Córdoba a volo di condor

“Ma sì… vedrai, di sicuro ci saranno ottimi e comodi collegamenti e lunghi tratti di qualcosa di simile a un’autostrada tra la terza e la seconda città d’Argentina, no?”… e allora crepi l’avarizia, un bus cama ejecutivo (che sta più o meno per “letto di lusso” con sedile superestensibile ampio e confortevole) è quello che ci vuole per questo viaggio notturno. “Finalmente si dorme” pensiamo. E invece no!!! avevamo sottovalutato la coerenza latina e, ancora una volta, ci lasceremo sorprendere da questa nuova Parigi-Dakar che non ci risparmia scossoni, dissesti, curve, sterrati, sobbalzi e vibrazioni durante le 10 ore di viaggio. Ormai quasi non ci facciamo più caso e ci abbandoniamo a un dormiveglia scombussolato per poi esser accolti, un po’ stonati al mattino seguente, dall’enorme nuovissima terminal di Córdoba; un salto in taxi verso una zona di un paio di ostelli, e in breve abbiamo una cameretta tutta colorata che ci piace un sacco al Babilonia.

A Córdoba ci sono i canali come a Milano! Però si riempiono solo quando piove

Di questa città abbiamo sempre solo letto e sentito un gran bene e siamo piuttosto curiosi di partire all’esplorazione – be’, con la nostra doverosa calma, ché il caldo torrido in cui siamo ripiombati ci causa pigrizia, e magari anche come scusa per cercare un paio di sandaletti nuovi per S. tra le tante vetrine del centro pedonale. Ci ingoia subito con familiarità la vivace Córdoba, che è una culla storica di cultura, sede di ben sette università diverse tra cui la più antica del paese (attiva dal 1622) in cui ci colpisce la stupefacente biblioteca piena zeppa di inestimabili tomi; ci vivono tantissimi giovani studenti e imprenditori (Julian, che possiede il Babilonia, è uno di questi) e i grandi eleganti edifici della cattedrale e della manzana jesuitica sono lì incastonati tra un caffé, una libreria e una facoltà a testimoniare una ricchezza che non aveva eguali (in più, secondo G. le cordobesi sono le donne più belle d’Argentin- ahia!).

nel cortile del Colégio nella Manzana Jesuítica

C’è un palco su un lato della bella Plaza San Martín, davanti al cabildo (il bianco edificio coloniale sede del consiglio comunale), interroghiamo un po’ la folla e ci dicono che stasera c’è uno spettacolo di un musicista folklorico locale; a un certo punto una donna comincia a urlare forte contro gli organizzatori in merito alle tante sedie “riservate” destinate ai soliti privilegiati e che invece “dovrebbero essere del popolo”… per poco non assistiamo allo scoppio di una piccola rivolta, per fortuna che al Babilonia la parrillada di stasera ci riporta ad atmosfere più rilassate e amichevoli tra vassoiate (con bis e tris) di chorizo e vacío arrosto e piacevoli chiacchiere (e bevute) con i ragazzi dell’hostal.

il “cabildo” a Plaza San Martín a Córdoba

Passano alcune giornate di sballottolamento frenetico (e spese nervose) tra skype, email e locutórios a tentare di risolvere il non trascurabile problemuccio della carta di credito in scadenza (non c’è nulla da fare, alla fine dovremo comunque arrenderci ai meccanismi impenetrabili dei carrozzoni finanziari globali). Però questa condizione ci dà modo di vivere la città da non-turisti e comunque riusciamo a lasciarci qualche tempo libero per visitare quello che ci sembra il mercado de las pulgas più bello del Sudamerica, traboccante di artesanías colorate e creatività rara, nel quartiere Guemes – dove c’è anche il simpatico “La Nieta” con la sua ottima cucina e l’ancora migliore terrazzino (e graditissimo complemento di limoncello, nientemeno). Alla fine però a queste temperature le nostre gambe non reggono più di qualche cuadra e un bel mattino ci sembra giusto prendere una tregua dalla torrida aria urbana verso qualche gita fuori porta.

gironzolando per il mercatino a Guemes

Dalla stazione “Mercado Sur” (ah è qui? sembrava il piano interrato di un supermercato…) parte un minibus verso Villa Carlos Paz, che ci attira poco a parte un hotel con le cupole a forma di quelle del Cremlino e una descrizione della carina costanera lacustre che leggiamo sulla Lonely Planet; scendiamo invece poco più avanti, a Cuesta Blanca (forse), e non perdiamo tempo per smarrirci tra le stadine sterrate nel bosco. Dopo qualche giro e qualche rigiro imbocchiamo… un piccolo almacén dove riusciamo a tamponare l’improvviso ma potente buco allo stomaco, e finalmente riusciamo a farci indicare il giusto sentiero verso la spiaggetta sul fiume: innumerevoli famigliole più o meno adorne di grassi affollano le poco meno innumerevoli parrillas in fila, l’acqua ha un colore sull’arancione e non è molto alta, ma sembra pulita e non è affatto fredda. Troviamo un posticino tra gli alberi e i massi e finalmente! sguazzare nella corrente è un piacere che ci godiamo fino al tramonto.

Nel rio a Cuesta Blanca ci sono anche degli strani trichechi.

