L’ultimo dei caimani

Una lenta colazione a base di succo d’arancia ed empanadas di carne al mattino presto nella pittoresca stazione di Mercedes è un ottimo pretesto per perdersi nella contemplazione dei simpatici gauchos (contadini, in lingua guaranì) che gironzolano in costume tipico: grandi cappelli neri, camicia a sbuffo, fazzoletto con fermaglio al collo, pantaloni larghi a coscia e ginocchio e stretti alla caviglia, cinturone adorno di orpelli vari tra cui un fodero decorato per forchetta e coltello, e scarpine di tela… in attesa della coincidenza per gli Esteros del Ibera’, una vasta riserva naturalistica di paludi e lagune alimentate dalle acque del Paraná, ove pare si possa osservare un’incredibile moltitudine di specie animali, e a noi giusto ce ne mancano un paio per terminare la collezione.

Veniamo caricati a bordo del colectivo e ancora mezzo assonnati ci lasciamo ipnotizzare da un orologio analogico da muro piazzato al centro dell’autobus e fermo alle ore 4, che probabilmente sarebbe stato più adatto per la cucina di casa (ma alla fine son gusti, ndS)La moka espresso tutta gialla tossisce forte prima di partire, destandoci brutalmente dal nostro torpore… per poi portarci allegri allegri attraverso questo assaggio di pampasgranocchiando i sassi dello sterrato di 120 km che conduce a Colonia Pellegrini, avamposto nella riserva, mentre nuvole dense di terra rossa entrano dai finestrini spalancati per il gran caldo, incipriando passeggeri e bagagli. Già lungo queste 3 ore e mezzo di pascoli, scossoni, tremolii e rumore si cominciano a vedere i buffi capibara (qua li chiamano carpinchos) che attraversano la strada, mentre un airone vola seguendo l’autobus in linea d’aria per poi sparire misteriosamente in mezzo a una mandria (boh, l’avrà usato una mucca come stuzzicadenti…), e altri uccelli variopinti che non conosciamo svolazzano intorno. 

Il cingolato, pur facendo un gran fracasso, si difende bene dalle insidie della strada sconnessa, supera il precario ponticello in legno e ferro

che cigola paurosamente al suo passaggio e finalmente arriviamo a destinazione.
Non è che ci aspettassimo proprio una città, no… però qui s
iamo in aperta campagna! Le distanze sono definite in cuadras, che normalmente traduciamo con “isolati” ma in questo posto il reticolo regolare di strade (di sabbia) in cui incrociamo solo animali non separa che appezzamenti di verde. Nel calor inaguantable raggiungiamo qualche capanna e qualche costruzione tra i recinti, e in breve abbiamo una casa all’hospedaje “Los Amigos”. Il tempo di una doccia veloce e siamo già al camping Iberà per un paseo en lancha (giro in barca) organizzato davvero al volo.

Luce calma del tramonto, cielo azzurro cristallino e soffici nubi bianche, il silenzio, la barca che taglia la placida superficie della laguna, il tonfo del remo nell’acqua e tutt’intorno natura solo natura, poi lo sbuffo del capibara che emerge a galla. E poi aironi, libellule, pernici, cormorani, ninfee e fiori a pelo d’acqua… e mille occhi di yacaré che seguono con discrezione ogni nostro movimento.

Eccolo lì, e non è affatto un pezzo di tronco circondato da islas flotantes (isole galleggianti) lui, il re della laguna, un caimano nero dagli occhi ambrati se ne sta placido e sonnecchioso a farsi accarezzare la rude corteccia dal sole, regolando la temperatura corporea aprendo e chiudendo il muso di tanto in tanto, ci lascia intravedere il roseo palato mentre l’impettito gallito de agua (galletto d’acqua) zampetta orgoglioso sulle foglie delle isolette di vegetazione. Non c’è nessun pericolo di diventare la triste merendina del caimano dato che si nutre soltanto di pesce, invece i piraña che si muovono da queste parti, generalmente in solitaria a differenza di quelli amazzonici, pare non siano altrettanto socievoli.

Rimaniamo al camping inchiodati al piccolo molo di fronte a un tramonto meraviglioso nel silenzio assoluto, mentre sotto di noi il caimano Tiziano spiaggiato fra le foglie si avvicina per soddisfare la sua curiosità e noi gli tendiamo la mano mentre sorseggiamo la nostra solita Quilmes (da litro).

proprio così. E silenzio

All’improvviso un ramo raggiunge il povero caimano inerme che, è il caso di dire, non batte ciglio… “Pedro, no son cocodrilos, son yacarés!!!” asserisce un piccolo futuro biologo al suo fratellino, dopo aver studiato i tempi di reazione dell’animale a un tentativo di attacco da ramoscello.

Ci incamminiamo verso casa sul sentiero stellato, illuminato solo dalle stelle e da misteriosi pianeti incrociando cavalli al galoppo montati da bambini, visibili nella penombra solo quando quasi ci sbattiamo contro dato che l’illuminazione pubblica è scarsissima e l’arena attutisce i colpi degli zoccoli. Tra loro, le mucche le pecore i cani e le galline che popolano le strade, sembra di essere nel selvaggio far west, e ci piace!

