“Ma per le vie del borgo va l’aspro odor dei vini”… Mendoza

Nel tragitto internazionale stanotte abbiamo scoperto che anche dentro l’autobus può piovere, e che anche sotto un rivolo d’acqua c’è chi riesce a continuare a russare indisturbato, almeno lui, fino alla frontiera dove ci tocca l’ennesima pantomima di finto controllo dei bagagli di tutti i passeggeri e l’ennesimo timbro sul passaporto. Il mancato riposo però non vale come scusa a risparmiarci la lunga camminata dalla terminal di Mendoza fino al piccolo Hostel Universal, dove aspettiamo un buon quarto d’ora che Giovanni (da Enna, che lavora qui da dieci giorni) si degni di aprirci la porta a vetri (rotti) sulla strada; per fortuna l’amichevole Aldo, il proprietario, ci risolleva un po’ il morale raccontandoci la sua storia e i suoi dieci anni vissuti in Canada: noi lo ascoltiamo cercando di tenerci svegli e magari visibilmente interessati anche se in realtà caschiamo dal sonno, ma non possiamo accedere alla camera prima dell’una, quindi decidiamo di intrattenerci nel frattempo dando fondo come colazione alle nostre scorte di panini e frutta. In realtà, causa errore di prenotazione, ci toccherà poi spostarci nella rovente cameretta al piano di sopra, ricavata in un angolo del terrazzino, attrezzata con un letto a castello e incipriata di terriccio in ogni dove, che si chiama con evidente sforzo ironico “the loft”.

La cancellata d’ingresso al Parque San Martin. Ovviamente viene dalla Gran Bretagna, però ci ha il simbolo andino: il condor

Non si sa se più per l’ansia di conoscere la nuova città o per la voglia di uscire dallo “squastro”, ci lanciamo a piedi nell’arietta frizzante verso il Museo Fundacional, che troviamo chiuso; poi alla volta dell’acquario e del serpentario, che non accettano carte di credito (e noi non abbiamo ancora pesos argentini); poi al consolato italiano, dove osservano dei comodi orari più di chiusura che di apertura (“iat’a quiddhi”)… e così, tanto per non smentirci, ci consoliamo dei fallimenti al mercado central con un bel paio di filetti di merluzzo (cleverly fried, certo) e un’insalatina leggera. Panza china riposu cerca, dicono i saggi salentini anche senza aver attraversato le Ande, e quindi figuriamoci se per noi un sonnellino non può essere un piacevole post-pranzo, però breve perché stasera ripropongono lo show conclusivo della Fiesta de la Vendimia: ci siamo persi per un soffio questo famoso evento annuale nella capitale vinicola d’Argentina, meno male che c’è la replica. Se non altro noi ci proviamo ad arrivare all’anfiteatro dove si svolgono gli spettacoli… o meglio, alla collina al centro del grande Parque San Martin da cui gli spettacoli si vedrebbero anche senza avere un biglietto d’ingresso… però abbiamo sottovalutato le distanze, l’ora tarda e la nostra stanchezza: e ci tocca desistere, ma si fa per dire perché la cenetta a “El Palenque” e un paio di ottimi fernet con cola al “Por Acà”, sulla avenida Aristides Villanueva che è il centro della vita notturna di Mendoza, non ci paiono mica una rinuncia!

scommettiamo che ci cadiamo dentro?

Lungo la via del ritorno, a piedi per le grandi e curate piazze / giardini e le pulite e tranquille vie del centro, tutte alberate quasi senza eccezione, dobbiamo fare attenzione a non cadere nei pericolosissimi canali di irrigazione a cielo aperto tra il marciapiede e la carreggiata, e scopriamo per la prima volta l’utilità dei casinò aperti a chiunque e a qualunque ora: il “Regent” fa al caso della nostra emergenza idraulica, tra lucette, cumuli di slot-machine e tavoli da gioco – ah sì, eccolo! Il bagno è sempre in fondo a destra!

scene di (non) vita notturna

All’Universal dopo un paio di tentativi di scampanellamento già abbiamo paura di essere rimasti chiusi fuori per la notte, ma è solo che (anche) alle 2 del mattino Giovanni se la prende un po’ comoda per aprirci la porta; ora capiamo cos’è successo ai vetri… Però è solo il preludio della scenetta surreale dell’indomani.

