Gondolando sull’oceano

Señores pasajeros, muy buenos días, y su atención, por favor. Les informámos que yá son las siete y media de la mañana, que estamos navegando el Canal de White y que dentro de unos minutos estarémos pasando por el pasaje más angosto de la navegación. Deseámos comunicarles también, que el servicio de desayuno yá se encuentra dispuesto en el comedor principal. Repetimos la información…

Mmm… è la calda voce di Percival che dagli altoparlanti ci desta dal sonno profondo in cui siamo piombati nell’intimità delle cuccette, cullati dall’incessante sordo rombo dei motori. Che? Dove siamo? uhm… un passo indietro, procediamo con ordine!

Allora, siamo tornati a Puerto Natales, e di nuovo si battono i denti per il freddo pungente, la quasipioggia e il vento che ormai fatichiamo a sopportare. Qui è estate ma sembra di essere a capodanno da noi. Ma come facevano gli Yámana, gli Ona e i Selk’nam senza vestiti?

Coperti con tutto il possibile, passiamo il pomeriggio a prepararci per i 4 giorni in nave: bucato in lavanderia, scorta di snack e spuntini come consigliato dalla Lonely Planet, e poi anche di vino e birra dopo aver scoperto che portarsi un po’ d’alcool non è reato (e che a bordo costa parecchio). C’è anche tempo di festeggiare a dovere la nostra prima “crociera” con un ricco e caldo pranzetto / merenda, a base di zuppa di lenticchie, salmone e paila marina (con tanto di calafate sour finale) da Tio Pepe all’eccellente e amichevole “Casa Magna”, e poi dritti a fare il check-in all’hotel Costa Australis, che si trova sul lungomare e che è un 5 stelle appartenente manco a dirlo alla stessa compagnia di navigazione (indovinate quale) cui fa capo la Navimag, con cui viaggeremo. La recepción della Navimag, tra le carte nautiche dei fiordi cileni di Magallanes appese ai muri, è tutta sorrisi ed accoglienza gentile e già noi temiamo che sia per compensare i disagi che ci aspettano nella stiva da bestiame dove stiamo per infilarci… Il barcone riposa al molo dondolando sotto le sferzate di vento, cullato dalle onde, mentre noi ci scegliamo un bel posticino in attesa dell’imbarco nella hall dell’hotel: un elegante tavolino in legno proprio in vetrina, su cui allestiamo l’angolo del campeggiatore cimentandoci in un’ottima macedonia improvvisata con tanto di busta di plastica, coltellino cinese e piattino di ceramica chiesto in prestito con faticosa sfacciataggine al bancone del bar. E’ divertente salutare i passanti che ci guardano sconcertati dal marciapiede chiedendosi che razza di servizio offra mai questo albergo all’apparenza lussuoso!

Finalmente, scoccata la mezzanotte, il barbuto e gioviale Percival, steward della Navimag, ma a tutti gli effetti marinaio e membro dell’equipaggio della nave, si presenta alla piccola folla per il briefing pre-imbarco… con tanto di infelice battuta dal pubblico (un brasiliano, in particolare) che chiede se il capitano non sia per caso italiano, magari parente di quell’altro divenuto tristemente famoso negli ultimi giorni; e poi senza indugi ci accompagna nel gelo verso il molo dove il bestio di metallo rosso e bianco attende ormeggiato. Non si tratta di una vera e propria nave da crociera, è piuttosto un cargo specializzato nel trasporto di veicoli (soprattutto mezzi pesanti), con una sezione adattata per alloggiare passeggeri; e così già l’imbarco è tutto un programma… a piedi tra gli autocarri e i rimorchi e i container arranchiamo sulle anguste scalette fino alle nostre cuccette dove scopriamo che, surprise!, Tania e Hanna, le nostre bionde e teutoniche compagne di camerata a El Chaltén, ch’erano accanto a noi anche nel bus da El Calafate, sono per incredibile coincidenza ancora una volta nostre dirette dirimpettaie nello scompartimento. So funny… La sistemazione ci pare di gran lunga migliore di quanto ci aspettassimo: non è affatto “simile a una stalla” come avevamo letto da qualche parte, ci sono lettini riservati con tendina di cortesia, materassi morbidi con molte coperte, buoni cuscini, asciugamani forniti, bagni impeccabili, armadio con serratura e luce di lettura e presa di corrente individuali, il nostro scompartimento da 4 poi ha addirittura una finestra… insomma è meglio di tanti ostelli dove siamo stati! Ci si addormenta in un attimo …. e ci si sveglia qui, all’inizio del racconto, in mezzo a un mare di latitudini esagerate, al presto mattino dell’ultimo di gennaio.

