Uba-chuva!

E’ ufficiale! Di buon’ora lasciamo finalmente il semplice (qualcuno direbbe “sguarnito”) hostel che ci ha tenuti ospiti per 5 giorni per fiondarci verso la stazione di Rio, a chiederci perchè si ostinino a voler far passare *tutti* i passeggeri con *tutti* i loro zaini, valige e borsoni dalla ruota della fortuna che si trova all’ingresso dell’ônibus urbano. E se il bigliettaio, normalmente spiaggiato sulla sedia accanto appunto al tornello, risparmiasse la tortura al malcapitato passeggero che rischia di rimanere incastrato per il resto della sua vita nell’ordigno malefico, consentendogli di entrare dalla porta posteriore?

Nel solito gelo dell’aria condizionata del mezzo, percorriamo uno tra i tratti di costa più scenografici del pianeta, dicono. Mica del Mediterraneo, o dell’America Latina. Di Ubatuba ci aveva parlato per la prima volta Annalisa a Torino, poi un paulista 50enne pluri-tatuato con la fissa per l’Italia, conosciuto a Rio, ci aveva convinto che potesse essere una buona tappa nel nostro andare verso sud; alla fine, l’ospitalità di Daryll e Denise (lei brasiliana, lui sudafricano, gestiscono un’allegra pousada affacciata sulla spiaggia oltre a due svegli ragazzini, qualche tavola da surf e una vecchia beach-buggy azzurra) e il relax della cittadina del litorale fuori dai giorni festivi ci convinceranno a rimanere più di quanto pensavamo. Da ricordare:

– la pioggia puntuale e quotidiana, da cui il titolo del post;

– lo sguardo del cuoco la prima sera che, convinto di averci resi felici, cercava da noi approvazione per quella che a suo dire era una vera pizza italiana con uno strato di almeno 2 cm di copertone / sughero al gusto formaggio;

– se non è assado, il pesce è sempre servito cleverly fried anche se è grelhado, persino in un posto di mare;

– l’ebbrezza di pedalare a cavallo del Tropico del Capricorno sulla battigia dell’oceano non ha prezzo.

non è che il mezzo permettesse granché gesti e posture atletiche, eh

Ce l’ha invece un prezzo, il noleggio per un giorno di due rottami che altri chiamavano bicicletas: quella di S. ci abbandona dopo un paio di km dalla partenza, il mozzo della ruota andato. Proviamo a rianimarla in tutti i modi e, surprise!, dopo una serie di calci ben assestati la bestia si riprende e riusciamo a proseguire. Continuerà a fare le bizze fino alla fine, ma in compenso ci si consola con il mezzo di G., assolutamente perfetto a parte il simpatico rumore ciclico, il copertone che tocca il telaio, il cambio che non va, la forcella che è instabile, il manubrio storto, la catena che esce dalla corona, il sellino da bici da corsa (*?&%$£!!!) e le dimensioni decisamente inadeguate.

Grazie a questo fantastico equipaggiamento, pungolati dalla curiosità di immergere il naso e la pelle nella natura e nella jungla misteriosa, riusciamo ad esplorare un po’ delle deliziose e selvagge spiaggette di Ubatuba, incastonate tra colline lussureggianti e impellicciate di verde. Alla Praia Vermelha il primo incontro: mentre la S. affonda i candidi peduncoli nella sabbia, un mucchietto giallo informe le attraversa la strada, poi si ferma e sbatte gli occhietti neri, osservandola con curiosità.

il nostro amico Osvaldo

La socievole creatura, dopo aver effettuato una rotazione completa degli occhietti in tutte le direzioni possibili per studiare il gigante in cui si è imbattuta, ritorna alle sue occupazioni, riprendendo la frenetica corsa laterale. Pochi metri più in là, Ginho solletica la chela di un granchietto ancora più grosso con un ramoscello e quello attacca, si difende, interagisce, ma non esce dalla buca.

