aiutarci a ritrovare la strada; ci aiutano volentieri anche se poi scopriamo di esser stati vittime di una burla e dobbiam rifare tutto il giro.

Il tutto sempre con vista sul (e brezza dall’) imprescindibile lago tutt’intorno: ci sembrerebbe di essere su qualche isoletta del nostro Mediterraneo se non fosse per la temperatura fresca, l’aria sottile sottile che ci fa fare una fatica bestiale, e l’orizzonte orlato di cime bianche.

Arriviamo a Yumani, nella parte sud dell’isola, decisamente più turistica e affollata (si fa per dire) che ancora il sole è alto, così riusciamo ad allungare ancora un po‘ fino alle rovine del tempio Inca all’estremità sud dell’isola (tanto mica ci fa paura dover scavalcare muretti, recinti di filo spinato e… asini) prima di tornare al paesino attraverso il boschetto di eucalipti dove l‘isolato ristorantino „Las Velas“ promette piatti raffinati (ancora si fa per dire) con assenza di elettricità e panorama sul lago; ma noi siamo più rustici, siamo riusciti a spuntare un prezzaccio per una stanzetta all‘Inti Kala (l’alberghetto arroccato su in cima al villaggio), per scaldarci ci è sufficiente un classico mate de coca e per la cena con Nico ci basta deviare dal classico menu grazie a una „pizza“ e alle chiacchiere dei brasiliani nella tavolata accanto (be‘, la verità è che c’è con loro una guida turistica da cui imparare un po‘ dello spirito e delle cerimonie mistiche degli Aymara…).

Faticando a respirare e lottando con i dissesti digestivi si conclude così la nostra esperienza un po‘ mistica nel verde dell’Isla de Sol. Anzi no: non ci sono barche che partono alle 13 come ci era stato detto, evabe‘ aspetteremo quiggiù al molo, alla base della ripida e lunga scalinata che parte da Yumani, assaporando la vita nel minuscolo porticciolo rosolato dal sole – e quest’imbarcazione di paglia con le teste di puma, sebbene turistica più che tradizionale, è suggestiva e rimanda a un tempo in cui davvero queste acque erano solcate da riti cerimoniali oltre che dalle rudimentali barchette a vela dei pescatori ancora presenti.

La traversata è esasperatamente lenta ma, dopo aver costeggiato le islas flotantes che da queste parti paiono solo piccoli zatteroni di paglia che ospitano qualche tavolino e qualche ombrellone, alla fine ce la facciamo a tornare nella civiltà (si fa sempre per dire) di Copacabana. Recuperiamo i nostri zainoni lasciati in consegna all‘hostal Sonia, troviamo un’altra sistemazione al “6 de Agosto” più in centro, e spendiamo un’altra giornata a risistemarci prima di ripartire: vitaminici succhi di frutta e verdure, lavanderia, zainetto e felpone nuovi (intonati, lo scopriremo dopo), trucha ripiena di pancetta e spinaci, e biglietto d’autobus danno fondo alla nostra scorta di bolivianos… e poi di nuovo si va, per attraverare il confine ed entrare finalmente in Perù, sull’altra sponda del Titicaca. Hasta luego, magica Bolivia!

ma colori, natura e luce resteranno con noi

(Guardate anche le altre foto! qui)

 

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Traversie andine: dalla foresta di Coroico alle porte del Titicaca

il paesino di Coroico, tra la foresta di yunga del nord boliviano

spunta dalla verde yunga il paesino di Coroico

Nemmeno due barattoli di sciroppo alla propoli e eucalipto (osannato da tutti i farmacisti locali come rimedio di tutti i mali) riescono ad alleviare la febbre e il mal di gola che assediano il nostro soggiorno ai 3000 e rotti metri d’altezza di La Paz, e in queste condizioni l’opzione di discesa in bici lungo la “strada più pericolosa del mondo”, pluripubblicizzata al top delle adrenaliniche attrattive turistiche, per noi è più o meno scartata a priori; d’altronde però lasciare il freddo della nostra cameretta d’albergo per passare al calore della yunga tropicale, con tutto che qui arriva il segnale wi-fi dell’ostello di fronte (da cui siamo riusciti a trafugare la password con uno stratagemma degno del miglior Totò), è una prospettiva che ci attira un sacco.

