Chiloé: un arcipelago e i suoi misteri

Sbarcati a Puerto Montt, nemmeno ci siam concessi il tempo di farci passare il mal di terra che già siamo su un’altra chiatta ad attraversare lo stretto lembo di mare verso l’arcipelago di Chiloé, direzione Ancud. Nel grazioso villaggetto si gela, c’è un forte vento e il cielo coperto non promette nulla di buono regalandoci subito un bell’acquazzone coi controfiocchi che si abbatte copioso sul giardino lussureggiante e verdissimo a cui la steppa patagonica dei giorni passati ha ormai definitivamente ceduto il passo. E via libera a piante e fiori e alberi, tanti alberi, risorsa principale di un’antica tradizione di falegnameria.  Effettivamente, basta guardarsi intorno, tutto qui è di legno: i moli, le raffinate casette e le loro squame di rivestimento dalle forme bizzarre (tejuelas), i pilastri, i monumenti, le scalinate, gli alberghetti a tre piani, i muri divisori, e perfino le fondamenta dato che parecchie costruzioni sono su palafitte. I chilotes sono gente sostanzialmente rurale che è sempre rimasta piuttosto isolata dai cugini cileni di terraferma, avendo così sviluppato diversi caratteri squisitamente tipici: oltre all’architettura in legno degli edifici variopinti, precari ma deliziosi, e delle chiesette con la struttura di travi ingegnosamente formate e scolpite in modo da incastrarsi tra loro senza usare chiodi (alcune hanno 200 anni e fan parte del patrimonio dell’umanità dell’Unesco), hanno tutta una serie di racconti, credenze e leggende su alcune strane figure sacre e mitologiche e una musica fitta di contaminazioni e influenze delle varie genti che son passate dall’isola nel corso dei secoli. E poi sanno fare cose bellissime con gli animali e la terra, riempiendo i coloratissimi mercatini di mucchi di creazioni in lana e di agli e carote dalle dimensioni spropositate (e che dire dei sinistri malloppi di alghe che raccolgono sulle spiagge considerati commestibili e degli innumerevoli tipi di patate di ogni forma e colore).

A parte esplorare i negozi e i mercati, curiosare negli angusti e bui piani alti delle chiese e farci suggestionare dalle raffigurazioni dei mostri adorati dai locali, noi ad Ancud ci godiamo la tranquillità dell’essere lontani dalla classica gringo route e ci prendiamo il tempo per rilassarci nell’atmosfera calda e familiare dell’hospedaje davanti alla stazione dei bus, che condividiamo con ragazzi cileni in gita di fine settimana, facendoci poi guidare dai bimbi che per poche migliaia di pesos ci raccontano la storia del molo fortificato settecentesco. E poi appena possibile assaggiamo il curanto: mega-minestrone di enormi cozze e altri frutti di mare, pezzi di carne a casaccio (pollo, salsiccia, manzo), piselli e fave (con tutto il baccello), patate (con buccia) e polpettone di farina di patate cotte e crude, il tutto cucinato tradizionalmente sottoterra mediante sassi incandescenti in una grande buca rivestita di enormi foglie, e servito con la salsina a base di limone, pomodoro, cipolla e prezzemolo. Ovviamente su un tavolaccio improvvisato, davanti a un chioschetto in legno intorno a un cortile di periferia… un toccasana!

In un paio di giorni abbiamo familiarizzato con l’ambiente campestre e siamo pronti per il capoluogo dell’isola, che si chiama Castro come quell’altra pugliese, e pure la quantità di fiestas costumbristas sparse intorno nelle varie comunità fa un po’ pensare alle feste popolari e folkloristiche delle estati salentine a noi care. A Castro troviamo alloggio (anzi no: è lui che trova noi) sulla costanera, in una delle tante baracche colorate lungo la riva della laguna, e sotto la nostra finestra due volte al giorno l’acqua si ritira di centinaia di metri per la marea lasciando le barche in secca immobili e inclinate ad attendere… il prossimo passaggio.  La vista non è niente male, l’atmosfera è rilassante se non fosse per quello strano odore pungente che esala dal pavimento: probabilmente la macchia che a uno sguardo più attento risalta sulla moquette verde l’ha lasciata Apolo, il barboncino della famiglia che ci ospita, puntualmente soprannominato da noi Inodoro o Aseo (che sta per “gabinetto”). Bernardita la padrona di casa prende le difese del cane sostenendo che l’odore proviene dalle scarpe da ginnastica del figlio, che difatti si dà un gran da fare già di buon mattino allenandosi duramente in cortile con le clave da malabarista (giocoliere), mentre Apolo lo segue scodinzolando e collaborando attivamente. Il ragazzino aspira forse a diventare mochilero a tempo pieno da grande: proprio Bernardita a colazione, mentre scarpetta con una aillulla (paninetto rotondo e schiacciato) in una ciotolina di avocado, ci spiega che ci sono frotte di questi giovani che lasciano casa zaino in spalla vivendo per periodi più o meno lunghi per strada di espedienti, mangiando poco e bevendo tantissimo. E ce n’è un gruppetto proprio a poca distanza dalla nostra finestra, intento a cucinare qualcosa su un fuocherello sulla riva… è il luogo dove qualche giorno prima un ragazzo è stato ritrovato morto dopo una notte alcolica (pare non sia un evento così raro) e dove i suoi amici hanno costruito un altarino con i suoi oggetti personali per riunirsi a ricordarlo (e bere vino scadente in tetrapak in suo onore).

