Le case spettinate al vento… Valparaiso

Scoprire che, causa overbooking dell’ostello dove abbiamo prenotato, la ripida scalinata appena conclusa a fatica non sarà affatto l’ultima dato che ci attende un’altra salitona ancora più dura per raggiungere il “Polanko”, quello senza insegna lungo la stradina sventrata dai lavori, non è piacevole… ma tanto vale fare i conti fin da subito con l’intensa sfacciataggine del disordine solare di Valpo, come la chiamano qui affettuosamente. Basta accontentarsi di una singola con materasso piccolo e di una tonificante doccia gelata in attesa di scoprire come far funzionare la caldaia; darsi il giusto tempo per ambientarsi tra il degrado, gli edifici divelti, i branchi di cani e le facce poco raccomandabili del Puerto; non allarmarsi per una bella congestione e una notte insonne per S. (che riesce ad addormentarsi solo quando già è mattino – tenendo conto che le dimensioni dell’alcova implicano condivisione di destini…), e infine meglio sorvolare su una perduta colazione mattutina. Però, appena ci decidiamo a uscire, il sole forte del primo pomeriggio ci fa dimenticare tutto.

 

Nella tradizione dell’intera America latina il porto di Valparaiso ha sempre avuto una posizione di grande rilievo e, nonostante la breve distanza, la differenza con la generale compostezza un po’ grigia di Santiago non potrebbe essere più evidente. Sarà anche la semplice presenza del mare nella geografia e nella storia della città, ma da subito a noi l’atmosfera ricorda parecchio Napoli o Lisbona:

In pasaje Beethoven, questa scaletta tutta da… suonare

le scalinate, i murales coloratissimi, le costruzioni di legno e lamiera variopinte, i palazzetti coloniali e il paesaggio sul porto e sul golfo, tutto mischiato con la luce intensissima e la brezza che fa sventolare le tende fuori dalle finestre delle case, come fossero lunghi capelli spettinati al vento… complessivamente c’è un’aria popolare e vivace che ci mette allegria, e non bastano gli antiestetici e inestricabili grovigli di fili elettrici sospesi dovunque senza apparente logica, né qualche altra disavventura nei comedores di pesce dei mercati alimentari, per farci passare il piacere di esplorare le colline storiche patrimonio dell’umanità, Cerro Concepción e Cerro Alegre. In cima al barrio Bellavista non ci lasciamo sfuggire “la Sebastiana”, la dimora di Pablo Neruda qui a Valparaiso: lo stile del poeta ormai lo conosciamo un po’ e ci diverte un sacco gironzolare tra le stranezze dell’architettura, dell’arredamento e delle suppellettili… e poi è meraviglioso godersi dalle innumerevoli vetrate le incantevoli viste della città e dell’oceano (a detta dell’autore “messo lì perché, così grande e disordinato, non andava da nessun altra parte” se non nella sua finestra!).

Amo las cosas loca, locamente. (da “Ode alle cose”, P. Neruda)

Scendiamo a El Plan attraverso il Museo a Cielo Aperto, ammirando e tentando di decifrare gli artistici famosi disegni murali che rendono ancor più particolari e suggestivi i quartieri antichi, e respiriamo un po’ della rumorosa attività dei porteños (purtoppo insieme al solito smog dei vecchi mezzi pesanti) nella zona più moderna e commerciale vicino al lungomare, tra le banche e i palazzi istituzionali testimoni dell’antica ricchezza. C’è persino una grande scuola italiana – dove è difficilissimo trovare qualche funzionario con cui parlare – in un edificio costruito nel 1940 in evidente stile del Ventennio, però noi siamo più attratti dal Casino Social J Cruz: un ristorante-museo, al fondo di un passaggio pedonale nascosto, pieno di incredibili collezioni di antiquariato e paccottiglia di tutti i tipi a riempire le vetrine ai muri, con graffiti e fototessere dappertutto, tavolacci condivisi e sedie e sgabelli di fortuna, dove ci smezziamo una inevitabile chorrillana individuale e qualche birra convinti a fine serata che il posto rispecchi decisamente l’anima della città.

 

Ormai abbiamo fatto pace anche con il nostro ostello, e la scusa è buona per darsi un po’ alla pigrizia, alla pianificazione degli spostamenti futuri ed a sempre piacevoli chiacchiere con Soledad (la padrona di casa), Ariel (dagli Stati Uniti, che ci lavora) e gli altri viaggiatori; ma c’è ancora tempo e voglia di continuare a esplorare le viuzze e le scalinate intricate su per le colline piene di angoli deliziosi. Una interessante visita guidata al Parque Ex Carcel, un’ex polveriera poi prigione ora recuperato e trasformato (con fondi del comune) in un centro culturale a misura d’artista con enormi spazi per l’esposizione e le officine di creazione, gli studenti e le università in giro, e la quantità di botteghe e atelier sparsi un po’ dovunque ci confermano che siamo in una città culturalmente viva e giovane. Ecco non è proprio un posto facile e pulito dove vivere, ma sì decisamente interessante e curioso, ed esteticamente da favola.

Il centro cultural Ex Carcel, in cima alla città. Gli spagnoli costruirono la polveriera al centro a prova di bomba, ha più di 200 anni e ha resistito a tutti i terremoti

Immersi insomma nel romanticismo che ci ispira questa città, stemperiamo la nostalgia e il displacement da viaggiatori standocene un po’ al molo a osservare le barchette turistiche e le austere navi militari, sorvolati dai pellicani, e prima dell’ulteriore bus notturno verso nord ci sembra giusto tornare al popolare Puerto – non più ostico come all’inizio, anzi vi facciamo subito qualche conoscenza – per suggellare con una memorabile ultima cenetta di pesce al “Porto Viejo” il fatto che, a noi, Valpo ci è piaciuta assai.

(Valpo-pictures qui!)

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Categorie: Cile | Lascia un commento

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