Archivi del mese: marzo 2012

Melinda nomá

Giù dal bus a Puerto Natales, S. quasi non fa nemmeno caso alla dolce vecchina con la faccia impiastricciata di gelato che insieme al gelato si mangia le 4 veloci parole… “blablablabla nomà…” accogliendoci in modo concitato e reggendo con una mano il cono e con l’altra la stampella. Per poi realizzare cinque minuti dopo che si tratta di Melinda, la simpatica signora con cui abbiamo preso accordi via mail, che insieme al marito Luciano è venuta a prenderci alla fermata per condurci al suo dolce nido, un hospedaje familiare.

Con gli occhi ancora pieni delle multicolori casette di Punta Arenas a forma di caramelle sparpagliate per la strada, ci immaginiamo già la piccola dimora di Melinda fatta di cioccolato, con le finestre di nocciola e il tetto di meringa… però avvicinandoci la magica visione svanisce: la premurosa nonnina ci apre la porta della baracca a due pi ani, col tetto spiovente e ricoperta di gialla lamiera, ci scorta nella nostra stanza e poi ahimé ci mostra la cucina a disposizione degli ospiti. Impietriti sulla soglia osserviamo con un sorriso semicongelato questa specie di minuscolo e curioso laboratorio in cui ogni superficie disponibile è ricolma di pentole piatti e stoviglie accatastate (preferibilmente sporche), elettrodomestici unti, avanzi e resti di cibi e ingredienti cotti e crudi, contenitori arrugginiti e scatole delle più varie forme e materiali che traboccano di grasso semisolido e ossa di morti (polli per fortuna, nel migliore dei casi)… un’agghiacciante fucina dei sapori e degli orrori dove, come preciserà con orgoglio la nostra vivace vecchina più tardi, lei e Luciano preparano i succulenti pranzetti al gruppo di operai in trasferta che condividono la malasorte o la fortuna (dipende dai punti di vista) di sedersi attorno alla sua tavola. Difficile per noi farsi venire l’infelice idea di utilizzare quella cucina, anzi già temiamo di far la fine di Hansel e Gretel…

Be’ però in compenso abbiamo una stanza tutta nostra con bagno privato e quindi… subito docciaaa!!! con ben doppia scelta: temperatura da ustione o shock termico da congelamento. Il risveglio dei sensi è assicurato, adesso ci diamo da fare per ambientarci. Anzitutto, questi due ragazzi in sala da pranzo che trafficano con il pc e gli zainoni: sono Benoit e Anais, sono francesi, fanno in 6 mesi il tour del Sudamerica e stanno per imbarcarsi sulla nave della compagnia Navimag che ogni settimana percorre verso nord, in 4 notti e tre giorni, qualche migliaio di km di fiordi della costa cilena, da qui fino a Puerto Montt. La chiacchierata con loro quasi quasi ci convince che questa sia una migliore alternativa rispetto alle 48 ore di autobus che invece aspettano noi lungo il glorioso sterrato della mitica Ruta 40 argentina. Mmm… selvaggi fiordi glaciali contro piatta steppa noiosa… una semi-crociera (quasi) all-inclusive contro due giorni e due notti di scossoni, polvere e sedili scomodi… qualche suggestione, qualche ricerca… un rapido calcolo di costi, tempi e itinerari… e suvvia, tolto ogni indugio, è deciso, via dritti dritti alla biglietteria pure noi: e ora abbiamo due posti nelle economiche e temibili cabine da 24 persone, cuccetta più cuccetta meno, salpiamo tra una settimana esatta!

Sistemato il programma del futuro remoto, dedichiamoci pure alle tappe forzate per l’immediato – ora abbiamo sei giorni nomàs per visitare il famoso parco Torres del Paine, qui vicino, e il Parque Los Glaciares, poco più a nord in Argentina.