Anche la colazione qui non è male e noi siamo capacissimi di sfondarci dell’ottimo dulce de leche fatto in casa con ingredienti semplici (latte di mucca, zucchero, bicarbonato che vanno mescolati in una pentola a fuoco lento). La nostra locandiera ci svela el secreto per la buona riuscita: non bisogna mai guardarsi intorno mentre si mescola. E dopo l’ottimo rifornimento mattutino con i compagni di lancha in una curiosa mezcla culturale in cui il café au lait francese è diventato il café olé spagnolo, chiudiamo questa parentesi di simpatia e ci muoviamo verso il centro della cittadina. Per “centro” a Colonia Pellegrini si intende un “isolato” senza costruzioni e tenuto a parco, su cui si affaccia una casetta che è il municipio, e dove gli addetti al verde pubblico sono gli animali che pascolano radendo al suolo l’erbetta fresca e sono tutti belli pasciuti.

Una via del centro a Colonia Pellegrini. Davvero!

Fra il caldo e la polvere che si solleva ad ogni pick-up di passaggio, appare uno striscione sarcastico dedicato al pirata yanqui que saluda con sombrero ajeno. Una signora ci spiega che allude all’americano che sta comprando vari appezzamenti di terra nei dintorni, col fine dichiarato di farne un’area protetta; nel suo operato, evidentemente, la gente del luogo non vi legge un prodigarsi per il bene del territorio bensì un malcelato intento di sfruttare le potenziali ricchezze della zona.

Il graziosissimo campeggio del villaggio è un posto favoloso: verde erba a raso, tettoie con tavoli e panche e barbecue per ogni piazzola, il molo di legno proteso nell’acqua calma e noi piazzati lì puntuali a guardare il tramonto, e a rimpiangere di non avere tenda e sacchi a pelo per dormire sull’erba cullati dai mille versi di uccelli. La lezione del giorno è: affondare i piedini nell’acqua per rinfrescarsi *NON*si*fa*, soprattutto se ci nuota qualche esserino in teoria socievole, ma tentarlo in questo modo… E allora ce ne stiamo a osservare i lucertoloni intenti a curiosare intorno alle tende sulla riva, e un cane che parte convinto e si lancia all’impazzata in un inseguimento sfrenato terra-acqua dietro a uno di loro che serpeggia fino a scomparire. C’è chi scommette 2 pesos per il yacaré che continua la sua crociera insinuosa e poi si fa immobile nell’acqua in attesa che una preda gli passi incautamente davanti.

La storia della riserva dell’Ibera’ (dal guarani’ “acqua che brilla”) è quella di un posto dove molte delle specie di animali hanno rischiato di scomparire solo una ventina di anni fa, a causa del sovrasfruttamento da parte delll’uomo. Per fortuna, oggi cacciatori e pescatori lavorano invece come guardafauna o biologi, e la natura si prende tutti i suoi spazi creando un complesso habitat in cui le specie convivono in equilibrio e sinergia. E’ il caso degli uccellini posati sulla pelliccia dei capibara intenti a ripulirli dai parassiti e ad usarli come mezzo di trasporto. L’esplorazione di qualche sentiero dentro una suggestiva macchia di foresta non ce la lasciamo certo sfuggire e mentre camminiamo tra gli alberi, una simpatica scimmietta marroncina se ne approfitta, ma niente panico, la piccola è innocua, sta solo facendo merenda: sbuccia i frutti di una palma, li mangia voracemente e si libera della parte che non gradisce. Più in là, uno scimmiottone tutto nero e ben tornito appollaiato su un ramo ci fa capire di chi erano i confetti di cacca sul sentiero abbozzando un sorriso imbronciato.

Concludiamo ancora in bellezza seduti sul molo al camping, i nostri sguardi si perdono all’orizzonte mentre un caimano taglia in due il tramonto giallo infuocato marcando il confine tra cielo e terra nella sua placida crociera a pelo d’acqua. Sono tutti incantati da questo spettacolo della natura – tutti tranne uno, il solito vivace cagnolino che parte in picchiata lanciandosi una seconda volta in acqua dal molo in un folle inseguimento, ovviamente senza speranze…

Passa anche l’ultimo giorno tra passeggiate di cuadras e cuadras al sole respirando caldo e polvere, svariate docce rinfrescanti che ci consentono di sopravvivere al rovente pomeriggio e insalatone per cena allo Yacarù Porà, gradevole ristorantino, consigliatissimo non solo per il cesto di crostini di pane che ci accolgono ogni volta, ma anche perché è l’unico che troviamo aperto.

Diciamolo pure che avevamo avuto la possibilità di ripartire in una camioneta decisamente più comoda, ma mettiamola così, a noi il cingolato dell’andata ci è troppo piaciuto… ed eccolo lì puntualissimo per l’unica corsa giornaliera, alle 4 del mattino lo vediamo avvicinarsi con l’autista impeccabile nell’uniforme gialla e nera a muoversi con disinvoltura nel polverone, impaziente di scarrozzarci con diligenza per la via di ritorno a Mercedes.

(altre foto qui)

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Categorie: Argentina | Lascia un commento

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