Archivi del mese: gennaio 2012

Briganti e amici della pampa

Nostro malgrado ben desti dopo le 3 ore di sterrato e sferraglio alla luce e alla polvere dell’alba, rieccoci di buon mattino a Mercedes – il posto giusto in cui tributare una doverosa visita al gauchito Gil, una specie di Robin Hood della pampache si dice rubasse ai ricchi per dare ai poveri. Ci facciamo raccontare tutta la leggenda dal tassista, che ci scarrozza su un vecchio Citroën cogli sportelli traballanti (e accensione a contatto manuale di cavi) fino alla specie di “santuario” fuori città sorto dove questo simpatico gaglioffo d’altri tempi sarebbe stato impiccato un centinaio d’anni fa e dove sarebbero iniziati i suoi miracoli.

gracias gauchito por mi coche nuevo!

 Nel mezzo delle bancarelle ciondolanti di ammennicoli che ormai un po’ sommergono il genuino culto popolare per la mitica figura del pastore / disertore / ladrone / avventuriero (uno che dalle nostre parti sarebbe sicuramente stato un brigante) osserviamo curiosi la suggestiva massa di ex-voto ed oggetti d’ogni tipo donati al gauchito: chitarre, pistole, fisarmoniche, bottiglie di vino, coltelli, tamburi, magliette della squadra di fútebol, abiti da sposa, quadri, biciclette, e migliaia di foto e soprattutto di targhe di auto, camion e moto, con tanto di ringraziamenti all’eroe. La prossima volta che vediamo una cappelletta rossa lungo la strada suoneremo il clacson anche noi in tuo onore, caro Gil.

L’autobus per Rosario parte tra qualche ora e ci sta pure un salto al piccolo museo municipale, che conserva alcuni esemplari di fauna locale imbalsamati in modo raccapricciante, una galleria didattica sull’anatomia animale che ha visto tempi migliori e un’esposizione di vecchi oggetti donati da illustri personalità di Mercedes e dintorni.

sembra innocuo, ma... lo è

L’orgoglioso custode, coperto di polvere come tutto il resto, stava ascoltando barzellette alla radio e non vedeva l’ora di poter chiacchierare un po’ con la Susi che grazie a lui scopre (dice) un sacco di cose, tipo che i campi nei dintorni sono popolati da innumerevoli specie di ferocissimi e pericolosissimi serpenti che amano cacciare esseri umani, specialmente ragazze non troppo alte e coi capelli lunghi e neri. Sarà l’afa che comincia a picchiare forte… il sole bastona i muri e l’asfalto e le nostre teste, mentre secchiate di aria calda arrivano copiose in viso. Meno male che siamo in un posto così civile da tenere in piedi all’ombra degli eucalipti una preziosissima (e da queste parti rarissima) fontanella e da mettere a disposizione per pochi pesos in qualunque comune negozietto o chiosco per la strada dei bei bicchieroni di macedonia di frutta fresca.

una cosa così sul Po non l'avevamo mai vista

Un’altra notte di viaggio e all’alba Rosario, per noi la prima vera ciudad in Argentina… dove ci aspetta Miguel! Nello stanzone dell’ostello ”Anamundana” ci sistemiamo con la nostra classica calma per poi esplorare la piacevole costanera, cioè il lungofiume urbano sui bordi del Paranà finché un temporalone coi controfiocchi, assolutamente improvviso, ci dà una buona scusa per iniziare la serata con una bella birretta, anzi due, ché qui l’happy hour funziona così. Però facciamo presto, ché abbiamo un appuntamento al “La vie en rose”. Ovviamente siamo noi ad aspettare Miguelito… ma l’attesa è ampiamente ripagata dalla voglia e dal piacere di ritrovarsi con un caro amico in un posto così lontano da casa! E’ parecchio che non ci si vede con calma e una buona bottiglia di Malbec dà il la allo scorrere di fiumi di racconti e vicissitudini e non finisce mica lì, ci attende una bella tavolata con Beltran e gli altri amici e amiche del locale che, carta e penna alla mano, a tarda notte arrivano ad abbozzare per noi improbabili cartine geografiche del nord-ovest argentino consigliandoci gli itinerari e i luoghi che non dovremmo perderci.