Per il primo, scegliamo una breve escursione di un giorno, però non vogliamo fare i vecchietti scarrozzati a guardare il panorama dal finestrino del bus nel classico tour organizzato: molto meglio l’opzione “gggiovani”, biglietto d’autobus per il mattino presto, scarpe da trekking e zainetto, e via a camminare nella natura! Ci spariamo così ben 4 ore di scarpinata in salita attraverso la parte della riserva per fortuna non interessata dall’incendio che ne sta devastando migliaia di ettari (da dove siamo, il fumo si vede ancora bene).  Il meteo ci è clemente, finalmente una giornata di sole pieno senza nuvole né troppo vento, e pazienza se abbiamo gli zainetti pieni di tutta la roba pesante a disposizione (con il freddo patito nei giorni passati, non ci era parsa eccessiva prudenza). Il nostro traguardo per oggi è il Mirador de Las Torres, e lo conquistiamo non senza fatica (siamo decisamente fuori allenamento entrambi) vincendo l’ultimo pezzo di sentiero, ripido e pietrazzonato, dietro il quale prende forma una nuvola d’acqua color carta di zucchero sospesa nel tempo e circondata da enormi denti di granito con vette quasi 2000 metri più in alto. La laguna turchese lambita dal ghiacciaio, il silenzio magico, le guglie di roccia che guardano lassù, la luce cristallina… il bacio appassionato fra cielo e terra.

Ma ora basta sognare!!! L’estasi si sgretola all’istante di fronte a 3 ore di durissima discesa… S. scende zoppicando agilmente causa improvviso quanto inaspettato cedimento del ginocchio, ma alla fine ci arriviamo a valle, stanchi, sani, salvi e in tempo per il bus di ritorno a Puerto Natales.

Però una volta in casa alla nostra eroina con i legamenti di pastafrolla non la ferma più nessuno: ormai ci siam fatti passare le riserve sulla cucina sconfiggendo la repulsione a colpi di buste di immondizia, strigliate e olio di gomito, e dopo le bietole alla sua moda questa è la volta di un’ottima pasta ai frutti di mare (cozze e vongole in scatola??? che delitto per una salentina). Il risultato alla fine non è niente male, e anche la signora Melinda, accettando di buon grado l’invito a condividere, si lecca i baffi (e il neo) mentre ci illustra tutti i variopinti pacchetti turistici a sua disposizione. S. però è più interessata a scoprire se è vero che ci sono dei puma in questa zona: dal lavandaio ha visto un manifesto / avviso con le misure da adottare in caso di avvistamento di un esemplare, e ora Melinda sorride compiaciuta raccontando che nel parco Torres del Paine un pescatore di recente è stato attaccato alle spalle da un puma, e non ha fatto una bella fine. Poi aggiunge “nosotros enviamos a los turistas al parque y cuando tardan en regresar decimos que se les comiò el puma nomà!” ridendo di gusto… satanello!

Nota glottologica: “nomás” (da queste parti spesso pronunciato “nomà”) è una locuzione che in Cile si usa parecchio e che al termine di una frase o di un’esortazione equivale grosso modo ai nostri “pure”, “sùbito”, “appena”, “solo”, “e basta”… ma di certo vuol dire anche molte altre cose che ancora non sappiamo.

Qui qualche foto della nostra camminata nel parco Torres del Paine.

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Di oceani e rodei pre-antartici

Fino a qualche decennio fa da qui sbarcavano merci e passeggeri. Ora ci fanno casa i cormorani

Arrivati in fondo, non si può che tornare indietro, no? e così in altre 11 ore ri-attraversiamo a ritroso Tierra del Fuego e stretto di Magellano e torniamo sul continente questa volta per piegare a ovest, in direzione del Cile. E’ solo la seconda volta che passiamo la frontiera di ingresso a questo paese e ci è già chiaro che quel che si dice in giro a proposito delle estenuanti trafile alla dogana non viene mai smentito. C’è da dire però che passare due ore attendendo il proprio turno per controllo passaporti e scansione bagagli da parte dello scrupolosissimo servizio agro-zootecnico (intento ad evitare che entrino piaghe e parassiti ancora inesistenti da queste parti) al vento freddo, nel mezzo della steppa sconfinata e assonnata, fa parte dell’esperienza patagonica… che riesce anche a stupirci con un gran bel sole che filtra dai finestrini dell’autobus all’ingresso a Punta Arenas empiendo’l cor di speme e gioia. E le insegne, la costa e le navi (tra cui una ricostruzione della Santa Maria di Colombo) che vediamo scorrere ci preannunciano subito quanto sia stretto il rapporto di simbiosi che la città più meridionale della terraferma americana ha con l’oceano. “…Bagnetto?” è la prima idea che viene in mente alla S. che, scesa dal mezzo in sandaletti, in dieci minuti scarsi con la temperatura polare ha già perso l’uso dei piedini rinunciando così al brillante proposito.

