Pucón e il temibile Villarrica

L’ennesima tappa in bus Argentina – Cile vede i nostri eroi intenti in una graziosa gag alla frontiera, a dichiarare ovviamente per l’ennesima volta di non portare con sé assolutamente nulla di origine animale o vegetale che possa minare la salute agrozootecnica sul nuovo lato della cordillera. Un po’ si avverte nell’aria un certo timore, per le piccole scorte di spaghetti, spezie e frutta distrattamente adagiate sui portapacchi in alto da misteriosi ignoti, che non si sa come sfuggono pure a tanto di controllo a bordo con i cani… ma si tratta solo di piccoli e innocui guizzi di resistenza eroica al terrorismo psicologico di stampo militaresco e alle calde raccomandazioni dell’autista, che ci racconta come la scorsa settimana proprio una coppia di italiani abbia dovuto pagare una multa salatissima per via di nientepocodimenoché una mela non dichiarata!!!, proprio così.

Ad ogni modo, dopo qualche ora di paesaggi e passaggi andini accanto a massicci vulcani e in mezzo a molto peculiari foreste di araucaria (il curioso e scenografico albero di conifera, simile a un pino, che è il simbolo di questa regione) ci ritroviamo a Pucón, che dicono sia la capitale cilena dell’avventura e delle attività nella natura e all’aria aperta. Tradotto: una cittadina-parco-giochi per viaggiatori e sportivi, con le manciate di agenzie turistiche, alberghetti, bar e comedores necessari e opportuni per intrattenere e soddisfare i selvaggi spiriti di giovani che arrivano qui da tutto il mondo (ma, pare a noi ancora una volta, soprattutto da Israele).

Per quanto ci riguarda, ci rallegriamo d’aver già prenotato una cameretta all'”Emalafquen”, dove abbiamo l’impressione di avere a disposizione un’intera casetta con giardino e veranda, altro che (con una bella cucinotta che ci consentirà grandi creazioni)… salvo poi scoprire che la gentilissima ma un po’ sbadata Valentina che lo gestisce ha commesso un erroruccio di overbooking, e ci informa che noi fortunelli dovremo andar via domani con cortese sollecitudine. Niente di grave ma… quanto altro ancora dovremo aspettare per condizioni meteo adatte ad affrontare il temibile Villarrica? Lui, il vulcano attivo con la cima nascosta dalle nuvole, ci osserva ghignando mentre noi al tramonto restiamo incantati dalla luce intensissima e rossa del sole orizzontale che sbuca puntuale da sotto la coltre grigia; però il tempo è troppo incerto per la scalata al cratere, piogge e schiarite e sole e nuvole si alternano velocemente, e le previsioni non lasciano molte speranze nemmeno per i prossimi giorni. In compenso al mattino, mentre snoccioliamo un succulento grappolo d’uva, vediamo Valentina sgattaiolare in giardino con un sorriso luminoso stampato sulla faccia gesticolando e articolando dei suoni incomprensibili che a distanza ravvicinata si traducono in “Buenas noticias! Se quedan!” –  Be’ meglio così, il posto ci piace assai e il tempo avverso non basta certo a metterci i bastoni tra le ruote, soprattutto se si tratta di quelle di due fighissime mountain bike a noleggio per un giorno intero: riusciamo a spararci ben 7 ore in sella, nella campagna tra curve e tornanti attraverso Quelhuen e los Ojos del Caburgua (cioè per strade sterrate tra comunità rurali, fiestas costumbristas, fattorie, laghetti e cascate nei boschi) sempre in salita fin su al lago Caburgua dove arriviamo appena in tempo per un bagnetto agli ultimi raggi del sole che sparisce dietro il monte.  Tutto sommato oggi il tempo ha retto, becchiamo solo qualche goccia durante il ritorno tutto in discesa per 25 km sullo stradone (la S. a sfrecciare irraggiungibile con la marcia più alta!) che conclude l’impresa sportiva, ma il definitivo suggello campestre della bella giornata è il pezzo di divino e cremoso queso mantecoso comprato dai contadini sul ciglio dello stradone (meglio se morso insieme alle more dai roveti a poca distanza). Per due topini come noi è davvero un attimo rifarsi delle calorie bruciate… anche perché ci preoccupiamo subito di allontanare eventuali e imminenti crisi ipoglicemiche a colpi di pollo asado e vagonate di patatine fritte.

E poi la spiaggia cittadina sul lago Villarrica, dalle acque cristalline e fresche (e temperatura dell’aria improponibile), e poi la gita notturna alle terme Los Pozones, dalle acque torbide e calde (e densità di bagnanti inconcepibile), ma sempre con epilogo e rientro a casa sotto il diluvio… però ormai ci siamo, l’escursione al Villarrica è finalmente confermata per domani anche se S. tanto per cambiare ha un po’ di febbre.

