Archivi del mese: luglio 2012

“Ma per le vie del borgo va l’aspro odor dei vini”… Mendoza

Nel tragitto internazionale stanotte abbiamo scoperto che anche dentro l’autobus può piovere, e che anche sotto un rivolo d’acqua c’è chi riesce a continuare a russare indisturbato, almeno lui, fino alla frontiera dove ci tocca l’ennesima pantomima di finto controllo dei bagagli di tutti i passeggeri e l’ennesimo timbro sul passaporto. Il mancato riposo però non vale come scusa a risparmiarci la lunga camminata dalla terminal di Mendoza fino al piccolo Hostel Universal, dove aspettiamo un buon quarto d’ora che Giovanni (da Enna, che lavora qui da dieci giorni) si degni di aprirci la porta a vetri (rotti) sulla strada; per fortuna l’amichevole Aldo, il proprietario, ci risolleva un po’ il morale raccontandoci la sua storia e i suoi dieci anni vissuti in Canada: noi lo ascoltiamo cercando di tenerci svegli e magari visibilmente interessati anche se in realtà caschiamo dal sonno, ma non possiamo accedere alla camera prima dell’una, quindi decidiamo di intrattenerci nel frattempo dando fondo come colazione alle nostre scorte di panini e frutta. In realtà, causa errore di prenotazione, ci toccherà poi spostarci nella rovente cameretta al piano di sopra, ricavata in un angolo del terrazzino, attrezzata con un letto a castello e incipriata di terriccio in ogni dove, che si chiama con evidente sforzo ironico “the loft”.

La cancellata d’ingresso al Parque San Martin. Ovviamente viene dalla Gran Bretagna, però ci ha il simbolo andino: il condor

Non si sa se più per l’ansia di conoscere la nuova città o per la voglia di uscire dallo “squastro”, ci lanciamo a piedi nell’arietta frizzante verso il Museo Fundacional, che troviamo chiuso; poi alla volta dell’acquario e del serpentario, che non accettano carte di credito (e noi non abbiamo ancora pesos argentini); poi al consolato italiano, dove osservano dei comodi orari più di chiusura che di apertura (“iat’a quiddhi”)… e così, tanto per non smentirci, ci consoliamo dei fallimenti al mercado central con un bel paio di filetti di merluzzo (cleverly fried, certo) e un’insalatina leggera. Panza china riposu cerca, dicono i saggi salentini anche senza aver attraversato le Ande, e quindi figuriamoci se per noi un sonnellino non può essere un piacevole post-pranzo, però breve perché stasera ripropongono lo show conclusivo della Fiesta de la Vendimia: ci siamo persi per un soffio questo famoso evento annuale nella capitale vinicola d’Argentina, meno male che c’è la replica. Se non altro noi ci proviamo ad arrivare all’anfiteatro dove si svolgono gli spettacoli… o meglio, alla collina al centro del grande Parque San Martin da cui gli spettacoli si vedrebbero anche senza avere un biglietto d’ingresso… però abbiamo sottovalutato le distanze, l’ora tarda e la nostra stanchezza: e ci tocca desistere, ma si fa per dire perché la cenetta a “El Palenque” e un paio di ottimi fernet con cola al “Por Acà”, sulla avenida Aristides Villanueva che è il centro della vita notturna di Mendoza, non ci paiono mica una rinuncia!

scommettiamo che ci cadiamo dentro?

Lungo la via del ritorno, a piedi per le grandi e curate piazze / giardini e le pulite e tranquille vie del centro, tutte alberate quasi senza eccezione, dobbiamo fare attenzione a non cadere nei pericolosissimi canali di irrigazione a cielo aperto tra il marciapiede e la carreggiata, e scopriamo per la prima volta l’utilità dei casinò aperti a chiunque e a qualunque ora: il “Regent” fa al caso della nostra emergenza idraulica, tra lucette, cumuli di slot-machine e tavoli da gioco – ah sì, eccolo! Il bagno è sempre in fondo a destra!

scene di (non) vita notturna

All’Universal dopo un paio di tentativi di scampanellamento già abbiamo paura di essere rimasti chiusi fuori per la notte, ma è solo che (anche) alle 2 del mattino Giovanni se la prende un po’ comoda per aprirci la porta; ora capiamo cos’è successo ai vetri… Però è solo il preludio della scenetta surreale dell’indomani.