Per fortuna nella baracca verdolina dell’hospedaje da Betty abbiamo uno stanzone tutto nostro con il riscaldamento acceso, la casetta è veramente accogliente e poi soprattutto ci sono pochi ospiti (una coppia dalla Svizzera, ed una da Santiago: i nostri primi amici cileni!) ed è come essere a casa. Nonostante l’accento del castellano parlato in Cile, molto più chiuso ed a tratti più difficile da capire, la prima impressione sul nuovo paese è sicuramente positiva: gli ampi spazi, le multicolori casette di lamiera basse e i graziosi edifici coloniali in centro, l’atmosfera quasi nordeuropea ci paiono frizzanti e ospitali, il chupe de centolla(lo sformato di granchio, cotto in una terrina al forno) è buonissimo, i monumenti sulla costanera (il lungomare) ed i moli di legno in rovina ci parlano di storie da approfondire. Al museo navale, tra i dettagliatissimi modellini delle più svariate imbarcazioni, i cimeli militari e le commemorazioni delle missioni cilene a Capo Horn, ci perdiamo nell’interessante documentario degli anni ’50 sulla spedizione antartica di Sir Ernest Shackleton, con filmati e foto originali di Frank Hurley (il fotografo che vi partecipò) e la viva voce (almeno nella versione originale) del suo capitano. Il custode è ben felice di piazzarci lo speciale (e impolverato) dvd non appena mostriamo un po’ di interesse alla riproduzione dell’Endurance, e nemmeno il terzo piano del museo, con la ricostruzione degli ambienti di una nave (con tanto di oblò, timone e sala radio) ci distoglie dalla visione.

A Punta Arenas c’è anche un bel cimitero, dove tra i buffi cipressi potati a cappella un piccolo recinto votivo sta a commemorare l’ “indio ignoto”, adorato come un santo; e invece diverse tombe monumentali rendono onore alle tante famiglie e corporazioni di immigrati europei – che per la maggior parte han fatto fortuna sfruttando le enormi deserte estensioni dei campi intorno allevando pecore, e grazie ai quali oggi esiste tutto quel che vediamo. Impariamo così che, oltre al mare, è l’allevamento di ovini il secondo fulcro della vita di questa zona, e a conferma di ciò ci salta agli occhi un manifesto che annuncia un “Festival de la Esquila” (= della tosatura) che si tiene domani a poca distanza da qui. Vengono in mente i racconti di Luis, la guida di Puerto Madryn, sugli eventi festaioli degli allevatori di pecore… la curiosità è troppa! Rimandare di un giorno la prossima tappa è un attimo, e ci troviamo così catapultati di buon mattino nel mezzo della steppa tra le quattro baracche che formano Tehuelche, sperduta località dove avverrà il tutto, in balia degli scossoni di vento, sotto un cielo nuvolosissimo e il freddo gelido che non lasciano sperare nulla di buono riguardo al nostro dover rimanere lì fino alle otto di sera (ora del bus di ritorno).

Pasta di patate appiattita su un cilindro di legno e cotta alla brace: la chochoca cilena

Tra le bancarelle di parrilla e di giocattoli (ma ci sono anche un paio di venditori di verdura e uva), dentro una grande precaria struttura inlegno e chiodi a forma di anfiteatro si esibiscono cantanti, band e gruppi di ballerini più o meno caratteristici, artisti locali dalle dubbie qualità canore ed eroi nazionali in abito da mariachi che mandano il pubblico in solluchero.  Noi perdiamo un po’ di tempo tra il vento e la polvere con un piatto di cordero asado, qualche empanada e un terremoto blanco(cocktail con gelato di ananas e mosto… slurp),  ma ciò che ci tiene inchiodati per ben quattro ore alla recinzione dell’adiacente prato è la jineteada, cioè la gara di rodeo, che a quanto pare non è solo cosa da Far West ma anche da Far South! A turno i giovanissimi jinetes, vestiti alla moda gaucha con calzature di pelle, frustino, cinturone e basco, devono cercare di restare almeno qualche manciata di secondi (finché non suona la campana) a dorso del cavallo non domo che tenta di disarcionarli; ed è uno spettacolo di atletica, coraggio e resistenza (da parte dell’uomo e della bestia, ma non è facile distinguere) non da poco. Il tutto è commentato, attraverso gli altoparlanti, da un simpatico cronista e da un allegro canzoniere che accompagnandosi con la chitarra improvvisa i testi cambiando il ritmo della cantilena in base alla concitazione del momento ed alla bravura del jinete.  

E’ emozionante sul serio: tutto il pubblico rimane col fiato sospeso a incitare il jinete nei 7-10 secondi di cavalcata furibonda, dopo i quali (se non è caduto) altri due cavalieri lo prelevano al volo evitando che si rompa, a scelta, l’osso del collo o la spina dorsale mentre gli applausi scrosciano e il cavallo torna solo e tranquillo nel recinto di riposo.