Ore 6.25 del mattino, panini zainetti colazione e siamo pronti, ma nessuno si fa vedere al cancello dell’”Emalafquen” fino alle 7.15. Appare un minivan già ricolmo di gente e zaini e attrezzature tutti stipati all’interno, oltre alle 2 guide e all’autista siamo in 12. Il cielo è ancora un po’ nuvoloso ma man mano che ci avviciniamo al Parque Nacional Villarrica il riverbero della luce rossastra del mattino lascia intravedere il vulcano che si risveglia sonnecchioso… visto da più vicino sembra un innocuo tortino al cioccolato dalla punta glassata che si scioglie… S. pensa che non è poi così terribile e spietato! fa quasi tenerezza… almeno fino a quando l’idillio poetico non è rotto dalla voce della guida che incita al movimento. Alla base del percorso di salita il gruppo si divide in due: da una parte c’è chi vuole risparmiare la prima ora di fatica prendendo l’aerosilla (seggiovia), dall’altra si schierano i temerari, fra cui noi, che faranno la scalata en plein.

 Presi dall’entusiasmo, con l’energia e il vigore che sempre ci contraddistinguono di primo mattino, partiamo subito con il piede giusto sbagliando gruppo da seguire prima ancora di aver cominciato il sentiero. Per fortuna (non) ci aspettano, nel senso che i gruppi in realtà sono numerosissimi e lungo il pendio ci saranno già centinaia di persone vestite di rosso, di giallo e di blu che continuano a scambiarsi di posto e cercano di non pestarsi gli scarponi da trekking mentre ansimando si inerpicano lentamente. La montagna è tutta un cumulo di pietroni neri e irregolari e la salita non è semplicissima. Si procede arrancando fino al limite della bianca e accecante distesa di neve che bisogna attraversare sí o sí per raggiungere la vetta. Qui le guide concedono una breve pausa per un briefing su come avanzare sul ghiacciaio, con istruzioni sull’uso dell’attrezzatura e sulla tecnica di “frenata” in caso di scivolate; c’è anche tempo di rifocillarsi, evviva pensiamo noi, è il momento di sfoderare i succulenti panini al tonno amorevolmente preparati dalle manine della Siu alle 4 del mattino!!! E dopo la (seconda) colazione dei campioni, l’imprescindibile rituale della vestizione degli scalatori: ramponi (però se ne può fare a meno), piccozza, giacca e pantavento e ovviamente zainetto che continuiamo a portarci in groppa. Così conciati sembriamo gli astronauti che si accingono a partire per la missione Apollo e si muovono goffamente impacciati dalla pesante attrezzatura procedendo in religioso silenzio (anche perchè un solo momento di distrazione può esser pericoloso) e in rigorosa fila indiana su un sentiero a zigzag, manico della piccozza puntata a monte e paso firme sulle orme di chi precede.  La salita si fa sempre più ripida e sulla neve le pendenze si fanno sentire ancora di più così come il rischio di scivolare e S., che nella sua fervida immaginazione si vede già rovinare nell’unico crepaccio aperto del ghiacciaio, è amorevolmente accudita da Nicolas che la scorta tenendola per mano praticamente fino quasi in vetta (G. temeva che un inconsulto colpo di piccozza avrebbe messo brutalmente fine all’idillio, ma per fortuna così non è stato).

Alla cumbre (vetta) la vista del cratere è certo affascinante e unica – ma i fumi e i gas dall’acido e pungente sapore di zolfo e il vento freddo che spira da ovest non permettono di contemplare granché il posto, tanto più che nemmeno gran panorama c’è: è tutto nuvole. Solo la cima del vulcano Llaima, più a nord, svetta sopra la coltre bianca intorno con i suoi 3100 m. In ogni caso il bordo del cratere del Villarrica sembra la stazione della metropolitana centrale all’ora di punta: c’è un gran viavai, dappertutto zaini tutti simili e similmente scoloriti e lisi, incroci di piccozze e occhiali da sole e tute antivento (ex) fosforescenti; e le guide agitate anche loro ci danno appena il tempo di dar fondo alle nostre provviste che già è ora di ri-vestirsi per la discesa.

Qualcuno ha detto “vertigini”? Già nel primo ripido tratto di rocce cominciano ad avvertirsi delle difficoltà a procedere, c’è chi insiste che si tratti solo di mancanza di fiducia in se stessi; poi però scopriamo a cosa serve il padellone di plastica che ci han fatto portare fin quassù e si comincia a scivolare sui pendii di neve lungo delle piste preparate. Yuppieee!!!

Arriviamo ad altitudini più modeste in un tempo ridicolo rispetto a quanto ci abbiam messo a salire, anche Su si riprende velocemente (non prima di aver abbracciato una ad una tutte le varie guide nei vari momenti di panico) e giunge pur’ella a destinazione. Missione Villarrica, finalmente, compiuta.

Stanchi morti approfittiamo fino alla fine dell’ospitalità di Valentina all’ostello: è (quasi) tutto per noi il soggiorno della cabaña per doccia e ristoro e spuntino e tè, prima di andare al terminal dei bus Jac appena in tempo per la nostra partenza. Il cielo a Pucon è per la prima volta sereno e possiamo salutare a dovere la spettacolare sagoma del vulcano, visibile come non mai, mentre partiamo alla volta di Santiago de Chile stesi quanto possibile sui finti sedili longspace.

(Altre foto qui)

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Categorie: Cile | Lascia un commento

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