Più tardi il povero Aseo soccomberà sotto i colpi della coscienza poco pulita e alla S. che lo accusa “aaah, sei stato tu!?” comincerà a ringhiare contro minaccioso. Per fortuna Arturo, marito di Bernardita, provvederà finalmente a strofinare energicamente il panno dei piatti della cucina sulla moquette, usando in abbondanza come tocco di classe uno spray profumato per mitigare il problema (pur non ritenendolo degno di nota quanto quello della struttura del letto spezzata in due… ma tutto è relativo).

I dintorni di Castro ci danno modo di assistere ad un’altra ricca fiesta costumbrista nel vicino paesino di Achao, dove tra le palafitte e i cartelli che indicano le vie di fuga in caso di tsunami osserviamo il vero curanto al hoyo, mangiamo cordero asado e empanadas de queso e assaggiamo un’indicibile mistura di succo di mela fermentato, zucchero e farina di grano tostato macinata a mano mentre assistiamo a una serie di balli tipici – a sfondo religioso, e in maschera.  Torniamo in bus a Dalcahue e ci fermiamo (ancora affamati!) in un baretto dove scopriamo che le empanadas de manzana e il vero frullato di pesca sono buonissimi e costano pochissimo, ma l’idillio si rompe immediatamente quando ci accorgiamo che è tardi e che non ci sono più bus per tornare in città… per fortuna incontriamo l’amorevole Edoardo, che ci aiuta a risolvere i nostri problemi di questo tipo insegnandoci la vecchia tecnica dell’alzar el dedo. Recuperiamo così un passaggio fino a Castro in un pick-up malmesso con due simpatici vecchini che ci raccontano un po’ di storie del Trauco e della Pincoya, due tipi della ricca e buffa mitologia che anima la fantasia degli abitanti dell’isola.

Al mattino seguente siamo a bordo di un combi per una giornata di tour alla scoperta dell’isoletta di Lemuy. Visitiamo altre suggestive e colorate chiesette in legno, che già di per sé ci paiono giocattoli e costruzioni di bimbi, ma ancora di più ci divertono al loro interno le statuine decisamente naif che raffigurano santi, madonne, e il Gesù dalle curiose forchettine in testa:  delle bamboline spesso con mani e testoni sproporzionati (molte volte le parti sono riciclate senza troppe raffinatezze) oppure consistenti in null’altro che impalcature in legno addobbate. Siamo guidati dall’allegro Walter (soprannominato “80% cama” dopo la sua spiegazione di alcune peculiari idee sull’amore tra uomo e donna) e dalla minuta Doris, che è anche assistente della locale Maestra de Paz – la donna sciamano che guida spiritualmente le cerimonie augurali e sacrificali: così impariamo un sacco anche sulle tradizioni religiose dell’isola tra cattolicesimo e ancestrali credenze tribali, sugli sforzi di recupero e valorizzazione della lingua originaria degli huilliche (i mapuche del sud), sull’usanza della minga (che consiste nell’adunata festosa delle comunità nel caso di grandi lavori che richiedano la collaborazione di più persone, tipo lo spostamento di intere case!, che qui sono all’occorrenza mobili), e sui canti tradizionali allegri e vivaci che mischiano storie e strumenti gallesi, germanici, indigeni e latini – un po’ ricordano la musica celtica, e spesso sono accompagnati da balli in costume.

 Il nostro tour culturale finisce a “El Castaño”, uno splendido angolo nientemeno che italiano sperduto nel verde dell’isoletta: Silvio e Rossana, veneti, qualche anno fa hanno deciso di costruire la loro casetta (di legno, ovvio) in questo pezzo di bosco quasi irraggiungibile, per sei mesi all’anno vivono in Chiloé allevando alcuni cavalli, offrendo cibo e alloggio ai visitatori che si spingono fin qui, e soprattutto godendosi la natura lontano da tutto e da tutti immersi nella pace surreale mentre sulla spiaggetta vicina i maialini grufolano a caccia di alghe, meduse e stelle marine spiaggiate sui ciottoli. Un po’ ci spiace concludere la giornata nella stanzetta fredda e umida alla “Casa n. 7” con l’odore che punge il naso…

    

Non ci facciamo mancare nemmeno un giorno di visita al lato più remoto dell’isola, quello affacciato a ovest nei dintorni di Cucao – una bella passeggiata al sole e al vento gelido sulla riva esposta all’oceano tutt’altro che Pacifico, e nel Parque Natural Chiloé dove pare che Darwin rimase impressionato dalla flora e dalla fauna che lo popolano. Dopo tre mesi di viaggio l’adrenalina della scoperta se ne resta ormai un po’ in sottofondo, però i nostri pensieri sono treni in corsa di immagini e paesaggi visti e da vedere… e attendere due giorni la partenza del traghetto per Chaitén, da cui avevamo idea di tornare in Argentina via Futaleufù, ci pare inammissibile. Ma ci mettiamo nulla a cambiare un po’ l’itinerario, ed eccoci con un biglietto d’autobus notturno per Bariloche. Alle Ande!

(Foto chilotes qui)

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