una condor-mobile verso nord-est

Però forse dovremmo preoccuparci… ormai siamo al punto che ci pare consuetudine e normale routine prendere in spalla gli zainoni e recarsi dall’altra parte della capitale di uno staterello sudamericano, farsi largo tra i locali e i loro sacchi di tela per un posto in fondo ad un bus decrepito, e ritrovarci in mezzo alle nuvole da attraversare a un passo a più di 4000 m tra laghi mucche prati e nevai nel mezzo del nulla all’ombra delle nere vette a picco e del paesaggio di alta montagna, immobili, letteralmente bloccati al gelo, in attesa che la strada venga liberata dagli enormi massi appena franati sul manto già dissestato.

tranquilas mamitas… todo va a salir bien! (speriamo…)

Ma possiamo scegliere: rimanere sul vecchio rottame arrugginito in attesa di riprendere il cammino a lavori ultimati (anche se ahimé nessuno sa quanto ci vorrà per sgomberare la strada, anzi i più si rendono conto del motivo del blocco solo dopo quasi un’ora di estenuante attesa scendendo dall’autobus per disperazione e recandosi personalmente a vedere di che si tratta) oppure udite udite cambiare mezzo e avventurarsi su uno dei mini-combi che si lanciano sulla carretera de la muerte resa ancor più temibile da pioggia e scarsa visibilità… pur di arrivare a destinazione. Intorno a noi facce sgomente e poco convinte, gente che si guarda attorno smarrita cercando invano una risposta dagli autisti o dai pochi poliziotti, alla fine il nulla prevale e quasi incoscientemente i donnoni coi gonnelloni e la bombetta e i contadini avvolti nei ponchos si gettano in spalla il fardello delle loro dure esistenze consegnandosi al destino – decide lui quanto vale una vita qui – poi salgono sulle camionetas verso la famigerata carretera.

Noi  assistiamo pigramente alle sequenze della pellicola che si srotola davanti ai nostri occhi attraverso il vetro rigato dalla pioggia,  ma poi facciamo quelli che… ecco magari ci pensiamo un attimo eh!, l’emozione della strada della morte ce la teniamo in caldo per un’altra volta, e alla fine optiamo per il finale classico finendo nel calderone di famigliole che approfittano del momento di anarchia totale per banchettare nel bus, convertito in ristorante a sei ruote, a base di pollo sapientemente condito con le salsine fornite dalle signore dei chioschietti piombate nel mezzo insieme a improbabili e inimmaginabili comidas di tutti i generi che traboccano dai cestini colorati… stelle filanti lanciate tra i sedili in direzione di mani tese e affamate. Neanche le galline sembrano intenzionate a perdersi questo storico momento e fanno capolino sul baraccone a dare un’occhiata… non si sa mai che qualcuno voglia comprare delle uova last minute.

era sempre possibile comprare qualcosa al mercatino all’uscita da La Paz

Ormai noi non ci stupiamo più di nulla e assistiamo divertiti a queste scene di vita boliviana. Almeno, così il tempo ci passa prima e quando ormai la speranza è bella che morta e sepolta il vecchio cigolone – come un vecchietto rimasto seduto troppo a lungo che si alza provando un insolito piacere nel sentire scricchiolare i legamenti – si sgranchisce le artritiche membra e tra un rigurgito di motore e un vomito di fumo nero… riparte!!!