Sveglia con ostello deserto, non c’è ombra del personale dello staff. Cucina in stato insolitamente deplorevole con piatti sporchi e disordine dappertutto (Melinda avrebbe sorriso, no mà). Nessuna traccia del desayuno che avrebbe dovuto essere pronto da un pezzo. I pochi ospiti si aggirano con aria smarrita non capendo cosa sia successo: qualcuno raccoglie armi e bagagli e abbandona l’alloggio indignato, altri preoccupati stanno per chiamare le forze dell’ordine, c’è Angie che è qui solo da ieri e con le mani tra i biondi capelli vaga disperata tra la reception deserta e la sala da pranzo col tavolo vuoto, l’islandese in viaggio verso l’Alaska semplicemente fa spallucce e attende tempi migliori. Pure noi la prendiamo con filosofia e senza scomporci rimediamo con una colazione all’italiana al bar (e sì che in Argentina si trovano pure delle ottime facturas simili ai nostri cornetti o brioche). Quando più tardi rientriamo, per fortuna il buon Aldo è in casa e ci spiega con toni pacati cos’è successo, mentre spadella un bisteccone di maiale le cui enormi dimensioni contrastano con quelle minute del suo corpicino storto (noi lo abbiamo subito soprannominato “tartaruga ninja”): però pare più preoccupato del livello di cottura del suo delizioso pranzetto che del fatto che il caro Giovanni abbia abbandonato il suo posto in reception fuggendo nottetempo con tanto di bottino dei 1000 pesos ch’erano in cassa. Trattenendo a stento le lacrime (e i pezzi di carne), Aldo ci racconta il fattaccio fino all’ultimo poco credibile dettaglio, precisando che sì comunicherà l’accaduto a tutte le strutture turistiche, per evitare che qualcuno ri-assuma l’italiano disonesto, ma non gli pare il caso di rivolgersi alla polizia.

S’ode la voce fuori campo di Angie… esto es un cuento dantesco!, che se la ride tra le righe e che ci dirà poi di aver ascoltato per caso, in ostello, conversazioni telefoniche su probabili chiusure della struttura, cambi di proprietà, bollette scadute, debiti e problemi finanziari… insomma forse c’è qualcos’altro sotto. Ma noi sappiamo non farci turbare da simili bazzecole e con rinnovato vigore ci immergiamo nella vivace quotidianità delle avenidas mendosine. Come usuale in questo paese, è facilissimo scambiare qualche chiacchiera con la gente che incontriamo, però ne usciamo un po’ confusi… a parte il siciliano che prima decanta i piaceri della città (“qui? è un paradiso!”) e poi scappa coi soldi del suo capo, e la ragazza disperata o eccitata (forse in base alle pillole del giorno) arrivata da Buenos Aires in cerca di lavoro e sul punto di tornarsene a casa delusa, troviamo (anzi, ci trovano) un abruzzese a cui il posto piace perché, da infermiere disoccupato che era in Italia, ha trovato in 10 giorni lavoro come tecnico del suono notturno pare strapagato, e poi un’insegnante nativa che avendo vissuto qualche anno (forse troppi) in Germania in pratica ci raccomanda di scappare via da questa “terra di lacrime”… Vabbe’, pensiamo a far spesa per la cena, va’.

Compartiamo volentieri una doverosa bottiglia di Malbec locale con Angie, che pare essersi finalmente ripresa, anche se G., lui che ama la charla, quasi quasi preferiva quando era depressa; però a un certo punto bandiamo alle ciance, e andiamo a nanna ché domattina ci attende una bella gita in alta montagna.

Puente del Inca, una formazione naturale dovuta all’acqua ricca di sali minerali che sgorga dalla montagna o… il regalo degli dèi agli intrepidi messaggeri

