Iguazù mon amour

È tempo di grandi pulizie nella minuta stazione di Praia de Leste. Siamo ancora sul litorale del Paraná, in sosta tra un bus e l’altro. Una signora magrolina, ma energica e risoluta, slitta sapientemente da un lato all’altro della stanza sulle graziose ballerine passando con disinvoltura e sollecitudine lo straccio sotto i piedi dei viaggiatori seduti in sala d’attesa che la osservano con aria perplessa. E al termine della cerimonia, tripudio di secchiate d’acqua per la gioia dei presenti.

E’ incredibile quante cose possano succedere mentre uno riempie una bottiglia al bebedouro della stazione e non è facile descrivere l’espressione di stupore mista a terrore dipinta sul viso di G., quando al suo ritorno scorge S. con in braccio un bimbo piccolissimo equipaggiato con tanto di copertina dal candido profumo… magari non proprio di lavanda. Colto da subitaneo principio d’infarto, più che altro per la prospettiva di dover trasportare due zaini oltre al suo, il nostro si riprende a fatica assistendo alla scena successiva in cui la vera madre torna a reclamare il piccolo, affidato temporaneamente alla prima estranea incontrata per strada per eseguire una degna toeletta di rito in bagno.

Le vicissitudini da trasferimento si completano sotto la pioggia battente di Curitiba dove passiamo il resto della giornata tra una mostra e una Skol, e con un’altra notte d’autobus siamo già all’ultima tappa del nostro tour brasileiro, Foz do Iguaçu. Arrivati di buon’ora, rinunciamo velocemente alla colazione in favore di una brutale comida a kilo e sistemiamo gli zaini nell’ostello durante la fase di decollo di un C-130, rumorosissimo ventilatore in dotazione della stanza, un machete per aprirsi un varco nella jungla del gran caldo e sul sentiero che conduce alle cataratas do Iguaçu che cominciano a scorrere nella nostra immaginazione.

Raggiungiamo il luogo fantastico attraverso il sentiero sul lato brasiliano, popolato dai bizzari coatimundos nutriti purtroppo a Pringles, da lagartos, da farfalle multicolori e uccellini che emergono dal fondo del canyon… Arcobaleni a mezz’aria e un sordo rumore ci preannunciano lo spettacolo che ci si prepara, e qualunque nostra fantasia resta inerme di fronte all’impeto e alla bellezza e al realismo magico del perenne sipario d’acqua aperto sulla natura e davanti ai nostri occhi. La leggenda guaranì racconta che quando Naipur, figlia del capo della tribù e promessa in matrimonio al dio del fiume Paraná, fuggì su una zattera con il suo vero amore Tarobá (un giovane guerriero del villaggio), l’ira del dio si abbatté sui due e sul fiume provocando un enorme squarcio della terra che inghiottì i giovani e generò questo meraviglioso dono della natura, le imponenti cascate sull’Iguaçu (o Iguazu, dal guaraní“grandi acque”). Le chiome d’acqua che si gettano per 80 m di salto sarebbero i capelli di Naipur, contemplata per l’eternità da Tarobá sopravvissuto in forma di albero nella lussureggiante foresta tutt’intorno, e tra gli spruzzi e il vento sulla passerella sembra davvero di sentire le risate del dio, soffocate dal frastuono, come provenire da una grotta vicina.

Evidentemente non ancora soddisfatto da quel milionequattrocentomila litri di acqua al secondo appena visti e sentiti, G. riesce a convincere la S. che è il caso di fare una visita alla diga di Itaipú, la regina degli impianti idroelettrici del pianeta, che da sola soddisfa pressoché per intero il fabbisogno di energia elettrica paraguayano e quasi per il 20% quello brasiliano. Mentre lei si limita giustamente al tour panoramico dell’impianto, in compagnia di una ciurma di “pitucchi” dagli occhi a mandorla che fanno a gara per attirare le sue attenzioni, lui si spara per intero l’interessantissimo ed emozionante (dice) circuito “speciale” con visita tecnica completa e guidata delle macchine e delle strutture, con tanto di disegni, numeri e spiegazioni, della durata di 2 ore e mezza. La colossale opera bi-nazionale, la sua storia, e tutto il contesto che ci è sorto attorno sono indubbiamente affascinanti da tantissimi punti di vista, ancor più per noi che una roba larga 400 m e profonda 60 non siamo abituati a chiamarla “fiume”. E’ così in preda a una serie di indescrivibili emozioni che oltrepassiamo il confine tra Brasile e Argentina non senza un po’ di saudade, ché la lingua e lo spirito del paese iniziavano a svelarci i loro arcani e noi ormai ci muovevamo già con una certa disinvoltura.

Messa l’anima in pace per aver abbandonato al proprio destino il nostro orientale compagno di valico di confine, il cui rapporto compulsivo con lo smartphone ci suscitava qualche preoccupazione, decidiamo per prima cosa di approfondire il capitolo sulla fauna dell’Iguazu e in particolare veniamo attratti dal refugio de animales salvajes di GüiráOga, un ricovero per animali feriti o resi inabili alla vita selvatica. E’ un posto meraviglioso, un’oasi di jungla di 20 ettari in cui vediamo da vicinissimo scimmie, yacaré, capibara, cinghiali, aquile, meravigliosi tucani, un gato margay (è un piccolo parente del giaguaro), pernici giganti, pavoni e tantissimi altri uccelli che vivono nel mezzo della foresta, liberi o in grandi voliere o recinti, accuditi e ove possibile assistiti nella reintroduzione in natura o nella riproduzione da un gruppo di ragazzi guidati da una biologa che un paio di decenni fa ha deciso di dedicare a questo progetto la sua vita. Ci restano nel cuore iloros habladores, i pappagalli parlanti che hanno interagito simpaticamente prendendo in giro la S. scimmiottandone le risate, e più loro ripetevano, più la S. rideva, e saremmo andati avanti così in loop a oltranza se l’energica nostra guida non ci avesse tirati innanzi sulla passerella tra gli alberi verso la visita alle vivaci scimmiette… tra cui Totó, imbronciato e assorto in riflessioni evidentemente filosofico-esistenzialiste, il quale alla domanda della guida “que pasa Totó?” rispondeva afferrandone energicamente con la manina il braccialetto.