el pasaje más angosto

La “Evangelistas” percorrerà una rotta straordinaria e vale davvero la pena fiondarsi sul ponte esterno, ancora assonnati, a farsi svegliare violentemente dal freddo gelido, al cielo fosco e grigio, pungolati dalla pioggerellina / nevischio e dal vento a 40 nodi, per godersi i paesaggi incredibilmente vari, superbi e selvaggi dei fiordi patagonici, tra arcobaleni nella nebbia, cattivissime cime innevate e strettissimi passaggi tra scuri isolotti boscosi. A poche decine di metri dai parapetti e dal vetro degli oblò sfilano le immagini di questi luoghi crudeli ed eterni, un incontaminato e surreale immoto remoto in cui la natura reclama lo spazio d’intorno indiscutibilmente “suo”. Qui l’uomo è e sarà sempre un intruso. Possiamo solo ascoltare in silenzio e ascoltare il silenzio, perduti nell’elegante volo degli albatross a pelo d’acqua, mentre la chiglia taglia la nera superficie increspata.

Già al pomeriggio del primo giorno, con cautela la nave procede nel fiordo Amalia tra pezzi di ghiaccio galleggianti e otarie che sguazzano davanti alla prua: nevica, il freddo è lacerante e implacabile, e dalle montagne si sollevano nebbie attraverso le quali appare il ghiacciaio Scùa, bianco dalle guglie azzurre, che esplode come un lampo di luce nelle sensazioni oscure. E’ un’immensa immobile cascata di innumerevoli tonalità di bianco latte grigiazzurri bruniscuri, unione di due fiumi giganti cristallizzati dal tempo e nel tempo che partono dalle nuvole in alto e scendono fino in acqua. E’ il sogno che si ispira alla realtà o la realtà che si ispira al sogno?

La nave tenta di restare più ferma possibile a distanza di sicurezza, ed è l’ora dei numeri della ciurma!  Un piccolo gommone si cala dal ponte, con due marinai e un fotografo a bordo: la loro missione è di arrivare fino al ghiacciaio, per prelevarne un pezzo e portarlo ai passeggeri che dal ponte seguono le manovre.  Serietà equipaggio! In breve i nostri tornano trionfanti alla nave con un bel blocco d’iceberg che sembra quarzo, e noi saltarelliamo tra un ponte e l’altro per vedere lo spettacolo, e toccare con mano il reperto. Travolti dall’entusiasmo e dal turbine di sensazioni, questa volta sì che rischiamo di perdere la cena… per fortuna riusciamo a impietosire i giovani addetti che non riescono a negarci una generosa razione di comida per accompagnare il nostro buon vinello che siam felici di condividere con Rocìo, una ragazza cilena che fa la ballerina e ci parla dell’isola di Chiloé, nostra probabile prossima tappa.
 Più tardi, fiesta al bar con un pisco sour e un paio di cubetti di ghiaccio millenario, assaporato fra le note stonate di un indigesto ma immancabile karaoke.

Il secondo giorno di navigazione c’è una rapida sosta a Puerto Edén solo per far scendere e salire qualche passeggero in questa piccola e suggestiva comunità di pescatori, isolata dal resto del mondo se non fosse per il passaggio settimanale della Navimag. Il barcone prosegue poi verso nord tra la bruma, attraverso lo scacchiere dei suggestivi e selvaggi isolotti di roccia e alberi dell’Angostura Inglesa, a est dell’isola di Wellington. Il paesaggio è incantevole, suggestivo e desolato; nel freddo grigio del mare calmo, da lontano si intravede un nugolo di gabbiani appollaiati su un relitto inclinato sulla superficie dell’acqua al centro del canale.  All’improvviso si levano in volo tutti insieme formando una nuvola nera che aleggia sinistramente sul rottame arrugginito ed eroso da vento e tempeste, noi ci passiamo distanti non più di 200 metri. La storia narra che l’equipaggio di questo veliero brasiliano (chiamato “Capitan Leónida”) aveva architettato di farlo affondare contro un noto, isolato e aguzzo scoglio affiorante, fingendo il naufragio per truffare l’assicurazione ed impossessarsi del ricavato della vendita abusiva del suo carico di zucchero, ma qualcosa evidentemente era andato storto… lasciando da allora il relitto incagliato alla mercé della ruggine, dell’avifauna e del muschio nel bel mezzo del canale Cotobaxi.

