Noi, la natura e gli altri

(gli altri sono dietro!)

Eccoci quindi nel primo degli innumerevoli autobus che ci aspettano. Lasciamo la costa verso l’interno, a osservare dai finestrini gli ammassi di scatoloni di cemento da 50 piani, sparpagliati così alla rinfusa, accanto a quelli di casette in nudi mattoni e senza infissi, che pare aspettino solo di crollare una sull’altra mentre qualcuno ci abita. Dopo sole 6 ore e mezza di scossoni arriviamo ch’è sera a Lençóis, paesino (di 90.000 persone, be’ le proporzioni son proporzioni) nel cuore della Chapada Diamantina, gioiello naturalistico del Bahia che abbiamo deciso essere un buon posto dove passare il tempo in attesa che gli amici Paolo e Estef arrivino a Salvador. Il tempo di recuperare gli zaini dalla stiva del bus e siamo subito accalappiati da Loão , un simpatico giovanotto con cui contrattiamo l’ospitalità alla pousada di Dona Lurdinha e, quasi subito, una gita per l’indomani. Per “gita” s’intende qui un tour con minibus e guida alla scoperta di alcuni degli highlight dei dintorni: tra immense grotte e formazioni rocciose, fiumi e cascate di acqua color chinotto, e bagni in laghi color smeraldo conosciamo così la compagnia dei nostri giorni nella Chapada.

Effettivamente il posto ci piace assai di più della metropoli e decidiamo quasi subito di fermarci un giorno in più di quanto pianificato: la dimensione più umana della deliziosa cittadina ci fa sentire più a casa, riusciamo a fidarci delle persone e a interagire con gli altri in modo più semplice e vero. Per il nostro ultimo giorno riusciamo così ad organizzare l’escursione alla Cachoeira do Sossêgo, con la guida dell’ormai fido Loão (19 anni, si sta costruendo casa per andarci ad abitare da solo) e con un gruppo di persone che ci siamo attivamente impegnati a mettere insieme: con noi ci sono Reinaldo, biologo paulista, Tiago di Salvador, e Giorgia e Alessando da Roma (abbiamo dovuto dir di no agli arzilli Silvão e Rosalía, coppia carioca, nonostante la serata passata con lui a bere birra, perché pare che il percorso non sia adatto ai 70enni…).

Loão per l’occasione sfoggia il suo lato professionale e sabato mattina ci viene a chiamare prestissimo (8.30), noi siamo un po’ in ritardo, lasciamo gli zaini pronti da dona Lurdinha per ripartire in bus alla sera, ci prendiamo un paio di panini dalla colazione e andiamo. Sosta per acqua al negozietto in centro, e siamo in cammino.

Loão inizia a tarellare del tutto incurante delle pendenze e delle condizioni del terreno, su un sentiero lastricato che presto si trasforma in piccolo tracciato leggermente battuto nella selva. La vegetazione si infittisce… pausa bagnetto nel fiume… nuotatina nell’acqua scura come petrolio e si riprende il cammino. Lui, in bermuda e infradito, batte ogni record di velocità mentre noi, attrezzati e con scarpe da trekking, fatichiamo a stargli dietro. Entriamo nel canyon e ci inerpichiamo tra rocce spietate fino all’indimenticabile guado del fiume, sotto un enorme masso in equilibrio precario. Giorgia, presa dal panico, si blocca sui massi; Reinaldo, che fa sempre foto e si è offerto di portare il pesante zaino di lei, scivola e cade in acqua la prima volta (“tenho medo das alturas e da profundidade!”).

Assicuratosi che tutti avessero passato il punto critico, Loão si libera con olimpionica destrezza dell’infradito e si lancia in scivolata nell’acqua coca-cola della cascatella facendo tante bollicine… anche Ginho si lancia dietro di lui, e per un momento S. crede che gioisca nel venire abbracciato dalla corrente, visto che ci sguazza dentro un bel po’ prima di capire finalmente che basta tenersi a lato del flusso centrale più forte. Continuano i salti atletici tra i massi… la difficoltà aumenta sempre più e la corrente pure; alla fine, dopo un’intrepida scalata su rocce umide e scivolose, con tanto di cadute, superiamo l’ultimo punto al limite della sicurezza per ritrovarci di fronte allo spettacolo della massa d’acqua che si getta nel pozzo nero. E non solo l’acqua, anche Loão Tiago e Ginho fanno il grande salto nel buio (Ginho dal gradino più basso – ma sono sempre 6-7 metri eh!).

Sulla via del ritorno vediamo due o tre baby macacos, i beija-flor e gli alma-de-gato… Non vediamo burubu… ah no ibubu (si chiama urubu ma a S. “ibubu” piace di più, ndG).

Lungo il cammino, G. ha riempito la bottiglia d’acqua a un rivolo ma i 5 vaccini a testa pare non siano sufficienti: i nostri ritornano in paese con alcuni problemi intestinali… e sono costretti a fermarsi d’urgenza nella selva per una pausa idraulica. La situazione migliorerà solo in serata…

Dona Lurdinha ci dà la stanza ch’era stata nostra per rinfrescarci. Le ore che mancano dalla partenza passano tra un’occhiata al baptizado di capoeira nella praça principale (ci partecipa anche Loão: che volete che siano 8 ore di trekking estremo in infradito…), una cena con Giorgia e Alessandro a base di filé à parmegiana – chiesto di manzo, ma diventato di pollo dopo una mezz’oretta (S. non riesce a convincersi che il buon frengo sia diventato un pollo), e un’ottima caipiroska de manga versata da S. quasi interamente sui calzoni di G. appena tirati fuori dallo zaino.

In autobus abbiamo posti separati e S. si trova accanto a un bimbo nero piccolissimo che dorme equipaggiato con tanto di copertina e cuscinone… cariiino, dorme beato. Durante il viaggio il bimbo appoggia prima la testa, poi anche le gambine sul suo grembo, boh sembra comodo… lui… peccato che a ogni frenata brusca, il piccolo dolce-dorme finisce sotto il sedile e occorre tirarlo su. Ovviamente S. non chiude occhio e l’angioletto una volta sveglio al mattino, la guarda senza neanche troppo stupore, poi ributta la testa a lato e continua a dormire. Lui…


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Categorie: Brasile | Lascia un commento

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