Il Parque Nacional Iguazu del lato argentino è abbastanza esteso, e per visitarlo in un sol giorno decidiamo di levarci di buon’ora, aiutati in questo dal provvidenziale fuso orario (scopriamo di essere un’ora indietro rispetto al Brasile ovviamente solo a mattinata inoltrata del secondo giorno, ma meno male). Ci lanciamo nel caldo torrido incamminandoci nella selva ed ecco ad aprire le danze della nostra esplorazione un tucano gigante e coloratissimo un po’ schivo agli scatti fotografici che sembra uscito da un cartone animato. Il piumaggio lucente sembra terciopelo (velluto), con l’enorme becco giallo e gli occhi azzurri se ne svolazza incuriosito tra i visitatori.

Percorriamo i sentieri e le passerelle tra la jungla che portano ai vari salti delle cataratas fino all’isola di San Martin, circondata dalla magnifica e fragorosa quinta d’acqua in caduta. La bellezza di questo posto è sconvolgente… nessuna descrizione potrà rendere l’idea.

Ci inoltriamo nel sentiero Macuco, un percorso meno battuto in mezzo alla foresta con le orecchie aguzze e gli occhi puntati nella fitta vegetazione per tentare di scorgere gli animali cercando di immaginare la vita silenziosa che pullula nel sottobosco attraverso il respiro della giungla. Avanziamo con i sensi in allerta e sentiamo che la natura è enorme, ricca e infinita, le farfalle ci seguono. I piedi affondano nelle foglie, inciampano nelle radici degli alberi che serpeggiano sul sentierucolo, e man mano che andiamo avanti tutto diventa più vicino, misterioso e avvolgente… è la giungla che ci viene incontro. E da questo tappeto impenetrabile emergono qua e là i timidi abitanti della foresta. Dopo qualche chilometro di cammino al caldo impietoso ci ritroviamo in una pozza naturale, in cui si getta una cascatella più nascosta, e non ci facciamo mancare il doveroso bagnetto.

una bella doccia ci voleva con questo caldo (la S. è lì in basso!)

Ci siamo tenuti per ultima la grande chicca: la Garganta del Diablo, cioè la “gola del diavolo” al centro delle cataratas. Ci incamminiamo sotto il sole percorrendo la serie di passerelle sospese qualche metro al di sopra della superficie dell’Iguazu che scorre placido. Il percorso termina bruscamente in una piattaforma, affacciata sul punto in cui le acque del fiume si abbandonano copiose in caduta libera nel vuoto del grande baratro. L’impatto è un’esperienza sensoriale totale e indescrivibile… Restiamo senza fiato. Il sole è già basso dietro di noi e il campo visivo è contornato da quasi un giro intero di arcobaleno. Le orecchie sono sorde per il rombo interminabile. Il corpo intero comincia a grondare d’acqua gocciolata? piovuta? spruzzata? vaporizzata? proveniente da ogni direzione. Guardando in basso c’è solo il fitto biancore provocato dalla forza degli scontri tra le masse d’acqua che lievita fino a parecchio sopra noi, e s’intravedono uccelli che guizzano nel vapore volteggiando verso nidi inarrivabili persino per l’immaginazione, eppoi da tutti i lati potenza ed energia che si sprigionano tra il verde della vegetazione diluito tra sbuffi e bruma e nebbia e l’azzurro cielo. Uno resta lì appoggiato (senza troppa convinzione) al parapetto, costruito chissà come proprio al limite dello strapiombo, dove il fiume perde il sostegno della terra che non si vede e non si sa dove sia finita lì in basso, e non riesce a capire se è il sublime o il terrore a prendere il sopravvento, ritrovandosi a ridere senza motivo, a capire che non è una cosa che si possa capire, a sentire che piace, e piace perché lo si sente, ma non è un’esperienza solo fisica. E poi uno comincia a fare, senza realmente volerlo ma senza poterlo evitare, una miriade di foto, che suggellino su un supporto indelebile quel che si stenta a raccogliere coi sensi, perché non si possa correre il rischio di dimenticare un’espressione di bellezza, forza, armonia e pace talmente straordinaria, perché si vorrebbe tenere sempre viva almeno l’immagine dentro in ogni istante; foto che poi saranno le stesse di migliaia di altri, incantati tutti allo stesso modo, tutti a non capacitarsi di quel che è.

tanta acqua nelle fauci del diavolo

Ci allontaniamo un po’ a malincuore, tirati via a forza dai guardiani ché il parco deve chiudere, con la sensazione di aver respirato un briciolo di infinito. Non abbiamo ancora visto le altre due grandi cascate, le Vittoria in Africa e quelle del Niagara, ma possiamo ben dire che da oggi la parola “cascate” ha per noi un nuovo significato.

(tutte le foto qui)

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Categorie: Argentina, Brasile | Lascia un commento

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