Sveglia con ostello deserto, non c’è ombra del personale dello staff. Cucina in stato insolitamente deplorevole con piatti sporchi e disordine dappertutto (Melinda avrebbe sorriso, no mà). Nessuna traccia del desayuno che avrebbe dovuto essere pronto da un pezzo. I pochi ospiti si aggirano con aria smarrita non capendo cosa sia successo: qualcuno raccoglie armi e bagagli e abbandona l’alloggio indignato, altri preoccupati stanno per chiamare le forze dell’ordine, c’è Angie che è qui solo da ieri e con le mani tra i biondi capelli vaga disperata tra la reception deserta e la sala da pranzo col tavolo vuoto, l’islandese in viaggio verso l’Alaska semplicemente fa spallucce e attende tempi migliori. Pure noi la prendiamo con filosofia e senza scomporci rimediamo con una colazione all’italiana al bar (e sì che in Argentina si trovano pure delle ottime facturas simili ai nostri cornetti o brioche). Quando più tardi rientriamo, per fortuna il buon Aldo è in casa e ci spiega con toni pacati cos’è successo, mentre spadella un bisteccone di maiale le cui enormi dimensioni contrastano con quelle minute del suo corpicino storto (noi lo abbiamo subito soprannominato “tartaruga ninja”): però pare più preoccupato del livello di cottura del suo delizioso pranzetto che del fatto che il caro Giovanni abbia abbandonato il suo posto in reception fuggendo nottetempo con tanto di bottino dei 1000 pesos ch’erano in cassa. Trattenendo a stento le lacrime (e i pezzi di carne), Aldo ci racconta il fattaccio fino all’ultimo poco credibile dettaglio, precisando che sì comunicherà l’accaduto a tutte le strutture turistiche, per evitare che qualcuno ri-assuma l’italiano disonesto, ma non gli pare il caso di rivolgersi alla polizia.

S’ode la voce fuori campo di Angie… esto es un cuento dantesco!, che se la ride tra le righe e che ci dirà poi di aver ascoltato per caso, in ostello, conversazioni telefoniche su probabili chiusure della struttura, cambi di proprietà, bollette scadute, debiti e problemi finanziari… insomma forse c’è qualcos’altro sotto. Ma noi sappiamo non farci turbare da simili bazzecole e con rinnovato vigore ci immergiamo nella vivace quotidianità delle avenidas mendosine. Come usuale in questo paese, è facilissimo scambiare qualche chiacchiera con la gente che incontriamo, però ne usciamo un po’ confusi… a parte il siciliano che prima decanta i piaceri della città (“qui? è un paradiso!”) e poi scappa coi soldi del suo capo, e la ragazza disperata o eccitata (forse in base alle pillole del giorno) arrivata da Buenos Aires in cerca di lavoro e sul punto di tornarsene a casa delusa, troviamo (anzi, ci trovano) un abruzzese a cui il posto piace perché, da infermiere disoccupato che era in Italia, ha trovato in 10 giorni lavoro come tecnico del suono notturno pare strapagato, e poi un’insegnante nativa che avendo vissuto qualche anno (forse troppi) in Germania in pratica ci raccomanda di scappare via da questa “terra di lacrime”… Vabbe’, pensiamo a far spesa per la cena, va’.

Compartiamo volentieri una doverosa bottiglia di Malbec locale con Angie, che pare essersi finalmente ripresa, anche se G., lui che ama la charla, quasi quasi preferiva quando era depressa; però a un certo punto bandiamo alle ciance, e andiamo a nanna ché domattina ci attende una bella gita in alta montagna.