In tre giorni a Rosario riusciamo a scoprire:

– che il vino argentino ci piace

– che il clericó (sangria de sidra) ci piace

qualcuno capirà

– che il pesce del fiume è commestibile, non senza qualche riserva e soprattutto solo convincendo il cameriere con un po’ di fatica che sì, la boga la mangeremo lo stesso, anche se non è despinada

– che tutto il palazzo dove si trova la casa natale del Che Guevara oggi appartiene a una grande multinazionale assicurativa

– che non abbiamo abbastanza coraggio per farci il bagno nel Paranà nemmeno per averne un po’ di sollievo dalla calura (a differenza dei locali che paiono non curarsi del colore marrone dell’acqua e di ciò che ci galleggia)

– che gli argentini amano parecchio la charla, ovvero: il silenzio è reato…

– che la S. apprezza (e non poco) il fernet y cola, che idrata la nostra cena di despedida con Miguel, Laura (a sorpresa presente in città anche lei!) e le altre amiche al delizioso “Café de la Flor”.

 

Mentre noi siamo alle prese con tutte le nostre trovate, all’”Anamundana” l’affabile Victor (il brasiliano dell’internazionale staff dell’ostello) è tutto indaffarato nella preparazione di prelibatezze culinarie che iniziano a prendere forma nella cucina per poi sfilare a bordo di vassoi coloratissimi in direzione frigorifero che si illumina di allegria, per la cena della noche buena (vigilia di Natale) organizzata appositamente per i suoi ospiti, e alla fine ci dispiace aver già deciso di partire e non poter cedere alle insistenze di Ratatouille… Ma il prezzo per la nostra scelta frettolosa e un po’ asociale non tardiamo a pagarlo in comode rate ché il temibile colpo della strega, il flagello dei backpackers si abbatte sull’inerme G. con l’immancabile zainone in spalla, proprio sulla soglia d’uscita.

La strega streghetta

bastona e bacchetta

colpisce spietata

la schiena spezzata

ahi che dolore!

panico e pallore

paralisi e risate

col cavolo partite!!!

sta’ fermo qui un pochino

un dolce massaggino

a suon di artrosilene

si sente già più bene

e in groppa lo zainone

suvvia per la stazione…

Insomma, passata la paura la dura fibra pare resistere ai dolori.. e alla fine della fiera riusciamo ad arrivare a Buenos Aires con solo una quindicina di giorni di ritardo sulla nostra vaga iniziale tabella di marcia, giusto in tempo per festeggiare il Natale nell’atmosfera del pittoresco barrio di San Telmo. Però questo è già il prossimo capitolo!

(le foto qui)

Annunci
Categorie: Argentina | Lascia un commento

L’ultimo dei caimani

Una lenta colazione a base di succo d’arancia ed empanadas di carne al mattino presto nella pittoresca stazione di Mercedes è un ottimo pretesto per perdersi nella contemplazione dei simpatici gauchos (contadini, in lingua guaranì) che gironzolano in costume tipico: grandi cappelli neri, camicia a sbuffo, fazzoletto con fermaglio al collo, pantaloni larghi a coscia e ginocchio e stretti alla caviglia, cinturone adorno di orpelli vari tra cui un fodero decorato per forchetta e coltello, e scarpine di tela… in attesa della coincidenza per gli Esteros del Ibera’, una vasta riserva naturalistica di paludi e lagune alimentate dalle acque del Paraná, ove pare si possa osservare un’incredibile moltitudine di specie animali, e a noi giusto ce ne mancano un paio per terminare la collezione.

Veniamo caricati a bordo del colectivo e ancora mezzo assonnati ci lasciamo ipnotizzare da un orologio analogico da muro piazzato al centro dell’autobus e fermo alle ore 4, che probabilmente sarebbe stato più adatto per la cucina di casa (ma alla fine son gusti, ndS)La moka espresso tutta gialla tossisce forte prima di partire, destandoci brutalmente dal nostro torpore… per poi portarci allegri allegri attraverso questo assaggio di pampasgranocchiando i sassi dello sterrato di 120 km che conduce a Colonia Pellegrini, avamposto nella riserva, mentre nuvole dense di terra rossa entrano dai finestrini spalancati per il gran caldo, incipriando passeggeri e bagagli. Già lungo queste 3 ore e mezzo di pascoli, scossoni, tremolii e rumore si cominciano a vedere i buffi capibara (qua li chiamano carpinchos) che attraversano la strada, mentre un airone vola seguendo l’autobus in linea d’aria per poi sparire misteriosamente in mezzo a una mandria (boh, l’avrà usato una mucca come stuzzicadenti…), e altri uccelli variopinti che non conosciamo svolazzano intorno. 