el "Capitan Leonida". O quel che resta

La navigazione continua, i paesaggi si alternano attraverso i fiordi fino al Golfo de Peñas, che a differenza dei canali in cui siam passati finora è mare aperto: le 14 ore di traversata oceanica si preannunciano un po’ ballerine, con onde da 5 a 7 metri… pronti al tagadàààààaha!? Molti passeggeri contagiati dalla fobia del mal di mare si imbottiscono di farmaci mentre la nave attraversa la porta dell’oceano. Il cremoso manto del mare si gonfia, sembra affiorare la vita tutta sua che pulsa negli abissi e nelle profondità, animata dalle correnti e sprezzante o incurante dei venti. A un certo punto si scorgono addirittura un paio di cuccioli di balena che veloci passano accanto alla nave! La chioma oceanica continua a sollevarsi gradualmente man mano che procediamo al largo, muovendosi armoniosa, e la cena si trasforma così in un allegro valzer di vassoi che cadono, camerieri che inciampano, passeggeri barcollanti che scivolano e/o si versano la minestra addosso mentre il pavimento ondeggia da un lato all’altro. Per fortuna il nostro appetito non sembra risentirne e starsene stesi in cuccetta ci pare persino più piacevole!

A parte mangiare (altro che far la spesa prima di imbarcarsi per paura di far la fame… la spesa la facciamo a bordo, noi!, e un bel po’ di avanzi ce li porteremo per il prosieguo), dormire, esplorare i meandri e i ponti di carico della nave, seguire i seminari su glaciologia o fauna patagonica, fare rapide uscite sul ponte a godersi il panorama surreale (e rientrare subito per il gelo), e guardare i film e i documentari serali proposti nel comedor, una cosa sempre interessante da fare durante la traversata è seguire in diretta le operazioni di pilotaggio, dato che il ponte di comando è normalmente aperto al pubblico. Lo spettacolo è delizioso.  Il capitano, da noi soprannominato Orso Yoghi, impettito su uno sgabellino guarda dritto di fronte a sé impartendo ordini al timoniere che sta basso davanti a lui (nel senso che, chissà perché, i timonieri che si alternano sono uno più basso dell’altro) e che di tanto in tanto si becca un buffetto sulla testa a mò di rimprovero per non aver ripetuto prontamente il comando, in segno di comprensione ed accettazione. Il tutto mentre il buon ammiraglio Nelson (il secondo ufficiale), verificate posizione e rotta sulle mappe, se ne sta comodamente spiaggiato sul seggiolone (un sedile d’autobus piazzato a mo’ di trono nella cabina) a osservare la languida laguna di isolotti ed il didascalico Capitan Findus (Percival) attraverso il microfono fornisce dettagliate informazioni ai passeggeri circa quel che si vede ed accade intorno… “bbbiùtiful!!!”

L’ultima imperdibile porzione di paesaggio tra i canali, con delfini, cormorani, albatross e pinguini che fanno la festa alla nave, lascia il campo l’ultimo pomeriggio di navigazione ad un paesaggio più aperto, nel golfo di Chiloé. Siamo già parecchio a nord e c’è persino il sole: tutti in coperta! e non è niente male concedersi una birretta con vista spettacolare sul Corcovado e su altri 3 vulcani contemporaneamente, mentre qualcuno gioca con i grandi scacchi al pavimento. 

Nella sua charla finale, Percival ci illustra meraviglie, bellezze e virtù del territorio cileno dove stiamo per terminare il viaggio (“Bbbiùtiful!!!”) però a noi interessava di più vedere meglio e da vicino qualche balena, pare che da queste parti fino alla settimana scorsa se ne avvistassero abbastanza… ma il sole si addormenta nel mare lasciando la luna sentinella a vegliare sulla notte inquieta, senza che le regine degli abissi si siano fatte vedere. E siamo così al mattino del quarto giorno, troppo presto una voce meno soave della solita ci informa in tono perentorio che la nave è già attraccata e che l’avventura marittima è inesorabilmente finita. Colazione frettolosa, impacchettamento bagagli e “abbandonare la barcaaaa”!

Zaino in spalla ci voltiamo un attimo a salutare l’Evangelistas mentre scendiamo lungo le ripide scalette e ci avviamo verso la terminal degli autobus di Puerto Montt. Un simpatico ometto, il folletto della stazione, vende ad alta voce “manì … frecchito tottado manì!!!”, è ufficiale, siamo a terra. E un po’ ci spiace…

(Altre foto qui)

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Categorie: Cile | Lascia un commento

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