alla fine ce la faremo ad attraversare l’altissima montagna

Evvivaaaa, sìììì ci piace così: “altro giro altra corsa, gettonarsi alla cassa”!!! altre 3 ore di scossoni notturni tra tornanti e precipizi nella montuosa selva umida sub-tropicale (con vista sull’irta valle e sulla most dangerous road di cui sopra) che avvolge le ripide coste dei monti, e poi esausti all’arrivo camminare altri 30 minuti in salita cercando di orientarsi alla ricerca di un alloggio al buio dei viottoli sterrati del paesino di Coroico…

il nostro balconcino sul giardino a El Cafetal

Ma non possiamo dire che non ne sia valsa la pena. El Cafetal ci offre la sua ultima stanzetta-chalet nel mezzo di un giardino tropicale lussureggiante, dove si dorme benissimo cullati da versi di uccelli ignoti (o sono scimmie?), e al ristorante annesso fanno una trucha buonissima con capperi e cipolla per accompagnare la solita sopa de quinoa – e c’è pure la coppa finale di gelato e frutta. Il paesello poi è il posto giusto per una sosta di qualche giorno di riposo e ristoro, l’atmosfera tranquilla e i ritmi rilassati ci lasciano il tempo per fare tutto con calma. Ronziamo un po’ intorno all’ufficio del turismo, ma anche affittare un paio di biciclette dal fantomatico Daniel per fare il giro del Cerro Uchumachi è un’impresa impossibile; così restiamo a vagare e trastullarci sulle panchine della plaza, persi nella contemplazione dei volti e dei gesti dei locali, o nella piscina del nostro hostal osservando tucani, scoiattoli e colibrì alla grande e bella luce che filtra tra le nuvole.

non male la vegetazione no?

Tra mega-colazioni al Back Stub e cenette servite da bimbi con sottofondo di musica folk russa dal vivo, passano in fretta questi semplici giorni nella yunga del nord boliviano, e dopo l’ultima eccezionale torta de manzana all’accogliente e familiare cafetería Arcoiris è ora di rimettersi in marcia.

la febbre è passata!

E rieccoci alla contrattazione finale che ci vede di ritorno a La Paz a bordo di un minivan guidato da un minuto chofer  che a malapena arriva ai pedali (ma tanto usa solo l’acceleratore…) e che ci fa temere per tutto il tempo che non arriveremo vivi. Mai stati così contenti di ricrederci: siamo alla capitale in 2 ore o poco più (tempo record), un taxi ci porta subito al Cementerio e qui ci voltiamo per un ultimo saluto al panorama dell’affascinante città e ci infiliamo in un altro micro verdino diretto a Copacabana.

in viaggio verso il Titicaca!

Le propaggini del Titicaca, il lago più alto del mondo, cominciano presto a intravedersi, anzi ci passiamo sopra: c’è da attraversare in traghetto uno stretto braccio a Quitina, e noi un po’ temiamo per i bagagli rimasti sul bus che invece passa su una precaria chiatta in legno…

ah, ci avete fatto scendere e il bus passa da solo? coi nostri averi a bordo?

ma tutto fila liscio, eccoci nel paesino famoso per il santuario dove i boliviani vengono da tutto il paese per farsi benedire automobili, autocarri e autobus. La cittadella bianca riposa in questi giorni sulle rive del grande lago blu, e noi passiamo la serata con Nico, che viene da Livorno ed è in viaggio da qualche mese, davanti ad un’ottima trucha a la diabla nel localino dove siamo stati accalappiati da un ragazzo di Mendoza che ci decanta la qualità della cocaina locale rispetto a quella che si trova altrove in Sudamerica… mah.

i moli sul Titicaca a Copacabana

I nostri acquisti invece sono più leciti e ci accontentiamo di sapere chi in paese fa la migliore sopa de quinoa, prima di affidarci ad un ragazzino, occhi neri profondi, cappello a tesa larga e mani sui due motori fuoribordo, che ci trasporta in lancha per le oltre due ore di traversata dal sapore amaro di benzina nel famigerato Titicaca, fino alla mitica Isla del Sol…

in lancha sul Titicaca

(Altre foto qui)

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Oruro e La Paz… fare amicizia coi contrasti

panorama di La Paz, un'urbe tra le Ande

panorama di La Paz, un’urbe tra le Ande

Siamo alle solite, i sedili di questo bus “cama” che in una notte ci porta da Sucre a Oruro saranno pure comodi e spaziosi, però si balla comunque su curve e asfalto messi male, temperatura che continua a oscillare tra picchi di caldo torrido e freddo polare, musica a palla dalla cabina dell’autista e innumerevoli fermate (stazioni di servizio? no… soste-pipì en plain air a bordo strada), così non dormiamo niente e all’arrivo nel gelo del piazzale di Oruro alle cinque del mattino ci tocca scarpinare a lungo per ben più di qualcuna delle calles polverose e deserte prima di trovare un alloggio al Residencial Boston.