Il cingolato, pur facendo un gran fracasso, si difende bene dalle insidie della strada sconnessa, supera il precario ponticello in legno e ferro

che cigola paurosamente al suo passaggio e finalmente arriviamo a destinazione.
Non è che ci aspettassimo proprio una città, no… però qui s
iamo in aperta campagna! Le distanze sono definite in cuadras, che normalmente traduciamo con “isolati” ma in questo posto il reticolo regolare di strade (di sabbia) in cui incrociamo solo animali non separa che appezzamenti di verde. Nel calor inaguantable raggiungiamo qualche capanna e qualche costruzione tra i recinti, e in breve abbiamo una casa all’hospedaje “Los Amigos”. Il tempo di una doccia veloce e siamo già al camping Iberà per un paseo en lancha (giro in barca) organizzato davvero al volo.

Luce calma del tramonto, cielo azzurro cristallino e soffici nubi bianche, il silenzio, la barca che taglia la placida superficie della laguna, il tonfo del remo nell’acqua e tutt’intorno natura solo natura, poi lo sbuffo del capibara che emerge a galla. E poi aironi, libellule, pernici, cormorani, ninfee e fiori a pelo d’acqua… e mille occhi di yacaré che seguono con discrezione ogni nostro movimento.

Eccolo lì, e non è affatto un pezzo di tronco circondato da islas flotantes (isole galleggianti) lui, il re della laguna, un caimano nero dagli occhi ambrati se ne sta placido e sonnecchioso a farsi accarezzare la rude corteccia dal sole, regolando la temperatura corporea aprendo e chiudendo il muso di tanto in tanto, ci lascia intravedere il roseo palato mentre l’impettito gallito de agua (galletto d’acqua) zampetta orgoglioso sulle foglie delle isolette di vegetazione. Non c’è nessun pericolo di diventare la triste merendina del caimano dato che si nutre soltanto di pesce, invece i piraña che si muovono da queste parti, generalmente in solitaria a differenza di quelli amazzonici, pare non siano altrettanto socievoli.

Rimaniamo al camping inchiodati al piccolo molo di fronte a un tramonto meraviglioso nel silenzio assoluto, mentre sotto di noi il caimano Tiziano spiaggiato fra le foglie si avvicina per soddisfare la sua curiosità e noi gli tendiamo la mano mentre sorseggiamo la nostra solita Quilmes (da litro).

proprio così. E silenzio

All’improvviso un ramo raggiunge il povero caimano inerme che, è il caso di dire, non batte ciglio… “Pedro, no son cocodrilos, son yacarés!!!” asserisce un piccolo futuro biologo al suo fratellino, dopo aver studiato i tempi di reazione dell’animale a un tentativo di attacco da ramoscello.

Ci incamminiamo verso casa sul sentiero stellato, illuminato solo dalle stelle e da misteriosi pianeti incrociando cavalli al galoppo montati da bambini, visibili nella penombra solo quando quasi ci sbattiamo contro dato che l’illuminazione pubblica è scarsissima e l’arena attutisce i colpi degli zoccoli. Tra loro, le mucche le pecore i cani e le galline che popolano le strade, sembra di essere nel selvaggio far west, e ci piace!

Anche la colazione qui non è male e noi siamo capacissimi di sfondarci dell’ottimo dulce de leche fatto in casa con ingredienti semplici (latte di mucca, zucchero, bicarbonato che vanno mescolati in una pentola a fuoco lento). La nostra locandiera ci svela el secreto per la buona riuscita: non bisogna mai guardarsi intorno mentre si mescola. E dopo l’ottimo rifornimento mattutino con i compagni di lancha in una curiosa mezcla culturale in cui il café au lait francese è diventato il café olé spagnolo, chiudiamo questa parentesi di simpatia e ci muoviamo verso il centro della cittadina. Per “centro” a Colonia Pellegrini si intende un “isolato” senza costruzioni e tenuto a parco, su cui si affaccia una casetta che è il municipio, e dove gli addetti al verde pubblico sono gli animali che pascolano radendo al suolo l’erbetta fresca e sono tutti belli pasciuti.

Una via del centro a Colonia Pellegrini. Davvero!

