Di oceani e rodei pre-antartici

Fino a qualche decennio fa da qui sbarcavano merci e passeggeri. Ora ci fanno casa i cormorani

Arrivati in fondo, non si può che tornare indietro, no? e così in altre 11 ore ri-attraversiamo a ritroso Tierra del Fuego e stretto di Magellano e torniamo sul continente questa volta per piegare a ovest, in direzione del Cile. E’ solo la seconda volta che passiamo la frontiera di ingresso a questo paese e ci è già chiaro che quel che si dice in giro a proposito delle estenuanti trafile alla dogana non viene mai smentito. C’è da dire però che passare due ore attendendo il proprio turno per controllo passaporti e scansione bagagli da parte dello scrupolosissimo servizio agro-zootecnico (intento ad evitare che entrino piaghe e parassiti ancora inesistenti da queste parti) al vento freddo, nel mezzo della steppa sconfinata e assonnata, fa parte dell’esperienza patagonica… che riesce anche a stupirci con un gran bel sole che filtra dai finestrini dell’autobus all’ingresso a Punta Arenas empiendo’l cor di speme e gioia. E le insegne, la costa e le navi (tra cui una ricostruzione della Santa Maria di Colombo) che vediamo scorrere ci preannunciano subito quanto sia stretto il rapporto di simbiosi che la città più meridionale della terraferma americana ha con l’oceano. “…Bagnetto?” è la prima idea che viene in mente alla S. che, scesa dal mezzo in sandaletti, in dieci minuti scarsi con la temperatura polare ha già perso l’uso dei piedini rinunciando così al brillante proposito.

Per fortuna nella baracca verdolina dell’hospedaje da Betty abbiamo uno stanzone tutto nostro con il riscaldamento acceso, la casetta è veramente accogliente e poi soprattutto ci sono pochi ospiti (una coppia dalla Svizzera, ed una da Santiago: i nostri primi amici cileni!) ed è come essere a casa. Nonostante l’accento del castellano parlato in Cile, molto più chiuso ed a tratti più difficile da capire, la prima impressione sul nuovo paese è sicuramente positiva: gli ampi spazi, le multicolori casette di lamiera basse e i graziosi edifici coloniali in centro, l’atmosfera quasi nordeuropea ci paiono frizzanti e ospitali, il chupe de centolla(lo sformato di granchio, cotto in una terrina al forno) è buonissimo, i monumenti sulla costanera (il lungomare) ed i moli di legno in rovina ci parlano di storie da approfondire. Al museo navale, tra i dettagliatissimi modellini delle più svariate imbarcazioni, i cimeli militari e le commemorazioni delle missioni cilene a Capo Horn, ci perdiamo nell’interessante documentario degli anni ’50 sulla spedizione antartica di Sir Ernest Shackleton, con filmati e foto originali di Frank Hurley (il fotografo che vi partecipò) e la viva voce (almeno nella versione originale) del suo capitano. Il custode è ben felice di piazzarci lo speciale (e impolverato) dvd non appena mostriamo un po’ di interesse alla riproduzione dell’Endurance, e nemmeno il terzo piano del museo, con la ricostruzione degli ambienti di una nave (con tanto di oblò, timone e sala radio) ci distoglie dalla visione.

A Punta Arenas c’è anche un bel cimitero, dove tra i buffi cipressi potati a cappella un piccolo recinto votivo sta a commemorare l’ “indio ignoto”, adorato come un santo; e invece diverse tombe monumentali rendono onore alle tante famiglie e corporazioni di immigrati europei – che per la maggior parte han fatto fortuna sfruttando le enormi deserte estensioni dei campi intorno allevando pecore, e grazie ai quali oggi esiste tutto quel che vediamo. Impariamo così che, oltre al mare, è l’allevamento di ovini il secondo fulcro della vita di questa zona, e a conferma di ciò ci salta agli occhi un manifesto che annuncia un “Festival de la Esquila” (= della tosatura) che si tiene domani a poca distanza da qui. Vengono in mente i racconti di Luis, la guida di Puerto Madryn, sugli eventi festaioli degli allevatori di pecore… la curiosità è troppa! Rimandare di un giorno la prossima tappa è un attimo, e ci troviamo così catapultati di buon mattino nel mezzo della steppa tra le quattro baracche che formano Tehuelche, sperduta località dove avverrà il tutto, in balia degli scossoni di vento, sotto un cielo nuvolosissimo e il freddo gelido che non lasciano sperare nulla di buono riguardo al nostro dover rimanere lì fino alle otto di sera (ora del bus di ritorno).