Rientro in città, cenetta e vinello, e al mattino dopo altro minibus verso La Pantilla, da dove parte il sentiero per la Quebrada del Condorito. Veniamo scaricati da soli nel mezzo del nulla sotto il sole a picco delle Sierras Centrales: lo sguardo spazia sull’ampio paesaggio lungo la cima delle alture paglierine e non c’è nemmeno un albero in vista, però il vento aiuta parecchio. Ci incamminiamo nel silenzio attraverso praterie di rocce e colline e in un paio d’ore di sentierino bello e facile siamo al Balcon Norte sulla quebrada, a perderci nel volo ipnotico dei maestosi condor e a intuire l’importanza che aveva e ha per gli sciamani: l’alchimia segreta dello sguardo che scorre con loro lungo i dirupi della valle, verso un luogo dove il tempo muore e le distanze si annullano, in perfetta sintonia con la natura e i suoi infiniti linguaggi fatti di armoniche intersezioni che creano la ‘magia dei luoghi’ – e noi la viviamo e la respiriamo a pieni polmoni – mentre lasciamo il nostro spirito librarsi alto e volteggiare dominando le correnti della vita come fanno i condor nell’aria con le loro ali spiegate (Susiii… scendi?). Pare questo sia un posto d’elezione dove i condor-papà e condor-mamma insegnano ai propri piccoli a volare… a noi invece non resta che cercare di carpire qualche insegnamento dai libri di Castaneda o di Gougaud.

Decisamente un bel pomeriggio alla scoperta della vita selvaggia di queste ultime propaggini orientali delle Ande. Però il fatto che abbiamo scritto i nostri nomi nel registro del centro visitatori (che al nostro ritorno è deserto e sbarrato) non basta a calmare l’ansia quando torniamo sullo stradone ad attendere un bus qualunque che ci riporti a Córdoba: isolati come siamo, non possiamo far altro che ammirare il rosso delle nuvole al tramonto e lo straordinario silenzio della sierra (una sensazione non più tanto comune, dopo le nostre ultime settimane urbane) mentre il buio prende il sopravvento e dopo 20 minuti dall’orario previsto il nostro bus ancora non si vede. Il freddo è arrivato tagliente e improvviso e un autista che non era il nostro ci ha raccontato di tanta gente rimasta qui all’addiaccio per la notte, aumentando le preoccupazioni; ma è solo questione di qualche decina di minuti, ecco i fari della carretta che si ferma per prenderci su, e non più tardi delle 9.30 siamo di nuovo sereni a casuccia a prepararci la consueta meritata cenetta.

in attesa del bus (e del buio)

Già che ci siamo, non ci sembrava il caso di trascurare il luogo di formazione giovanile del Che, ed eccoci ad Alta Gracia, amena cittadina di montagna dal clima mite e i verdi parchi, per un tuffo di 4 secoli nel passato giocando a nascondino per gli stanzoni e i cortili della bellissima estancia gesuitica (con tanto di arredi d’epoca, diga originale in terra battuta, e mulino in legno). Invece il Museo di Che Guevara, dentro Villa Nydia cioè la casa dove egli ha trascorso l’adolescenza con la famiglia, lo boicottiamo perché in barba a tutti gli aneliti di uguaglianza l’ingresso per gli stranieri costa ben $75 contro i 15 che costa per gli argentini… e no, a queste discriminazioni noi non ci stiamo e cerchiamo di smaltire l’ingiustizia snocciolando pensieri e riflessioni lungo la strada che conduce i pellegrini dritti dritti al Santuario della Madonna di Fatima, dove assistiamo di persona perplessi e ispirati e pervasi da spirituali interrogativi, a quello che viene definito un miracolo (si tratta di un riflesso di luce perenne dalle sembianze della statua della Vergine che si è creato nel momento in cui la statua è stata rimossa dalla nicchia sull’altare).

Spariti.

Ancora un paio di giorni a Córdoba, per approfondire un po’ di storia. In realtà ci prendiamo qualche dose di tristezza, cominciando dal Museo de la Memória, che occupa una vecchia sede della D2 che era una sezione della polizia segreta argentina famosa per i suoi modi terroristici. L’edificio e gran parte degli intonaci sono rimasti esattamente com’erano negli anni della dittatura, quando ci venivano rinchiusi (e chissà come interrogati e torturati) dissidenti e ribaldi (o ritenuti potenziali tali); e persino dagli occhi e dalla viva voce del custode, che ne è stato vittima e testimone, percepiamo un po’ come doveva essere la vita allora. Anche l’esposizione su Nelson Kirchner ci mette un po’ di malinconia, mostrando quanto un rappresentante delle istituzioni possa essere amato dal suo popolo se svolge il suo lavoro con onestà, umiltà e senso del dovere; troviamo una raccolta di audio, foto e video sull’ex presidente argentino nella cappella sconsacrata del complesso detto “Paseo del Buen Pastor”, altro bell’esempio di spazio architettonico classico ma modernissimo con vista sulla Iglesia de Los Capuchinos (quella con una guglia mancante), e pieno di opere e mostre d’arte e strane fontane e prati e bar di tendenza. Noi però per i fine serata preferiamo il più popolare cortile colorato della birreria “Los Infernales”, a Guemes, oppure anche un film coreano al cineclub municipale, tanto per partecipare un po’ alla intensa vita culturale cordobés prima di partire per la campagna: ci aspetta qualche giornata nelle Sierras…

Altre foto: qui

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Categorie: Argentina | Lascia un commento

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