Fra il caldo e la polvere che si solleva ad ogni pick-up di passaggio, appare uno striscione sarcastico dedicato al pirata yanqui que saluda con sombrero ajeno. Una signora ci spiega che allude all’americano che sta comprando vari appezzamenti di terra nei dintorni, col fine dichiarato di farne un’area protetta; nel suo operato, evidentemente, la gente del luogo non vi legge un prodigarsi per il bene del territorio bensì un malcelato intento di sfruttare le potenziali ricchezze della zona.

Il graziosissimo campeggio del villaggio è un posto favoloso: verde erba a raso, tettoie con tavoli e panche e barbecue per ogni piazzola, il molo di legno proteso nell’acqua calma e noi piazzati lì puntuali a guardare il tramonto, e a rimpiangere di non avere tenda e sacchi a pelo per dormire sull’erba cullati dai mille versi di uccelli. La lezione del giorno è: affondare i piedini nell’acqua per rinfrescarsi *NON*si*fa*, soprattutto se ci nuota qualche esserino in teoria socievole, ma tentarlo in questo modo… E allora ce ne stiamo a osservare i lucertoloni intenti a curiosare intorno alle tende sulla riva, e un cane che parte convinto e si lancia all’impazzata in un inseguimento sfrenato terra-acqua dietro a uno di loro che serpeggia fino a scomparire. C’è chi scommette 2 pesos per il yacaré che continua la sua crociera insinuosa e poi si fa immobile nell’acqua in attesa che una preda gli passi incautamente davanti.

La storia della riserva dell’Ibera’ (dal guarani’ “acqua che brilla”) è quella di un posto dove molte delle specie di animali hanno rischiato di scomparire solo una ventina di anni fa, a causa del sovrasfruttamento da parte delll’uomo. Per fortuna, oggi cacciatori e pescatori lavorano invece come guardafauna o biologi, e la natura si prende tutti i suoi spazi creando un complesso habitat in cui le specie convivono in equilibrio e sinergia. E’ il caso degli uccellini posati sulla pelliccia dei capibara intenti a ripulirli dai parassiti e ad usarli come mezzo di trasporto. L’esplorazione di qualche sentiero dentro una suggestiva macchia di foresta non ce la lasciamo certo sfuggire e mentre camminiamo tra gli alberi, una simpatica scimmietta marroncina se ne approfitta, ma niente panico, la piccola è innocua, sta solo facendo merenda: sbuccia i frutti di una palma, li mangia voracemente e si libera della parte che non gradisce. Più in là, uno scimmiottone tutto nero e ben tornito appollaiato su un ramo ci fa capire di chi erano i confetti di cacca sul sentiero abbozzando un sorriso imbronciato.

Concludiamo ancora in bellezza seduti sul molo al camping, i nostri sguardi si perdono all’orizzonte mentre un caimano taglia in due il tramonto giallo infuocato marcando il confine tra cielo e terra nella sua placida crociera a pelo d’acqua. Sono tutti incantati da questo spettacolo della natura – tutti tranne uno, il solito vivace cagnolino che parte in picchiata lanciandosi una seconda volta in acqua dal molo in un folle inseguimento, ovviamente senza speranze…

Passa anche l’ultimo giorno tra passeggiate di cuadras e cuadras al sole respirando caldo e polvere, svariate docce rinfrescanti che ci consentono di sopravvivere al rovente pomeriggio e insalatone per cena allo Yacarù Porà, gradevole ristorantino, consigliatissimo non solo per il cesto di crostini di pane che ci accolgono ogni volta, ma anche perché è l’unico che troviamo aperto.

Diciamolo pure che avevamo avuto la possibilità di ripartire in una camioneta decisamente più comoda, ma mettiamola così, a noi il cingolato dell’andata ci è troppo piaciuto… ed eccolo lì puntualissimo per l’unica corsa giornaliera, alle 4 del mattino lo vediamo avvicinarsi con l’autista impeccabile nell’uniforme gialla e nera a muoversi con disinvoltura nel polverone, impaziente di scarrozzarci con diligenza per la via di ritorno a Mercedes.

