Minaaa Claaaveeero – che cóus!

Yo vivo en Minaaa Claaaveeero desde cuaaando me caaasé… Mi maaarido era de aaacà…” – ehi! ma che cóus?!? – E chi se lo immaginava che bisognava arrivare in un piccolo paesino dell’entroterra cordobense per sentir parlare… baaareeese?

Sarà che siamo ancora storditi… dal caldo impietoso e dalla fatica delle corse rocambolesche zaino in spalla: in taxi alla Terminal 2 ma l’unico cajero funzionante è alla Terminal 1 e poi a far la fila allo sportello 17 e poi di corsa all’andén 48 e per un soffio al countdown del lancio finale del bus che parte in anticipo rispetto al ritardo previsto (be’, evidentemente avevamo sopravvalutato la nostra capacità di intuire gli orari di un comune autobus sudamericano) – e per il lento e rumoroso viaggio attraverso le praterie rocciose di montagna che si aprono sulla valle (è il paesaggio di pampa più elevato d’Argentina), tra le scoppiettanti risate di stormi di ragazzini dai volti impolverati, con gli zainetti lisi e i grembiuli sdruciti, di ritorno dalla scuola campestre, che tuonano nelle orecchie dei passeggeri intontiti dal sonno – insomma siamo ancora troppo decisamente immersi nel viaggio per sorprenderci della particolare (e familiare!) cadenza di una bionda signora che in pesante accento cordobense ci accalappia alla stazione di arrivo, ma non così tanto da non trovarla simpatica al punto tale da convincerci a salire e a bordo della sua Fiat Punto e ascoltare la sua storia di ex interprete di italiano venuta a vivere a Mina Clavero, seguendo il marito; e fra una chiacchiera e l’altra ci ritroviamo nella sua dimora – ah no, nella nostra (che ci affitterà a soli 50 pesos a testa), perchè la sua è quella accanto, be’… ora sì che siamo stupiti! È un intero appartamentino tutto per noi ed è bello sentirsi “a casa” riscoprendo questa parola scivolata ormai in fondo al nostro dizionario di viaggio.

La piacevole sorpresa ci causa l’altrettanto gradevole rimozione psicologica degli stress della giornata, ma evidentemente non solo di quelli, uffa… Ma perché facciamo sempre così fatica a ricordare i nomi di chi ci si è appena presentato? Boh, proviamo con la vecchia scusa del sale e dello zucchero che mancano in cucina per aprire l’indagine sul nome della nostra misteriosa anfitriona bionda… ah ecco, si chiama Kuky e per l’occasione ci presenta pure il marito, Carlos, detto “Chiquitín” per via delle minute dimensioni. Decisamente due personaggi simpatici che fremono di vibrante impazienza e non vedono l’ora di farci conoscere il villaggio di Mina Clavero e gli affascinanti dintorni: ebbene sì, soggiorno a tutto tondo con scarrozzamento annesso, vorremo mica lamentarci!

Per cominciare, l’allegra coppia ci conduce alla pileta Nido de Aguilas, una magnifica piscina naturale in mezzo a formazioni rocciose di scogli prevalentemente lisci e piatti fra i quali si insinua placido il fiume (che dà il nome alla città) dove due assetati come noi non vedono l’ora di tuffarsi per far svaporare la calura del secondo pomeriggio sguazzarellando nelle invitanti acque limpide e scure. Al tramonto torniamo a piedi per le pacifiche viuzze cittadine, tra il verde e il río, passando sull’esile traballante ponticello pedonale sospeso (che belle le opere fatte unicamente per essere utili e non per essere… belle, nota di Gi) e curiosando nei negozietti di generi alimentari locali: perché mica ci facciamo scappare la possibilità di sfruttare il tavolino sotto la tettoia nel cortile del nostro alloggio per degli ottimi spaghetti, con Malbec e gruyera artigianale, al suono delle cicale (o del loro equivalente sudamericano).

Dunque vediamo, per il secondo giorno la gitarella con Kuky e Chiquitín prevede di scortarci al famoso Museo Rocsen. Abbiamo letto qualcosa a riguardo, ma ancora ci stiamo chiedendo cosa ci faccia un grande museo polifacético così sperduto tra i campi in questa zona che non potrebbe essere più lontana dai fulcri culturali urbani, quando capiamo che la location non è affatto la massima stranezza di questa creazione di tale señor Bouchon, che doveva essere proprio un bel tipino. E’ un posto davvero immenso, inteso come un altare simbolico a celebrazione dell’intero conoscimento dell’essere umano: passando sotto le 40 statue sulla facciata di ingresso, che raffigurano pensatori, filosofi e scienziati (al centro c’è Gesù Cristo) e che furono scolpite personalmente da lui, entriamo (e ci perdiamo) in questo incredibile labirinto di sezioni e reparti, ciascuno dedicato a una branca: ci sono meccanica, mineralogia, archeologia, fotografia, cinema, sociologia, zoologia, arti orientali, strumenti musicali, abbigliamento e moda, sport e giochi, agricoltura, artigianato e mestieri, iconografia religiosa, carrozze e diligenze, sigarette, motociclette d’epoca, mummie andine, automobili, storia argentina – e molto, molto altro – e ci imbattiamo in pezzi davvero antichi e unici al mondo (un vecchissimo pianoforte in radice di ciliegio selvatico, un prototipo artigianale di una carrozza motorizzata, un esemplare della prima macchina da scrivere… ma sono solo esempi). Tra l’altro è qui che vediamo per la prima volta le raccapriccianti cabezas reducidas, i monili rituali che venivano portati al collo da antichi guerrieri indigeni, fatti con le teste dei nemici uccisi (private delle ossa del cranio, cucite sugli orifizi e trattate per preservarne le inquietanti forme sotto i peli e i capelli tuttora intatti).