Susi, la febbra, l’apí e il pastel

Il famoso Carnaval locale è ormai andato da un paio di mesi, e siamo quindi fuori dalle classiche rotte turistiche: ci pare di essere gli unici non locali mentre attraversiamo queste strade – che sono praticamente tutte dei mercados – e per ambientarci non c’è nulla di meglio di una ottima colazione (anzi due!) a base di apí (una specie di broda densa, dolce e calda a base di mais giallo e rosso e cannella) e pastel especial (una frittella al formaggio) sui tavolacci sotto i tendoni dei contadini. Certo non siamo ancora ben abituati al freddo e alle condizioni igieniche generali, tant’è che a turno sentiamo che i nostri fisici stanno cominciando a subire… e vabe’, convivremo per più di qualche giorno con la febbre e i dissesti intestinali.

sì, sono quello che sembrano. Ma è tutto in onore alla Pachamama

Il che non ci distoglie dal fascino che ha su di noi la vita vera e quotidiana di questa gente. Curiosi ci aggiriamo tra le bancarelle con i feti di lama essiccati appesi, rapiti dai volti e dai gesti soprattutto delle signore e dei bimbi. Facciamo anche una visitina in periferia, e una chiacchiera un po’ mistica con il capostipite, alla casa-atelier della famiglia Cardozo Velasquez (tre generazioni di scultori, pittori, artigiani e scrittori, e stanze e giardino ricolmi di oggetti e creazioni più svariate); nonché al Santuario de la Virgen del Socavón, in cima alla città, dove la religiosità cattolica esteriore si sovrappone nel vero senso del termine alle tradizioni pagane ed agli antichi riti legati a El Tío della miniera sottostante, dove resistono tanto di scale umide, salnitro su muri e soffitto, e impalcati di tronchi di sostegno delle gallerie coi binari per i carrelli. Però alla fine torniamo sempre lì: a sederci su una panchina in plaza, e guardare la gente comune.

sui tetti di Oruro

Come Sucre, anche Oruro ha delle tette – delle alture a forma conica, nei dintorni. Il panorama architettonico è come al solito un po’ desolante, campanili arrugginiti e distese di edifici non intonacati, qui e lì resiste a fatica l’eleganza di alcune vecchie costruzioni coloniali scrostate, mentre gli alti palazzi di vetro e cemento continuano a venire costruiti sparsi apparentemente con poco criterio.

Sacro e profano al Residencial Boston – come dappertutto, del resto.

Per noi continua ad essere abbastanza difficile capire i contrasti forti di questa terra. Da un lato la natura potente e sublime, le tradizioni ancestrali, la povertà evidente, la religiosità cattolica così popolare e diffusa e pervasiva; dall’altro, l’inquinamento furioso, casinò scintillanti e SUV lucidi, le telenovelas e le pubblicità e i calendari con ragazze succinte. E poi la gente… dall’indole generale così riservata e silenziosa che è spesso difficile coinvolgere qualcuno in una conversazione, e invece capace di tenere acceso a tutto volume ed in qualunque situazione qualsiasi cosa che abbia un vago altoparlante. Passiamo in mezzo a tutto questo con il nostro senso di estraneità inevitabile, cercando di digerire l’intero cosciotto d’agnello che ci hanno servito per cena al Nayjama e aspettando che ci passi il malessere fisico – ma dopo un paio di giorni è ora di proseguire e altre 8 ore di bus notturno ci conducono finalmente alla capitale, La Paz.