Che lo si creda o no, non lo facciamo mica apposta a scegliere i tour organizzati in autobus di gitanti pensionati. Noi davvero pensiamo che ci porteranno in posti bellissimi per lasciarceli esplorare un po’, mica per darci solo il tempo di qualche fotografia e magari di comprare un po’ d’artigianato locale. Ingenui… siamo di nuovo nel tunnel.  Ma facciamo buon viso a cattivo gioco: la salita su per le valli regala paesaggi spettacolari, scopriamo antiche leggende su mitici viaggiatori dell’epoca imperiale, qualche storia più recente sugli eserciti di liberazione passati proprio qui, e il Puente del Inca è davvero una bizzarria della natura; e poi saranno pur sempre nostri record personali il vedere da lontano il tozzo cocuzzolo dell’Aconcagua (6860 m, la più alta montagna del continente e dell’emisfero) e il raggiungere fisicamente i 4000 e passa metri d’altitudine della vetta del Cristo Redentor, sul confine tra Cile e Argentina. Ci chiediamo come sarà questo luogo d’altitudine immensa dove meditare e toccare il cielo, tutto natura e silenzio… e invece alla fine della spaventosa stradina di tornanti e strapiombi sul pendio ghiaioso della montagna rossastra le nostre aspettative vengono bruscamente affogate nei fumi di scarico che annuvolano l’aria pura di montagna e nel rumore dei motori dei minibus fra vespai di gruppi numerosissimi e chiassosissimi che sgomitano per accaparrarsi l’angolo più turistico per le foto. Altro che solitudine e aria fina, le gite finiscono qui nel grande piazzale a tarallucci e vino (e magari cioccolata calda venduta a gran voce).

da 3150 a 4000 e rotti… con guida sportiva

Be’ tutto sommato non ne facciamo certo un dramma, soprattutto col pancino rifocillato a dovere con un pranzetto montanaro niente male a Las Cuevas. Tanto poi a Mendoza dove “per le vie del borgo dal ribollir de’ tini, va l’aspro odor dei vini l’anime a rallegrar” – per citare il poeta – sapremo bene come far affogare le amarezze della vita, per esempio dedicando un pomeriggio a un bel giretto tra le bodegas a Maipu, assaggiando qualche esempio dei gustosi vinelli prodotti dai migliaia di ettari di vigneti in queste distese aridissime che, se non fosse per i sistemi di irrigazione artificiali, sarebbero deserto. No, non vi preoccupate, non usciamo senza pranzare, anche se ci accontentiamo di un risottino leggero e un altro pescetto con Angie.

barriques di rovere per Malbec e Cabernet-Sauvignon

Dopo mezz’ora siamo già nel mezzo della campagna al fondo della cantina boutique “Familia Cecchin”, quattro generazioni e trecentomila litri di vino biologico per anno, guidati nella visita dallo chef Giordano Minari che dopo l’esposizione dei passaggi dalla vite alla bottiglia e il racconto di vita personale da Bologna al Venezuela alla California fino in Argentina, autentico come il vino senza solfiti, conclude con un bel ”mi sono rotto di questo paese!”… affermazione non diversa dalla sfibrata profesora che abbiamo incontrato nel supermercato il giorno prima, ormai stanca di guadagnar nulla. Noi restiamo perplessi e ogni nostro proposito di fermarsi in città si dissolve nei fumi dell’alcool… e così con una bottiglia di Carignan nello zaino a mo’ di souvenir ci rimettiamo in viaggio. E’ il turno di Córdoba…

(poche foto della città e nessuna del memorabile Universal. Ma le altre qui)

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La Serena tremarella

I granchioni a Totoralillo

Davanti a due enormi coppe di gelato con fettoni di torta annessi, un pomeriggio a Santiago il simpatico Stefano, romano di mamma cilena emigrato per gestire l’elegante “La Signoria”, ci aveva parlato della regione di Coquimbo come il posto giusto per visitare un po’ di Cile costiero autentico e lontano dalle classiche destinazioni del turismo internazionale. Ma il vero motivo per cui ci troviamo all’alba del 29 di febbraio a La Serena, 420 km di curve a nord di Valparaiso, è che parlandocene lui aveva pronunciato la parola magica: BALENE! Da quel momento non c’è stato verso che le incertezze di G riuscissero a far cambiare idea a S il cui unico pensiero è diventato avvistare i cetacei… e, magari, fare anche una puntatina in spiaggia.

il vialone che conduce all’oceano a La Serena finisce con questo “coso” che vorrebbe essere un faro. Monumentale, cioè: finto

E’ mattino presto, primo giorno di rientro a scuola dalle vacanze – l’aria fresca sulla faccia ancora intontita dal sonno – ci facciamo strada nel fiume blu di seriosi studenti in uniforme e scarpe impeccabilmente lucide e passi che riecheggiano sulle strade lastricate e continuiamo a camminare fino a quando scorgiamo la scritta “El Hibisco” che ci fa capire che siamo finalmente arrivati all’hostel consigliatoci da Soledad di  Valparaiso. E qui ci concediamo qualche giorno di relax accolti dall’ambiente tranquillo e familiare nella calma della pulita e elegante cittadina sull’oceano, che ha saputo valorizzare e mantenere – nonostante sia una terra parecchio ballerina, come abbiamo modo di sperimentare dal vivo in almeno un paio di occasioni – l’architettura coloniale di edifici bassi, portali decorati e cortili fioriti e graziose piazzette davanti alle antiche chiese di pietra con bellissimi campanili.