 

Al termine di questi imperdibili selvaggi momenti di vita bucolica, e della ovvia cerimonia di premiazione dei vincitori, diamo un rapido saluto agli equini nel recinto e scopriamo all’improvviso anche perché si chiama festival de la esquila: accanto e dietro il palco nell’anfiteatro, ogni tanto un docile esemplare ovino viene depilato a colpi di rasoio elettrico, per la gioia dei bimbi e di chiunque voglia cimentarsi.  Per un attimo ci pensiamo… a rubare qualche manciata di lana da metterci sotto la giacca; ma per fortuna è finalmente ora e ci rifiondiamo in autobus, impazienti di sottrarci al freddo e ai patimenti, anche se ormai… molto malati. E che ci mancava? surprise! l’autista, improvvisatosi meccanico con tanto di tuta imbevuta ormai completamente di combustibile è disteso sotto il bestione a sei ruote che perde litri e litri di un liquido nero sparso sull’asfalto, in un vano quanto eroico tentativo di sanare la perdita. Il mezzo riuscirà a ripartire, ma all’arrivo i passeggeri verranno invitati ad abbandonare in tutta fretta il veicolo che continua a vomitare olio a doccia sulla strada.

A conclusione della dura giornata campestre, i buoni propositi c’erano tutti per una bella cena a base di vegetali, ma che volete, l’erbivendolo del festival ha smontato la bancarella prima che comprassimo le ottime bietole invitanti in un contesto in cui la verdura si fa prima a sognarla, e come se non bastasse il supermercato è pure chiuso: quindi pesce, magari una bella pichanga marina all’invitante Mercado Chilote… e riusciamo a farci portare una montagna di pezzetti di carne di maiale e patatine fritte, decorata con qualche cozza e ostrica. Okay, i menu cileni stiamo appena cominciando a capirli!

(Qualche altra foto fatta a Punta Arenas qui)

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La fine del mondo

Ushuaia e il canale di Beagle, dal Cerro Martial

Il viaggio per arrivare alla città più meridionale della Terra è di per sé un’avventura. Attraversamento dello stretto di Magellano con gioco ad avvistare i vivaci delfini di Commerson che schizzano in tutte le direzioni (almeno finché resistiamo al vento gelido sul ponte della chiatta), doppio passaggio di frontiera tra Argentina e Cile e viceversa con relative ore di attesa nel mezzo del nulla per i controlli di documenti e bagagli, centinaia di km di strada di ghiaia tra dolci colline di steppa e ñandù e guanachi e pascoli sterminati con solo qualche gruppo di baracche qui e lì a darci l’idea di cosa significhi la parola estancia, rapido e caotico cambio di bus a Rio Grande con tempo zero per capire dove siamo e cosa sta succedendo. Arriviamo a Ushuaia che è passata mezzanotte e il freddo della Tierra del Fuego ci aggredisce impietoso… presto dovremo perdere le speranze di avere qualche giorno di sole, ma almeno capiremo finalmente a cosa serviva tutta quella roba pesante che stava per ammuffire in fondo ai nostri zaini!

Non ci mettiamo molto a intendere anche che l’unicità della posizione di questa città ne fa il fascino e la rovina. Siamo in alta stagione in un fulcro del turismo planetario, così il primo dei nostri problemi è trovare un alloggio stabile… cosa che ci porta via, tra ricerche e traslochi forzati, almeno una notte e un giorno ancora. A questo punto siamo pronti a farci suggestionare dalle foto delle proposte delle agenzie e ad accarezzare l’idea di un’escursione di due o tre settimane in Antartide, ma accantoniamo il proposito in quanto fuori dalla portata delle nostre tasche; ci accontenteremo quindi (e scusate se è poco) di dare un’occhiata alla natura pre-antartica fantastica e selvaggia del canale di Beagle su cui si affaccia la città.