la Casa de la Democracia ci accoglie a La Paz, non in ottime condizioni

Siamo sempre a 3700 m d’altezza, c’è sempre da scarpinare alla ricerca di un alloggio, siamo sempre abbastanza malaticci, ma qui si respira un’aria diversa (e non è solo perché il parco mezzi ci sembri leggermentissimamente meno vetusto). Nel mezzo del quartiere più turistico della città, tra gli alberghi e i negozietti e le agenzie turistiche e le folle di viaggiatori di calle Sagárnaga e del “mercatino delle streghe”, ci si deve addirittura un po’ impegnare a ricordarsi di essere in Bolivia: il nostro Maya Inn è più un alberghetto che un ostello, qui è pieno di locali gestiti da stranieri, il pub all’angolo è di un olandese, questo ristorante indiano appartiene a un inglese, c’è un simpatico tizio di Marrakesh che ci serve tajine e tè (okay, però noi del Marocco avevamo un ricordo diverso: porzioni senza limite e intimità silenziosa dell’ambiente, soprattutto…), gli ostelli sono posti da festa ogni sera (anche se noi ci andiamo solo a scroccare qualche bevanda calda), e poi ci sono frotte di gringos e israeliani che devono trovare spassosissimi i dintorni, tutti da trekking e mountain-bike – praticamente un parco di divertimenti a prezzi accessibili, che immaginiamo essere l’altro pilastro dell’economia boliviana oltre all’industria estrattiva.

La Paz: vista sul Prado, all’Iglesia de San Francisco

Basta però fare qualche passo in più per osservare le altre facce di questa poliedrica città. Attraversi il Prado, il grande vialone di fondo valle da cui di sera si vedono brillare le lucine delle case ammassate alla rinfusa sui pendii (almeno negli spazi tra un palazzone e l’altro), camminando mangi due o tre salteñas e bevi una spremuta di arancia appena fatta ad un chioschetto, e ti ritrovi in un altro secolo, tra scorci decadenti, edifici coloniali mezzi diroccati che magari conservano solo la facciata e un fascino senza tempo. In un bel piccolo museo mezzo nascosto, impariamo la storia e l’importanza della foglia di coca nella cultura locale; nel quartiere commerciale e amministrativo di La Paz, vicino la classica plaza centrale come sempre sede del potere nazionale temporale e spirituale, sotto la pioggerella indugiamo a un incrocio dove degli operai, tra un rosso del semaforo e l’altro, armeggiano con una scala e un cavo elettrico che aggiungono alla bell’e meglio ai mille già confusamente sospesi tra i pali carichissimi; poi, tra un grattacielo e un ponte pedonale spunta la bellissima cima innevata dei 6500 metri dell’Illimani, la vetta più alta della Cordillera Real di Bolivia. Arriviamo fin giù a Sopocachi, nella parte più moderna, verso la plaza Figueroa, una roba che uno nemmeno si aspetterebbe di trovare, a La Paz una piazza con un bel parco con prati e alberi e fiori curati e una scultura al centro e tutto ben illuminato.

un angolo della città

Possiamo permetterci di tirare qualche giudizio e qualche confronto? E’ una città decadente ed emozionante. Abbarbicata così in cima alle Ande, non può essere effervescente come Buenos Aires né cosmopolita come Santiago, però quando c’è il sole la luce e i panorami sono affascinanti e l’energia semplice dell’antica architettura e dei colorati mercati indigeni vibra con entusiasmo. Noi non la troviamo affatto desolante anche nonostante lo smog; pare lasciarsi vivere così, disperata e senza futuro, ed invece si rivela ricca di possibilità. Man mano che scende la sera e continuiamo a inerpicarci per i viottoli, sullo sfondo il manto di luci della città ci sembrano stelle… be’ sì, qualcosa di indiscutibilmente boliviano c’è, e lo suggelliamo a dovere al bar: un Bolivia Libre y un Mojito Boliviano, por favor!

Certo, anche a Torino ogni tanto si vedono i monti… solo che questo bestione è due volte tanto

(Queste e altre foto delle due città qui)

Bolivia Libre: singani, limone, coca-cola; Mojito Boliviano: foglie di coca, singani, sprite

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