plazoleta colorata in centro a La Serena

E’ davvero un posto di villeggiatura frequentato per lo più da famiglie locali, che giungono qui per il mare e le attrazioni intorno: e anche noi scegliamo di approfittare delle agenzie turistiche, prenotando una giornata intensa a spasso in minibus per la mistica e famosa Valle Elqui. Ci vengono a prendere di primo mattino e dopo una rapida tappa in una delle tante piantagioni di pa pa pa pa pa – papaya… a cui S dedica un simpatico balletto improvvisato, il mezzo comincia a inerpicarsi su per l’arida valle, dove i raggi del sole si fanno incandescenti e i campi di uva e avocado sono coltivati solo grazie a complicati sistemi di irrigazione che portano la (poca) acqua del fiume fin quasi alla cima delle ripide e scabre colline. Per la geologia, la vegetazione e i colori è un posto particolare, quasi mediterraneo non fosse per i cactus, ma noi – unici non cileni del gruppo, e forse un po’ troppo svezzati dopo tanto viaggiare e vedere – siamo parecchio perplessi per le spiegazioni approssimative snocciolate con disinvoltura dalla nostra guida, che con osservazioni grossolane e traduzioni un po’ “libere” parla alla combriccola delle magiche proprietà spirituali della zona. Udite udite: recenti imprecisate ma parecchio riferite “ricerche scientifiche” avrebbero scoperto che il fulcro del cosmo non è l’Himalaya, come si pensava… o meglio, che i raggi galattici escono sì dall’Himalaya, però entrano nella Terra da un cerro che si trova proprio qui nella valle dell’Elqui, dove “studiosi della Nasa” avrebbero rinvenuto una quantità indefinita di “energia cosmica”… anzi la quantità è definita: nientemeno che 1500!!!, indefinita è però l’unità di misura. E se vi piazzate ben fermi, vestiti di bianco, al sole, con i palmi delle mani verso l’alto, davvero potete avere in questo posto unico al mondo l’esperienza di ricevere un po’ di questa energia. Mah.

Pazienza, almeno il paesaggio montano in cima al percorso è imponente e suggestivo, e l’almuerzo a Villa Seca, a base di capretto e anatra, è eccezionale… ancor di più perché cucinato nei forni solari che si trovano a schiere nel cortile del rustico ristorantino, senza bruciare nemmeno una molecola di alcun combustibile: questa sì è l’energia che ci piace!

nelle mitiche cucine dei ristoranti a Villa Seca non hanno paura dell’aumento delle bollette del gas

Il tour prevede anche una visita ad una distilleria dove impariamo qualcosa (e di certo degustiamo) un po’ di pisco, la rinomata bevanda nazionale, che in pratica è la nostra grappa, solo venduta a bassa gradazione alcolica, e per lo più usata nei cocktail – prima di essere lasciati nella plaza del sereno paesino di La Vicuña, dove ci mischiamo ai locali rilassandoci con un gelato di arachidi e cannella sulle panchine a osservare i bimbi che scorrazzano sulle macchinine elettriche a noleggio (prima o poi introdurremo questo fantastico business anche in Italia). La sera c’è la visitina all’osservatorio astronomico del Cerro Mamalluca: l’altitudine e l’aria estremamente secca della valle rende queste montagne uno dei posti migliori nel mondo da cui studiare il cielo, e nonostante si tratti di un giocattolo per turisti più che di una reale stazione scientifica vale davvero la pena di sognare e imparare qualcosa sulle stelle, le costellazioni e i pianeti sotto una meravigliosa trapunta di puntini luccicanti, prima di tornare a La Serena per la notte.

