Diver-cidades

La quotazione del bovino sul mercato, stamattina, è cresciuta del 2,5% rispetto alla scorsa settimana, ultim’ora della borsa locale in tv. E noi, che non vogliamo certo presentarci impreparati alla visita del fulcro economico-finanziario del Brasile, ne prendiamo velocemente nota mentre facciamo l’ultima colazione a Ubatuba in un baretto del centro… prima di confezionarci tra i sedili dell’autobus direzione São Paulo, scomparto freschi e surgelati, dove più tardi ci svegliamo sotto forma di prodotti ittici di specie non precisata mentre candidi fiocchi di neve cadono dal cielo e tutt’intorno il bosco della strega di Blair è immerso nella nebbia.

Ma basta strofinarsi gli occhi e la magia scompare, fra i pezzi di polistirolo che si staccano dal tetto dell’autobus, mentre fuori dal finestrino c’è solo una selva di grattacieli avvolti nello smog.

La nostra principale meta in città è il Museu da Língua Portuguesa, che ci aveva ispirato curiosità, ci aveva dato una motivazione per passare da qui e che si rivela un’esperienza interessante di immersione nel suono, nella poesia e nella storia (vista dal sud America) di questo idioma che ormai gustiamo con familiarità.

Colmata la fame di cultura, puntiamo ad una passeggiatina sull’avenida Paulista ma ben presto siamo sazi del miscuglio di colori e tipi umani e ne abbiamo abbastanza del traffico e dei grattacieli di marmo cemento vetro e acciaio, palazzoni dai mille occhi illuminati che ci osservano dall’alto, e dei super-mega-giganti addobbi ed orpelli natalizi. Così giriamo l’angolo verso una delle zone adiacenti che, secondo la mappa che abbiamo preso all’ufficio informazioni turistiche, offrirebbe dimensioni e atmosfera più friendly con qualche locale dove passare le ore che restano prima di tornare in stazione (ripartiamo questa sera stessa). Ci ritroviamo allora nel quartiere Jardim per sederci al To-Zé, un baretto animato e senza pretese (non così il suo cameriere, ornato tra collo e braccia di almeno 12 kg di metallo lucente), dove tra una Brahma e una porzione di feijão cominciamo a notare dei movimenti strani intorno a noi: davanti al bancone un tipo dinoccolato si passa ripetutamente la mano tra i capelli e continua a fare strane moine; di là dal vetro, c’è una giovane coppia su una sedia, intenta in amorosi gesti; più in là, due ragazzi vanno avanti per dozzine di minuti a baciarsi appassionatamente… e la situazione è la stessa anche nelle vie vicine, ovunque effusioni e dimostrazioni esplicite d’affetto, soprattutto tra persone dello stesso sesso. Dal canto nostro, abbiamo il tempo e l’occasione per fare quattro chiacchiere con il gentile Marcos, paulista rientrato forzatamente da Miami (dove ancora vive sua moglie con i 2 figli) qualche tempo fa e venuto in zona per comprare un regalo al suo amigo-segredo. Con lui discutiamo di crisi, felicità e carattere brasiliano… dice che la città è come il cinema: ti fa vedere cose felici e tu sorridi, ti fa vedere cose tristi e tu ti commuovi ma in realtà, di per te, non sei né triste né allegro. Una città giovane e esplosiva, che ancora si costruisce, assorbe e dà energia in quantità inusitate, ricca e sfrenata e senza pregiudizi, senza l’ombra di tradizioni da rispettare o cui essere devoti, capace di ingoiare qualunque identità per risputarla più colorata e diluita e sfumata in un arcobaleno di diversità che in quanto tale fa paura e affascina, come la libertà estrema.

Arriva il momento di andarcene, un’occhiata alla cartina per capire il percorso di ritorno… e sveliamo l’arcano, tra tutte le mappe di São Paulo abbiamo preso proprio il mapa da diver-cidade, quella dedicata ai turisti GLBT. Ben lieti! Ci rituffiamo a piedi nel centro finanziario tra clacson, sfilate e feste in strada dei tifosi del Corinthian che ha appena vinto lo scudetto, poi un breve tratto in metrô giusto il tempo di notare che su ciascun vagone del nostro treno ci sono ben 6 (sei!) agenti di sicurezza e siamo di nuovo alla rodoviária per la prossima tappa.

Al mattino dopo eccoci a Curitiba, capitale dello stato del Paraná.

Il sottoscala della stazione degli autobus dove è accampata una famigliola di peruviani con i cestini colorati, già occupato da mercanzie d’ogni sorta sistemate a mo’ di separé, non ha grande capienza, quindi decidiamo di optare per il Cristo Rei, un hotel di quelli che non potrebbero mai apparire su alcuna guida turistica. Per nostra fortuna e buona salute decidiamo di fermarci solo una notte e partiamo subito per le nostre belle 7 ore di cammino pure oggi all’esplorazione del centro storico e non solo.

Di Curitiba abbiamo letto che è un posto in cui, dalla fine degli anni ’70, è in atto un interessante progetto di partecipazione collettiva allo sviluppo sociale e architettonico della città, nel tentativo di preservare e far prosperare la dimensione “umana” accanto all’aspetto economico. Ad esempio, sono riusciti a ripianificare il traffico in maniera tale da evitare, in seguito all’avvento dell’auto privata, di dover abbattere e ridisegnare l’intero downtown (come è stato il caso nella maggior parte delle grandi città di questo continente, incluse Rio e São Paulo); inoltre pare che il sistema di trasporto collettivo urbano sia considerato un modello di efficienza, studiato in tutto il mondo. Una cosa che salta all’occhio sono le fermate dei bus, fatte a tubo (forse volevano emulare il tube londinese…) in cui bisogna infilarsi attraverso lo stesso tornello che piace tanto ai viaggiatori con gli zainoni in spalla, diffuse per tutta la città senza preoccuparsi troppo evidentemente dei poveri bigliettai intubati 18 ore al giorno nei simpatici cilindri.

A noi poveri europei ingenui, a parte i “tubi” e le vaste effettivamente godibili zone pedonali del centro, lo smog e il traffico non è che ci sembrino molto diversi e comunque restiamo sempre un po’ disorientati a camminare sotto le poderose costruzioni oltre i 50 piani. Per fortuna al nostro benessere fisico e mentale ci pensa “Tempero Manero” e più tardi una telenovela in tv con le avventure di un cane chiamato Sexta-Feira (sarebbe il nostro Venerdì), non prima di un pit-stop manutenzione infradito, che ci sta pure, dopo 22 giorni di viaggio.


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Categorie: Brasile | Lascia un commento

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