Al chioschetto sul molo, il costume a righe e le promesse meravigliose di un gioviale marinaio ci convincono ahinoi più della corta escursione in piccoli traghetti o dell’affascinante ma caro pomeriggio in barca a vela: ci troviamo così in un grande catamarano con un’allegra brigata di famigliole e pensionati con rispettivi nipoti e un’intera colonia di brasiliani col gusto della chiacchiera. Ma pazienza, noi riusciamo lo stesso a dormire benissimo sui divani a bordo, davanti al simpatico film di animazione sui pinguini – salvo poi vederli dal vero sull’isola, i soliti pinguini di Magellano, insieme a qualche Papua colle zampe rosse e il becco appuntito e poco più dietro…

l'imperatore e i suoi consiglieri

 sembra, ma non è possibile, un ometto di mezza statura in frac che va avanti e indietro con aria greve e pensosa come un ambasciatore che sta per prendere delle serie decisioni nel suo gabinetto e passeggia in cerchi concentrici seguito da tre dei suoi consiglieri, la metà della sua statura, in fila indiana… poi ci strofiniamo gli occhi e scopriamo che si tratta nientemeno che di un bellissimo pinguino imperatore, finito chissà come nella colonia dei Papua. Pare che di solito non se ne trovino a queste latitudini: quest’esemplare sarà un immigrato anche lui, forse colpa della crisi… (effettivamente già in tanti ci avevan detto che Ushuaia negli ultimi anni sta crescendo velocemente richiamando sempre più gente che viene qui a stabilirsi attratta dagli stipendi più alti di tutta l’Argentina. Varrà anche per gli uccelli?)

Oltre ai pinguini ed ai richiami del lontano passato in cui avvennero i primi incontri tra gli aborigeni e le navi degli esploratori europei, il canale di Beagle offre paesaggi davvero da cartolina ed è suggestivo pensare che aldilà dell’isola Navarino che costeggiamo c’è nientemeno che Capo Horn, e poi solo oceano tempestoso e ghiacci… fino al polo sud. L’isolotto con il faro detto “della fine del mondo” (impropriamente, perché ne esiste uno ancora più remoto) è particolarmente fotogenico e ci attira più degli isolotti dei cormorani, ricoperti di torri di glassa bianca o meglio guano, e delle colonie di lobos marinos. Una bella cioccolata calda a bordo del catamarano ristabilisce gli equilibri termici dei nostri corpi sollecitati dal vento gelido, e in breve siamo di ritorno al porto già frastornati dalla potenza della natura d’alta latitudine.

Tra le altre avventure urbane degne di nota dei nostri tre giorni a Ushuaia dobbiamo citare le eroiche gimcane nelle affollate cucine degli ostelli per conquistare utensili, fornelli e stoviglie all’ora della cena; nonché i vari andirivieni su e giù per le agenzie di trasporti alla ricerca di un modo conveniente per lasciare la città… stiamo quasi per imbarcarci sulla barcaza che una volta a settimana (con una traversata di tre giorni) porta bombole di gas dall’Isla Navarino a Puerto Natales in Cile, quando per fortuna alla fine troviamo un biglietto per l’autobus migliore di tutti in un ufficio nascosto in periferia.

Riusciamo comunque ad avere una buona impressione e comprensione di cosa voglia dire essere in un posto geograficamente (e non solo) davvero estremo, grazie alle visite dell’interessantissimo museo Yámana sui popoli nativi di queste terre (pressoché ormai estinti dopo l’arrivo dell’uomo bianco) e del ricchissimo Museo del Presidio, allestito in quel che resta (accuratamente mantenuto e valorizzato) dell’antica enorme colonia penale che fu costruita, come molte altre infrastrutture della città, dagli stessi carcerati scelti e inviati qui dallo stato con l’esplicito proposito di popolare il territorio.  Tante risorse naturali da sfruttare, pochi disposti ad affrontare le condizioni climatiche estreme per farlo, nessun posto dove fuggire o comunque scarse probabilità di sopravvivenza in caso di evasione: davvero all’epoca questa doveva apparire la collocazione ideale per un carcere.

Per completare l’esperienza da fine del mondo S. si fa convincere, nonostante l’accenno di febbre e le sferzanti raffiche di vento e il freddo, a fare una passeggiata montana al Cerro Martial che domina la costa – e meno male perchè ne vale la pena. Salita in taxi fino alla base dell’aerosilla, breve scarpinata fino ad avere alle spalle il ghiacciaio e davanti il panorama completo della città, del canale e dell’ultima isola abitata prima del continente bianco, e discesa a piedi attraverso il bellissimo sentiero nella foresta di lenga (un bel faggio australe alto alto con le foglie piccole piccole).

un riposino sui cuscini d'erbetta vellutata

 Per fortuna Ushuaia è abbastanza civile da offrirci l’ultima sera un’economica parrilla per rimettere in sesto le nostre stanche membra… ché domani si riparte, c’è un mondo intero davanti e questa volta si può ben dire!

 

(Queste e altre foto qui)

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