sacro e profano a La Vicuna

Però ehi, non ci distraiamo: siamo qui per un motivo ben preciso, che in media è lungo una quindicina di metri e pesa parecchie tonnellate. Ce la mettiamo davvero tutta per capire come arrivare alla Caleta Chañaral, la spiaggetta nelle vicinanze da dove partirebbero le barchette dei pescatori con cui si può andare all’avvistamento dei pescion… ehm, dei mammiferi. Chiediamo praticamente a chiunque ci capiti a tiro in città, facciamo mucchi di telefonate, vaghiamo per tutti gli uffici e le agenzie, leggiamo un’infinità di avvisi opuscoli e brochure. Alla fine scoviamo solo una jeep che può portarci lungo le tre ore di sterrato fin là, parte una volta al giorno (se e quando parte), nulla è dato sapere su cosa troveremo in loco, né su come e quando sarà possibile tornare, balene? quali balene? ah sì… forse ci stanno ma probabilmente non ci stanno, noleggiare un’auto si può fare ma viene carissimo e comunque le agenzie sono chiuse, le condizioni meteo non sono e non saranno adatte ad uscire in mare. Il tutto di per sé non sarebbe per nulla sufficiente a trattenerci, ma questa volta l’incerta situazione è davvero incompatibile con il poco tempo (e denaro) a nostra disposizione e le (tantissime) tappe che abbiamo in programma fino al vago appuntamento ormai fissato tra due mesi scarsi con Mauro in Perù…

alla spiaggia di Totoralillo

Insomma, ancora una volta dovremo accontentarci di esseri marini un po’ più modesti: i granchioni rossi che qui si cuociono a mucchi nei pentoloni (li chiamano jaiva e li mettono pure nelle empanadas),

Basta tagliare le spugne con un coltello per trovare mucchi di questi animaletti. Chissà cosa sono, però li mangiano!

gli immancabili freschissimi ceviche caseros di pesce e frutti di mare marinati venduti ai chioschetti piastrellati in bicchieri di plastica con mucchietti di cipolla e prezzemolo tritati, le reinetas fritte (perché come se no?), e i chupe de mariscos gratinati al forno (yummm!). Però ce li godiamo sulle spiaggette che riusciamo a esplorare in taxi e autobus, quella del faro monumentale, quella di Totoralillo (un grande tondo di sabbia adibito a parcheggio e collegato alla terraferma da una striscia di terra) e la Caleta San Pedro (con il Centro Gastronomico), insieme alle famigliole intente a raccogliere conchas, tra le onde violente sulla sabbia e gli scogli, e con i pellicani nel cielo che d’improvviso si fa grigio e nebbioso.

che dici, stiamo ancora un po’ in spiaggia?

Il mare è azzurro e freddissimo, il sole fatica a filtrare e la temperatura dell’aria, i marosi e il vento dell’oceano ovviamente non sono granché piacevoli nemmeno per l’agognato “mare” di salentino desiderio, così alla fine un’altra piccola scossetta sismica ci dà il via. E salutiamo il grande Cile, riattraversiamo nottetempo la frontiera e il passo andino a 3500 m, e rieccoci in Argentina: città di Mendoza.

(Altre fotine qui)

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Le case spettinate al vento… Valparaiso

Scoprire che, causa overbooking dell’ostello dove abbiamo prenotato, la ripida scalinata appena conclusa a fatica non sarà affatto l’ultima dato che ci attende un’altra salitona ancora più dura per raggiungere il “Polanko”, quello senza insegna lungo la stradina sventrata dai lavori, non è piacevole… ma tanto vale fare i conti fin da subito con l’intensa sfacciataggine del disordine solare di Valpo, come la chiamano qui affettuosamente. Basta accontentarsi di una singola con materasso piccolo e di una tonificante doccia gelata in attesa di scoprire come far funzionare la caldaia; darsi il giusto tempo per ambientarsi tra il degrado, gli edifici divelti, i branchi di cani e le facce poco raccomandabili del Puerto; non allarmarsi per una bella congestione e una notte insonne per S. (che riesce ad addormentarsi solo quando già è mattino – tenendo conto che le dimensioni dell’alcova implicano condivisione di destini…), e infine meglio sorvolare su una perduta colazione mattutina. Però, appena ci decidiamo a uscire, il sole forte del primo pomeriggio ci fa dimenticare tutto.