Pasta di patate appiattita su un cilindro di legno e cotta alla brace: la chochoca cilena

Tra le bancarelle di parrilla e di giocattoli (ma ci sono anche un paio di venditori di verdura e uva), dentro una grande precaria struttura inlegno e chiodi a forma di anfiteatro si esibiscono cantanti, band e gruppi di ballerini più o meno caratteristici, artisti locali dalle dubbie qualità canore ed eroi nazionali in abito da mariachi che mandano il pubblico in solluchero.  Noi perdiamo un po’ di tempo tra il vento e la polvere con un piatto di cordero asado, qualche empanada e un terremoto blanco(cocktail con gelato di ananas e mosto… slurp),  ma ciò che ci tiene inchiodati per ben quattro ore alla recinzione dell’adiacente prato è la jineteada, cioè la gara di rodeo, che a quanto pare non è solo cosa da Far West ma anche da Far South! A turno i giovanissimi jinetes, vestiti alla moda gaucha con calzature di pelle, frustino, cinturone e basco, devono cercare di restare almeno qualche manciata di secondi (finché non suona la campana) a dorso del cavallo non domo che tenta di disarcionarli; ed è uno spettacolo di atletica, coraggio e resistenza (da parte dell’uomo e della bestia, ma non è facile distinguere) non da poco. Il tutto è commentato, attraverso gli altoparlanti, da un simpatico cronista e da un allegro canzoniere che accompagnandosi con la chitarra improvvisa i testi cambiando il ritmo della cantilena in base alla concitazione del momento ed alla bravura del jinete.  

E’ emozionante sul serio: tutto il pubblico rimane col fiato sospeso a incitare il jinete nei 7-10 secondi di cavalcata furibonda, dopo i quali (se non è caduto) altri due cavalieri lo prelevano al volo evitando che si rompa, a scelta, l’osso del collo o la spina dorsale mentre gli applausi scrosciano e il cavallo torna solo e tranquillo nel recinto di riposo.

 

Al termine di questi imperdibili selvaggi momenti di vita bucolica, e della ovvia cerimonia di premiazione dei vincitori, diamo un rapido saluto agli equini nel recinto e scopriamo all’improvviso anche perché si chiama festival de la esquila: accanto e dietro il palco nell’anfiteatro, ogni tanto un docile esemplare ovino viene depilato a colpi di rasoio elettrico, per la gioia dei bimbi e di chiunque voglia cimentarsi.  Per un attimo ci pensiamo… a rubare qualche manciata di lana da metterci sotto la giacca; ma per fortuna è finalmente ora e ci rifiondiamo in autobus, impazienti di sottrarci al freddo e ai patimenti, anche se ormai… molto malati. E che ci mancava? surprise! l’autista, improvvisatosi meccanico con tanto di tuta imbevuta ormai completamente di combustibile è disteso sotto il bestione a sei ruote che perde litri e litri di un liquido nero sparso sull’asfalto, in un vano quanto eroico tentativo di sanare la perdita. Il mezzo riuscirà a ripartire, ma all’arrivo i passeggeri verranno invitati ad abbandonare in tutta fretta il veicolo che continua a vomitare olio a doccia sulla strada.

A conclusione della dura giornata campestre, i buoni propositi c’erano tutti per una bella cena a base di vegetali, ma che volete, l’erbivendolo del festival ha smontato la bancarella prima che comprassimo le ottime bietole invitanti in un contesto in cui la verdura si fa prima a sognarla, e come se non bastasse il supermercato è pure chiuso: quindi pesce, magari una bella pichanga marina all’invitante Mercado Chilote… e riusciamo a farci portare una montagna di pezzetti di carne di maiale e patatine fritte, decorata con qualche cozza e ostrica. Okay, i menu cileni stiamo appena cominciando a capirli!

(Qualche altra foto fatta a Punta Arenas qui)

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Categorie: Cile | 4 commenti

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4 pensieri su “Di oceani e rodei pre-antartici

  1. Ciao bel blog, vedo che il viaggio é itinerante, buon proseguimento e se passate o tornate a Santiago ci s’incontra, fá sempre piacere conoscere italiani in questa terra lontana!

    • lunamora

      Buena estancia a ti en Chile! Volver? Ojalà!
      Por cierto… es la foto del volcan Villarrica la de tu blog? :-)

  2. Sí é il vulcano Villarica!
    Non tornate a Santiago? rimanete nel sud?
    Gran bel viaggio. un saluto

  3. lunamora

    Ora è un po’ difficile. Siamo in Bolivia, ma chissà.
    Interessante il tuo blog!

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