(altre foto qui)

Categorie: Argentina | Lascia un commento

Gesuiti, indigeni e poeti

Ci lasciamo dietro l’incantevole esperienza delle cascate e un bel mattino prendiamo un minibus che percorre la Ruta Nacional 12 in direzione sud, fra il verde intenso delle piantagioni di yerba mate, té, pini, tabacco, mandioca, mais e il rosso della terra in contrasto con il cielo azzurrissimo. Mentre tra gli scossoni l’autista e il bigliettaio continuano a passarsi il mate, il nostro sguardo spazia al di là dei campi sulla linea dell’orizzonte e si perde nella selva misteriosa, testimone della storia, scenario di romanzi, racconti e leggende, lo stesso paesaggio che si trovarono davanti i primi esploratori del nuovo mondo, un tempo casa e rifugio delle tribù dei nativi di etnia guaranì.

La provincia argentina in cui ci troviamo, al confine tra Paraguay, Brasile e Uruguay, si chiama Misiones perché tra 1600 e 1700 fiorirono qui una serie di comunità di guaraní guidate (non solo spiritualmente) da sacerdoti gesuiti venuti dall’Europa. Pare infatti che, potendo solo scegliere tra la schiavitù totale nelle mani degli spagnoli o dei portoghesi, e la conversione religiosa con sottomissione spirituale ai frati (i quali godevano di una certa autonomia nei confronti delle due corone e promettevano di rispettare in una certa misura tradizioni e cultura native), molti guaraní abbandonarono i loro villaggi nella foresta per fondare con questi generosissimi uomini di chiesa (che oltre al Verbo portavano dal vecchio continente arti, architettura e tecnologia) vere e proprie città, con un’urbanistica e un’organizzazione avanzata, una gestione “comune” delle risorse come la terra da coltivare e gli strumenti di lavoro, e una sorta di “stato sociale” per il benessere di tutti. A parte la premessa un po’ enciclopedica, ci è parso interessante, nella nostra rotta verso sud, fare una tappa a San Ignacio, un piccolo centro con qualche sito meglio conservato dove è possibile far visita alle vestigia in rovina di questo connubio di arti e scienze tecniche e sociali tra uomo bianco e popolazioni autoctone.

Di tutto questo strano esperimento sociale, infatti, oggi non sono visibili che dei ruderi, strappati e tenuti liberi a fatica dalla giungla, a dare un’idea di quel che doveva essere la vita in queste comunità, ciascuna delle quali contava incredibilmente qualche migliaio di nativi e solo due sacerdoti. Le chiese, gli spazi amministrativi e istituzionali, le abitazioni e le botteghe artigiane dei guaraní convertiti furono del tutto abbandonate e in molti casi distrutte e saccheggiate quando il governo coloniale spagnolo ne ebbe abbastanza dello strapotere dei gesuiti e fece fuori queste pericolose sacche di autonomia culturale ed economica (più o meno a metà ‘700). In due mezze giornate, con qualche passeggiata al sole sulle strade larghe e polverose del paese o lungo la statale nel mezzo del nulla, riusciamo a vedere San Ignacio Miní, molto ben restaurata e ricostruita e che mantiene, intorno al vasto piazzale che costituiva il centro della cittadina, alcune graziose decorazioni architettoniche di pilastri, balaustre e architravi degli edifici più importanti; ma restiamo in particolare suggestionati da Santa Ana, dai muri di pietre rosse incastonati tra gli alberi nella selva silenziosa, e dal suo cimitero usato fino al 1980 e perciò pieno di tombe e cappelle diroccate ma ben riconoscibili, in molti casi ancora con foto e nomi e bare scoperte o cadute e lasciate al tempo, alle radici degli alberi ed ai lucertoloni che vi scorrazzano.

saltellando tra le tombe

La guida ci spiega che è grazie ai gesuiti che alcune tracce della cultura guaraní (lingua e tradizioni) si sono conservate fino ai giorni nostri. Esiste una codificazione scritta del loro complesso idioma ed addirittura qualche frate si prese la briga di tradurre l’intera Bibbia. Insomma, questa volta, con tutte le limitazioni del caso, l’indigeno sarebbe sfuggito alla metafora del “foglio bianco” nella visione del colonizzatore europeo il quale pretendeva di riscrivere la storia dei nativi su un foglio bianco, appunto, con termini e prospettive occidentali.

