Gesuiti, indigeni e poeti

Ci lasciamo dietro l’incantevole esperienza delle cascate e un bel mattino prendiamo un minibus che percorre la Ruta Nacional 12 in direzione sud, fra il verde intenso delle piantagioni di yerba mate, té, pini, tabacco, mandioca, mais e il rosso della terra in contrasto con il cielo azzurrissimo. Mentre tra gli scossoni l’autista e il bigliettaio continuano a passarsi il mate, il nostro sguardo spazia al di là dei campi sulla linea dell’orizzonte e si perde nella selva misteriosa, testimone della storia, scenario di romanzi, racconti e leggende, lo stesso paesaggio che si trovarono davanti i primi esploratori del nuovo mondo, un tempo casa e rifugio delle tribù dei nativi di etnia guaranì.

La provincia argentina in cui ci troviamo, al confine tra Paraguay, Brasile e Uruguay, si chiama Misiones perché tra 1600 e 1700 fiorirono qui una serie di comunità di guaraní guidate (non solo spiritualmente) da sacerdoti gesuiti venuti dall’Europa. Pare infatti che, potendo solo scegliere tra la schiavitù totale nelle mani degli spagnoli o dei portoghesi, e la conversione religiosa con sottomissione spirituale ai frati (i quali godevano di una certa autonomia nei confronti delle due corone e promettevano di rispettare in una certa misura tradizioni e cultura native), molti guaraní abbandonarono i loro villaggi nella foresta per fondare con questi generosissimi uomini di chiesa (che oltre al Verbo portavano dal vecchio continente arti, architettura e tecnologia) vere e proprie città, con un’urbanistica e un’organizzazione avanzata, una gestione “comune” delle risorse come la terra da coltivare e gli strumenti di lavoro, e una sorta di “stato sociale” per il benessere di tutti. A parte la premessa un po’ enciclopedica, ci è parso interessante, nella nostra rotta verso sud, fare una tappa a San Ignacio, un piccolo centro con qualche sito meglio conservato dove è possibile far visita alle vestigia in rovina di questo connubio di arti e scienze tecniche e sociali tra uomo bianco e popolazioni autoctone.

Di tutto questo strano esperimento sociale, infatti, oggi non sono visibili che dei ruderi, strappati e tenuti liberi a fatica dalla giungla, a dare un’idea di quel che doveva essere la vita in queste comunità, ciascuna delle quali contava incredibilmente qualche migliaio di nativi e solo due sacerdoti. Le chiese, gli spazi amministrativi e istituzionali, le abitazioni e le botteghe artigiane dei guaraní convertiti furono del tutto abbandonate e in molti casi distrutte e saccheggiate quando il governo coloniale spagnolo ne ebbe abbastanza dello strapotere dei gesuiti e fece fuori queste pericolose sacche di autonomia culturale ed economica (più o meno a metà ‘700). In due mezze giornate, con qualche passeggiata al sole sulle strade larghe e polverose del paese o lungo la statale nel mezzo del nulla, riusciamo a vedere San Ignacio Miní, molto ben restaurata e ricostruita e che mantiene, intorno al vasto piazzale che costituiva il centro della cittadina, alcune graziose decorazioni architettoniche di pilastri, balaustre e architravi degli edifici più importanti; ma restiamo in particolare suggestionati da Santa Ana, dai muri di pietre rosse incastonati tra gli alberi nella selva silenziosa, e dal suo cimitero usato fino al 1980 e perciò pieno di tombe e cappelle diroccate ma ben riconoscibili, in molti casi ancora con foto e nomi e bare scoperte o cadute e lasciate al tempo, alle radici degli alberi ed ai lucertoloni che vi scorrazzano.

saltellando tra le tombe

La guida ci spiega che è grazie ai gesuiti che alcune tracce della cultura guaraní (lingua e tradizioni) si sono conservate fino ai giorni nostri. Esiste una codificazione scritta del loro complesso idioma ed addirittura qualche frate si prese la briga di tradurre l’intera Bibbia. Insomma, questa volta, con tutte le limitazioni del caso, l’indigeno sarebbe sfuggito alla metafora del “foglio bianco” nella visione del colonizzatore europeo il quale pretendeva di riscrivere la storia dei nativi su un foglio bianco, appunto, con termini e prospettive occidentali.