Siamo rocambolescamente di ritorno di corsa sotto la pioggia insistente e alla pousada incontriamo Mánoel, amico e insegnante di portoghese di Daryll. La chiacchierata con lui parte dalla lingua portoghese e finisce chissà come a economia, società e politica dei rapporti tra Europa e terzo mondo, capitalismo e vegetarianesimo, tecnologia e consumismo. Dice che l’Europa è avanti e continua ad esserlo in quanto investe e costruisce e forma ormai in termini di pensiero e pensatori, non più di produttori e industriali come si fa invece ancora qui in Brasile. Mentre G. si riempie di speranza di fronte all’energia e alla lucidità di questo ragazzo dallo sguardo intelligente, scalzo e in tuta da lavoro, colto, impegnato e con un sacco di interessi, durante la vivace interazione S. si disconnette un attimo dai sovrasistemi, distratta da un contrattempo estetico causato dai lineamenti perfetti di lui e dal sorriso solare incastonato fra i dreadlock. Un secondo dopo, la blatta di 5 cm che costeggia il muro ripristina perfettamente la connessione con la realtà.

Sulla sua vecchia Fiat “Prémia” (che in realtà è una “Regata” con il cruscotto rimodernato) Mánoel ci dà uno strappo fino alla fermata dell’ônibus per Prumirim, dove ci dedichiamo alla scoperta della cascatella nella jungla. Nonostante il breve sentiero non sia niente di che rispetto a quello cui ormai siamo abituati, S. ha impressioni sovradimensionate, sensazioni amplificate, probabilmente a causa del ciclo lunare: la vegetazione sembra più minacciosa e S. teme di non trovare the way back (come racconterà più tardi al surfer irlandese che di tanto in tanto appare nella pousada, il bel sorriso fra i riccioli biondi, con la sua cassa di birre sulle spalle, salutando tutti “hey buddy!”). Eppoi più tardi, in un crescendo di emozioni, dalla cachoeira alla spiaggia di Prumirim, osservando le onde furibonde dalla portata incredibile, onde che si azzuffano, creste che si incurvano, cavalli al galoppo sulle incontrollabili furie oceaniche. Influssi lunari a parte, uno spettacolo della natura si delinea davanti ai nostri occhi e noi ne siamo stregati.

A onda (Manoel Bandeira)

a onda anda
aonde anda
a onda?
a onda ainda
ainda onda
ainda anda
aonde?
aonde?

a onda
a onda


momenti le onde si appiattiscono per qualche istante e il clima umido, il frinire dei grilli, il cielo grigio-nuvolo danno un sapore crepuscolare al paesaggio senza tempo, la vegetazione a tratti verde-grigia-azzurrognola assorbe lo sguardo e lo avvolge nei suoi meandri intricati. Poi un punto luce all’altro capo della spiaggia, c’è l’ultimo dei moicani e, a dire il vero, anche il penultimo…

In attesa del bus per il ritorno, chiacchieriamo con un pedrero originario del nord-est e qui per lavoro da qualche anno, e riflettiamo sulla difficile arte della manutenzione della locale vegetazione sulle banchine stradali, praticata proprio qui di fronte a noi. S. sorride pensando che, se loro disboscano la giungla con un minipimer, lei invece potrebbe farsi prestare il tagliaerba, solo nel caso in cui continuiamo a non trovare prese a 220 V per far funzionare a dovere l’ordigno depilatorio portato dall’Italia.

Il nostro lato atletico viene soddisfatto anche l’ultimo giorno: ci facciamo i nostri bravi 10 km a piedi lungo la costa, salutando tra gli abitanti di Ubatuba anche gli squaletti comodamente distesi sui banchi del pesce e le tartarughe con le testoline che emergono a pelo d’acqua guardandosi intorno curiose.


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Categorie: Brasile | 2 commenti

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2 pensieri su “Uba-chuva!

  1. è sempre impegnativo immergersi in una narrazioni già ricca di eventi.
    E’ bene leggere dall’inizio (tempo permettendo)
    o cominciare a leggere quando si arriva?

    ora vi ho scoperti.
    Vi ho messo fra o miei RSS

    E vi tengo d’occhio

    baci

  2. la emy

    volevo comprare un libro, ma per il momento aspetto….vi leggo volentieri.
    per G: attenzione alle bici, mi sa che non corre buon sangue
    per S: mi piace la tua idea del taglia erba ecco come trasformare un problema in risorsa eco

    baci baci

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