Oltre alle visite archeologiche ed agli approfondimenti storici, c’è abbastanza poco da fare nella polverosa e sonnolenta San Ignacio se non cimentarsi in una bella carbonara in ostello per cena! Evabe’, gli ingredienti locali sono un po’ di fortuna (mica è colpa nostra se al supermercato il prezzo dell’olio extravergine d’oliva è 20 volte quello dell’olio di girasole), ma volete mettere il piacere di una bella scofanata di pasta vero italian-style, ché ormai è un mese che ne sentiamo la mancanza? E poi, così apprezziamo meglio anche il ciambellone che ci servono a colazione, che a S. pare fritto in olio motore e che effettivamente ha un singolare retrogusto di orata…

sembra tanta, ma non ci lasciamo intimorire

A chi dovesse passare da queste parti consigliamo anche di render omaggio, come abbiam fatto noi, allo scrittore uruguayo Horacio Quiroga ed alla sua abitazione-museo che conserva tracce della sua personalità decisamente borderline. Questo sgangherato e instancabile storyteller, con la biografia segnata da una serie quasi comica di eventi davvero tragici, viveva nella selva presso il fiume Paraná non lontano da qui, in case che si costruiva da solo (così come si era intagliato da solo la barca con cui faceva su e giù da Buenos Aires, per trasportare l’erba mate che si coltivava, mentre allevava l’anaconda in giardino, imbalsamava uccelli, macinava il suo mais, inventava marchingegni, si riparava la Ford “T”, scorrazzava in motocicletta, educava tre figli avuti con due mogli di 30 anni più piccole di lui… e scriveva poesie). Alla periferia di San Ignacio raggiungiamo l’interessante ricostruzione della sua abitazione, percorrendo nel sole accecante prima una silenziosa e polverosa strada rossa e poi uno stretto sentiero che serpeggia nel mezzo di una fitta piantagione di canne da zucchero, e ci perdiamo per un pomeriggio nelle tracce e nelle righe di questo artista sconosciuto e surreale.

“No escribas bajo el imperio de la emociòn. Déjala morir y evocala luego. Si entonces eres capaz de revivirla tal cual fué, has llegado en arte a la mitad del camino.” (H. Quiroga)

Ma quello con lo scrittore non è l’unico incontro particolare della giornata… è piuttosto il preludio di un’altra conoscenza singolare. Sulla via del ritorno ci imbattiamo in una vecchia Dodge “Coronado” un po’ malmessa, pare esser sopravvissuta a stento a un incendio o qualcosa del genere ed è parcheggiata, pare a tempo indeterminato, a bordo della carreggiata, accanto all’incrocio della chiesa centrale. All’interno restano dei rottami scheletrici al posto di sedili e sterzo semi-arrugginiti e mangiati dal tempo.

l'auto dell'amico ha vissuto tempi migliori

Qualcuno osserva la scenetta da lontano: è un arzillo vecchietto immerso nella lettura che alla nostra domanda “Que pasó con ese coche?!” balza in piedi abbandonando il giornale e si avvicina vivacemente incuriosito e contento di poter dialogare con degli sconosciuti venuti da così lontano, come ci farà notare dopo aver ascoltato con attenzione la nostra storia. Impaziente di raccontarsi anche lui, Ursulo, 89enne paraguayano, fra un sorriso d’entusiasmo e l’altro ci svela il suo passato e i suoi ricordi… l’assalto da parte dei banditi al quale è sopravvissuto per miracolo, l’auto che di punto in bianco all’una di notte prende fuoco da sola, la storia delle mucche rimaste “orfane” di padrone in Paraguay e affidate alle cure e alle premure del vicino di casa, quella delle sue 10 galline misteriosamente scomparse… ancora visibilmente provato non si sa se più per le mucche, per l’auto, per le galline o per la moglie mancata da pochi anni in seguito a un’aggressione di intrusi in casa. Ci invita dentro e ci fa vedere le sue foto scattate con turisti (ma soprattutto turiste) provenienti da tutte le parti del mondo, probabilmente accalappiati con la tecnica della vecchia Coronado… e ci chiede di inviargli la foto che ci facciamo insieme (in realtà se la fa scattare abbracciato alla Susi, ndG). Il simpatico incontro si conclude con una lezione di guaraní in un paio di suoni gutturali assolutamente impronunciabili. Lo ringraziamo, salutiamo e andiamo via allegri sotto un cielo trapuntato di stelle luminosissime, in cui regnano Orione che da queste parti è sottosopra e una Lunamora nascente offuscata dai nugoli di terra rossa che si solleva ad ogni nostro passo.

(Un altro po’ di foto qui)

Categorie: Argentina | Lascia un commento

Blog su WordPress.com.