Oltre alle visite archeologiche ed agli approfondimenti storici, c’è abbastanza poco da fare nella polverosa e sonnolenta San Ignacio se non cimentarsi in una bella carbonara in ostello per cena! Evabe’, gli ingredienti locali sono un po’ di fortuna (mica è colpa nostra se al supermercato il prezzo dell’olio extravergine d’oliva è 20 volte quello dell’olio di girasole), ma volete mettere il piacere di una bella scofanata di pasta vero italian-style, ché ormai è un mese che ne sentiamo la mancanza? E poi, così apprezziamo meglio anche il ciambellone che ci servono a colazione, che a S. pare fritto in olio motore e che effettivamente ha un singolare retrogusto di orata…

sembra tanta, ma non ci lasciamo intimorire

A chi dovesse passare da queste parti consigliamo anche di render omaggio, come abbiam fatto noi, allo scrittore uruguayo Horacio Quiroga ed alla sua abitazione-museo che conserva tracce della sua personalità decisamente borderline. Questo sgangherato e instancabile storyteller, con la biografia segnata da una serie quasi comica di eventi davvero tragici, viveva nella selva presso il fiume Paraná non lontano da qui, in case che si costruiva da solo (così come si era intagliato da solo la barca con cui faceva su e giù da Buenos Aires, per trasportare l’erba mate che si coltivava, mentre allevava l’anaconda in giardino, imbalsamava uccelli, macinava il suo mais, inventava marchingegni, si riparava la Ford “T”, scorrazzava in motocicletta, educava tre figli avuti con due mogli di 30 anni più piccole di lui… e scriveva poesie). Alla periferia di San Ignacio raggiungiamo l’interessante ricostruzione della sua abitazione, percorrendo nel sole accecante prima una silenziosa e polverosa strada rossa e poi uno stretto sentiero che serpeggia nel mezzo di una fitta piantagione di canne da zucchero, e ci perdiamo per un pomeriggio nelle tracce e nelle righe di questo artista sconosciuto e surreale.

“No escribas bajo el imperio de la emociòn. Déjala morir y evocala luego. Si entonces eres capaz de revivirla tal cual fué, has llegado en arte a la mitad del camino.” (H. Quiroga)

Ma quello con lo scrittore non è l’unico incontro particolare della giornata… è piuttosto il preludio di un’altra conoscenza singolare. Sulla via del ritorno ci imbattiamo in una vecchia Dodge “Coronado” un po’ malmessa, pare esser sopravvissuta a stento a un incendio o qualcosa del genere ed è parcheggiata, pare a tempo indeterminato, a bordo della carreggiata, accanto all’incrocio della chiesa centrale. All’interno restano dei rottami scheletrici al posto di sedili e sterzo semi-arrugginiti e mangiati dal tempo.

l'auto dell'amico ha vissuto tempi migliori

Qualcuno osserva la scenetta da lontano: è un arzillo vecchietto immerso nella lettura che alla nostra domanda “Que pasó con ese coche?!” balza in piedi abbandonando il giornale e si avvicina vivacemente incuriosito e contento di poter dialogare con degli sconosciuti venuti da così lontano, come ci farà notare dopo aver ascoltato con attenzione la nostra storia. Impaziente di raccontarsi anche lui, Ursulo, 89enne paraguayano, fra un sorriso d’entusiasmo e l’altro ci svela il suo passato e i suoi ricordi… l’assalto da parte dei banditi al quale è sopravvissuto per miracolo, l’auto che di punto in bianco all’una di notte prende fuoco da sola, la storia delle mucche rimaste “orfane” di padrone in Paraguay e affidate alle cure e alle premure del vicino di casa, quella delle sue 10 galline misteriosamente scomparse… ancora visibilmente provato non si sa se più per le mucche, per l’auto, per le galline o per la moglie mancata da pochi anni in seguito a un’aggressione di intrusi in casa. Ci invita dentro e ci fa vedere le sue foto scattate con turisti (ma soprattutto turiste) provenienti da tutte le parti del mondo, probabilmente accalappiati con la tecnica della vecchia Coronado… e ci chiede di inviargli la foto che ci facciamo insieme (in realtà se la fa scattare abbracciato alla Susi, ndG). Il simpatico incontro si conclude con una lezione di guaraní in un paio di suoni gutturali assolutamente impronunciabili. Lo ringraziamo, salutiamo e andiamo via allegri sotto un cielo trapuntato di stelle luminosissime, in cui regnano Orione che da queste parti è sottosopra e una Lunamora nascente offuscata dai nugoli di terra rossa che si solleva ad ogni nostro passo.

(Un altro po’ di foto qui)

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Categorie: Argentina | Lascia un commento

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