Puente del Inca, una formazione naturale dovuta all’acqua ricca di sali minerali che sgorga dalla montagna o… il regalo degli dèi agli intrepidi messaggeri

Che lo si creda o no, non lo facciamo mica apposta a scegliere i tour organizzati in autobus di gitanti pensionati. Noi davvero pensiamo che ci porteranno in posti bellissimi per lasciarceli esplorare un po’, mica per darci solo il tempo di qualche fotografia e magari di comprare un po’ d’artigianato locale. Ingenui… siamo di nuovo nel tunnel.  Ma facciamo buon viso a cattivo gioco: la salita su per le valli regala paesaggi spettacolari, scopriamo antiche leggende su mitici viaggiatori dell’epoca imperiale, qualche storia più recente sugli eserciti di liberazione passati proprio qui, e il Puente del Inca è davvero una bizzarria della natura; e poi saranno pur sempre nostri record personali il vedere da lontano il tozzo cocuzzolo dell’Aconcagua (6860 m, la più alta montagna del continente e dell’emisfero) e il raggiungere fisicamente i 4000 e passa metri d’altitudine della vetta del Cristo Redentor, sul confine tra Cile e Argentina. Ci chiediamo come sarà questo luogo d’altitudine immensa dove meditare e toccare il cielo, tutto natura e silenzio… e invece alla fine della spaventosa stradina di tornanti e strapiombi sul pendio ghiaioso della montagna rossastra le nostre aspettative vengono bruscamente affogate nei fumi di scarico che annuvolano l’aria pura di montagna e nel rumore dei motori dei minibus fra vespai di gruppi numerosissimi e chiassosissimi che sgomitano per accaparrarsi l’angolo più turistico per le foto. Altro che solitudine e aria fina, le gite finiscono qui nel grande piazzale a tarallucci e vino (e magari cioccolata calda venduta a gran voce).

da 3150 a 4000 e rotti… con guida sportiva

Be’ tutto sommato non ne facciamo certo un dramma, soprattutto col pancino rifocillato a dovere con un pranzetto montanaro niente male a Las Cuevas. Tanto poi a Mendoza dove “per le vie del borgo dal ribollir de’ tini, va l’aspro odor dei vini l’anime a rallegrar” – per citare il poeta – sapremo bene come far affogare le amarezze della vita, per esempio dedicando un pomeriggio a un bel giretto tra le bodegas a Maipu, assaggiando qualche esempio dei gustosi vinelli prodotti dai migliaia di ettari di vigneti in queste distese aridissime che, se non fosse per i sistemi di irrigazione artificiali, sarebbero deserto. No, non vi preoccupate, non usciamo senza pranzare, anche se ci accontentiamo di un risottino leggero e un altro pescetto con Angie.

barriques di rovere per Malbec e Cabernet-Sauvignon

Dopo mezz’ora siamo già nel mezzo della campagna al fondo della cantina boutique “Familia Cecchin”, quattro generazioni e trecentomila litri di vino biologico per anno, guidati nella visita dallo chef Giordano Minari che dopo l’esposizione dei passaggi dalla vite alla bottiglia e il racconto di vita personale da Bologna al Venezuela alla California fino in Argentina, autentico come il vino senza solfiti, conclude con un bel ”mi sono rotto di questo paese!”… affermazione non diversa dalla sfibrata profesora che abbiamo incontrato nel supermercato il giorno prima, ormai stanca di guadagnar nulla. Noi restiamo perplessi e ogni nostro proposito di fermarsi in città si dissolve nei fumi dell’alcool… e così con una bottiglia di Carignan nello zaino a mo’ di souvenir ci rimettiamo in viaggio. E’ il turno di Córdoba…

(poche foto della città e nessuna del memorabile Universal. Ma le altre qui)

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Categorie: Argentina | Lascia un commento

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