 

Nella tradizione dell’intera America latina il porto di Valparaiso ha sempre avuto una posizione di grande rilievo e, nonostante la breve distanza, la differenza con la generale compostezza un po’ grigia di Santiago non potrebbe essere più evidente. Sarà anche la semplice presenza del mare nella geografia e nella storia della città, ma da subito a noi l’atmosfera ricorda parecchio Napoli o Lisbona:

In pasaje Beethoven, questa scaletta tutta da… suonare

le scalinate, i murales coloratissimi, le costruzioni di legno e lamiera variopinte, i palazzetti coloniali e il paesaggio sul porto e sul golfo, tutto mischiato con la luce intensissima e la brezza che fa sventolare le tende fuori dalle finestre delle case, come fossero lunghi capelli spettinati al vento… complessivamente c’è un’aria popolare e vivace che ci mette allegria, e non bastano gli antiestetici e inestricabili grovigli di fili elettrici sospesi dovunque senza apparente logica, né qualche altra disavventura nei comedores di pesce dei mercati alimentari, per farci passare il piacere di esplorare le colline storiche patrimonio dell’umanità, Cerro Concepción e Cerro Alegre. In cima al barrio Bellavista non ci lasciamo sfuggire “la Sebastiana”, la dimora di Pablo Neruda qui a Valparaiso: lo stile del poeta ormai lo conosciamo un po’ e ci diverte un sacco gironzolare tra le stranezze dell’architettura, dell’arredamento e delle suppellettili… e poi è meraviglioso godersi dalle innumerevoli vetrate le incantevoli viste della città e dell’oceano (a detta dell’autore “messo lì perché, così grande e disordinato, non andava da nessun altra parte” se non nella sua finestra!).

Amo las cosas loca, locamente. (da “Ode alle cose”, P. Neruda)

Scendiamo a El Plan attraverso il Museo a Cielo Aperto, ammirando e tentando di decifrare gli artistici famosi disegni murali che rendono ancor più particolari e suggestivi i quartieri antichi, e respiriamo un po’ della rumorosa attività dei porteños (purtoppo insieme al solito smog dei vecchi mezzi pesanti) nella zona più moderna e commerciale vicino al lungomare, tra le banche e i palazzi istituzionali testimoni dell’antica ricchezza. C’è persino una grande scuola italiana – dove è difficilissimo trovare qualche funzionario con cui parlare – in un edificio costruito nel 1940 in evidente stile del Ventennio, però noi siamo più attratti dal Casino Social J Cruz: un ristorante-museo, al fondo di un passaggio pedonale nascosto, pieno di incredibili collezioni di antiquariato e paccottiglia di tutti i tipi a riempire le vetrine ai muri, con graffiti e fototessere dappertutto, tavolacci condivisi e sedie e sgabelli di fortuna, dove ci smezziamo una inevitabile chorrillana individuale e qualche birra convinti a fine serata che il posto rispecchi decisamente l’anima della città.

 

Ormai abbiamo fatto pace anche con il nostro ostello, e la scusa è buona per darsi un po’ alla pigrizia, alla pianificazione degli spostamenti futuri ed a sempre piacevoli chiacchiere con Soledad (la padrona di casa), Ariel (dagli Stati Uniti, che ci lavora) e gli altri viaggiatori; ma c’è ancora tempo e voglia di continuare a esplorare le viuzze e le scalinate intricate su per le colline piene di angoli deliziosi. Una interessante visita guidata al Parque Ex Carcel, un’ex polveriera poi prigione ora recuperato e trasformato (con fondi del comune) in un centro culturale a misura d’artista con enormi spazi per l’esposizione e le officine di creazione, gli studenti e le università in giro, e la quantità di botteghe e atelier sparsi un po’ dovunque ci confermano che siamo in una città culturalmente viva e giovane. Ecco non è proprio un posto facile e pulito dove vivere, ma sì decisamente interessante e curioso, ed esteticamente da favola.

Il centro cultural Ex Carcel, in cima alla città. Gli spagnoli costruirono la polveriera al centro a prova di bomba, ha più di 200 anni e ha resistito a tutti i terremoti

Immersi insomma nel romanticismo che ci ispira questa città, stemperiamo la nostalgia e il displacement da viaggiatori standocene un po’ al molo a osservare le barchette turistiche e le austere navi militari, sorvolati dai pellicani, e prima dell’ulteriore bus notturno verso nord ci sembra giusto tornare al popolare Puerto – non più ostico come all’inizio, anzi vi facciamo subito qualche conoscenza – per suggellare con una memorabile ultima cenetta di pesce al “Porto Viejo” il fatto che, a noi, Valpo ci è piaciuta assai.

(Valpo-pictures qui!)

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