Buena onda, Buenos Aires

E’ strano rendersi conto di aver trascorso quasi 3 settimane nella capital federal esentire allo stesso tempo di non averne molto da raccontare.

Sarà che vivere delle esperienze e metabolizzarle significa lasciare che il tempo faccia un po’ la sua parte.

Sarà che a Buenos Aires ci siamo sentiti subito “a casa” e intanto poi i giorni sono passati e se non avessimo a un certo punto energicamente deciso di andar via probabilmente adesso saremmo ancora lì.

Sarà che più che ricordi sarebbe meglio descrivere quella nuvola di sensazioni legate alle esperienze vissute e alla gente incontrata in questa poliedrica città… le passeggiate lungo calle Florida completamente deserta nei giorni delle feste natalizie, e piena di gente da non poterci camminare appena è stato un normale giorno feriale, i nostri riflessi su specchi luci e marmi di storici centri commerciali, le fughe a più riprese dalle lusinghe degli spacciatori di spettacoli di tango cena-show,  l’esclusivo ed elegante party sul terrazzo fiorito al 13° piano con birra e tramonto nel disordinato skyline dei palazzoni di Microcentro, le pedalate in bici nella natura negli enormi parchi del quartiere Palermo e nella riserva integrale in riva al Rio de la Plata, i concertini di musica dal vivo (Los Animales Superforros, tra post-rock e tribal;  e per due volte al Konex per l’ensemble di percussionisti chiamato “la Bomba de Tiempo”, un’esplosione di energia contaminante, e per i Violentango a condensare la passione e la malinconia tradizionali in salsa moderna e prog);

tango a "La Catedral"

 e poi il *vero* tango nelle malconce e buie milongas (in particolare un paio di locali stile hangar al primo piano di vecchi palazzi in legno) e la nostra mitica lezione di ballo… il sentirsi sperduti e un po’ soli ad attraversare plaza 25 de Mayo tra i botti della notte di Natale, e la famiglia (o meglio un’intera tribù di famiglie) ad adottarci per brindare al nuovo anno in compagnia (e con un’ottima parrillada per il cenone), le visite agli storici palazzi e qualche interessante museo fra quelli (pochi) che troviamo aperti nel periodo delle feste, i tuffi nella complicata ma economica rete di trasporti pubblici, tra i bus decoratissimi e i treni della metropolitana coi sedili di velluto rosso e i concerti improvvisati sulle banchine (almeno fino a quando il biglietto è aumentato di appena il 127% da un giorno all’altro); il tramonto nell’ultramoderno quartiere di Puerto Madero, praticamente un fallimento urbanistico che ha saputo reinventarsi, con questi moderni loft sulla darsena pedonale silenziosa e pulita; la giornata fuoriporta a San Antonio de Areco, nel mezzo della pampa, dove i cavalli restano il mezzo di locomozione preferito e i bimbi nuotano nel piccolo laghetto lungo il fiume; l’affabile nonnina, insegnante artista sociologa e viaggiatrice che ci parla di storia, etnie, politica e società argentine (e anche della crisi europea) incontrata nella confiteria delle nostre colazioni; e il buon Sergio, autista presidenziale, conosciuto in un bodegon (galeotto fu il chimichurri) secondo cui i porteños assomigliano di carattere ai romani e che davanti a interminabili tragos notturni più o meno alcolici in plaza Dorrego (e raffinate esibizioni di tango di strada) ci racconta un sacco di cose interessanti su questo paese, non stancandosi di raccomandarci di rivolgerci al barbaro guardafauna Quique (suo cugino acquisito) quando saremo alla peninsula Valdés…

bandoneon notturno a San Telmo

 Sarà l’atmosfera generale che respiriamo fra le strade dal retrogusto coloniale, altalenando tra trasandatezza ed eleganza, tra lerciume e raffinatezza; la serietà nei volti e nei vestiti dei ballerini di tango, psicodramma danzato sotto gli occhi degli spettatori; la visibilità sfacciata della storia, delle origini e della tradizione (da queste parti è tutto così recente e ancora palpabile) unita alla voglia, alla possibilità e alla consapevolezza di esser giovane, di costruirsi; l’intento evidente di architetti ed urbanisti di farla somigliare a una città europea d’alta classe, che si scontra in ogni istante con i cumuli di spazzatura agli angoli delle strade e i mezzi pesanti che sfrecciano per le avenidas emettendo ad altezza uomo rumore e sostanze molto più di quanto normative e protocolli vari consentirebbero.

Sarà che eravamo forse un po’ stanchi di camminare camminare camminare, e ci è piaciuto rilassarci nella barata (anche se un po’ umida) cameretta tutta nostra al “Brisas del Mar”

l'atrio del "Brisas de Mar"

 nel piacevolissimo e caratteristico barrio di San Telmo, pieno di tutti questi localini invitanti dove si può anche mangiare spendendo poco. E un po’ ci salta in mente l’idea di rimanere e non sarebbe nemmeno estremamente difficile trovare qualcosa da fare visto il numero di annunci di ricerca di personale che si vedono in giro sulle vetrine di negozi ed uffici.

Sarà che poi invece alla sola idea di ripartire ci risale l’adrenalina, e alla fine sentiamo che l’ora è arrivata… Così una domenica di sole e tanto caldo, dopo un giretto al mercatino d’artigianato e antiquariato del “nostro” quartiere, ci ritroviamo a brindare al nostro ultimo giorno a Buenos Aires, nello storico “La Coruña” davanti a una Quilmes e quattro (buonissime) empanadas… e una sera di gennaio inoltrato rieccoci alla stazione degli autobus: i nostri zaini redivivi in spalla, un bello stato influenzale in corpo (G.), due biglietti per la Patagonia in tasca.

Sarà che… Buenos Aires ci è rimasta nel cuore…

(Le foto: qui)

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Categorie: Argentina | Lascia un commento

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