In un posto così basta essere un minimo curiosi per divertirsi un mondo, e per esplorare tutto il museo non ci bastano mica le 3 ore di visita che abbiamo concordato con i nostri anfitrioni, i quali fedeli e puntuali ci stanno già aspettando fuori per scarrozzarci nella campagna. Ci portano a vedere da vicino Los Nonos, le due verdi collinette a forma di tette (da cui il nome, nella lingua degli aborigeni Comechingones) e poi al Tobogan con Javier e Lorena, la coppia di ragazzi che ha preso il secondo alloggio. Tra le pozze naturali e gli scogli piatti – e che cavolo! lo fanno pure i bimbi e i nonni e vuoi che non ci proviamo pure noi a lanciarci sugli scivoli di petra con un bustone di plastica sotto le chiappe, ovviamente dietro l’incitazione degli astanti – la rotolata di Gi diventa un piacevole intrattenimento per la folla di famigliole che acclamano persino il bis; ma insomma, al bagno di sole e di acqua fresca nel fiume color coca-cola e nella olla di acqua calda èpiacevole passare il tempo finché Carlos non ci recupera e parlandoci degli avvistamenti di obvnis e UFO, nello specifico di platos voladores (dischi volanti pare comunissimi da queste parti), ci porta a goderci un po’ di tramonto. Siamo nel bel giardino di un residencial di bungalow di un suo amico, mentre il sole si abbassa la Sierra pian piano diventa rossa e poi viola, Su chiacchiera amichevolmente con la pecorella addetta alla tosatura dell’erba, e ci lasciamo pervadere dalla pace del luogo. Nel più classico stile argentino, Lorena e Javier (artigiani e artisti di Buenos Aires) ci invitano per questa sera a condividere il loro asado: basta un sacchetto di carbonella e due bottiglie di vino (e tre chili di carne in quattro) per una cenetta semplice, allegra e piacevole tra le chiacchiere, finché Lorena non riesce a farci passare per quelli che vogliono andare a nanna e l’ultimo pezzo di vacio e di morcilla (la salsiccia di interiora: Gi era titubante, ma è decisamente buonissima!) finiscono nelle fauci di un cagnolino di passaggio perché proprio non ce la facciamo più a ingurgitare proteine.

Il nostro ultimo giorno, ormai in sintonia con i ritmi rilassati del luogo, ci alziamo con più calma di tutta quella che possiamo metterci… all’ una di pomeriggio Su è ancora seduta in cortile con Kuky a chiacchierare di filologia italo-argentina (è andata a cercarla circa un’ora e mezza prima per restituirle zucchero, sale e i 200$ che le dovevamo) ma riusciamo comunque ad andare per una passeggiata risalendo il fiume fino a Cura Brochero, il paesino con all’ingresso la strana statua dell’eponimo prete ritratto tutto di slancio. Tra un involontario tuffo di ginocchio e un picnic sulla roccia in mezzo al fiume, esploriamo le gole e gli anfratti rocciosi e troviamo il posto più bello di tutti in una pacifica caletta sotto l’altro ponte, quello vicino alla rotonda, proprio di fronte alla bajada al río privata dell’Hosteria “Costa del Sol”. L’acqua è pulitissima, la profondità è giusta, il sole splende, ci siamo solo noi e la natura intorno: davvero l’impressione di Mina Clavero ci resterà come un buon posto dove venire a trascorrere le gioie della pensione, e quasi quasi ci facciamo un pensierino…

Gli amabilissimi Kuky e Carlos ci lasciano usare l’appartamento quanto vogliamo e poi ci accompagnano alla terminal, dove alla fine li salutiamo ringraziandoli per la perfetta ospitalità. Riusciamo a salire su un vecchio bollitore che su e giù per la Sierra sferraglia e traballa tutto (a un certo punto in discesa si spegne persino il motore) e che però ci riporta più o meno in tempo a Córdoba, da dove ripartiremo poco dopo, non senza esserci rifocillati con un’insalatona di cui ancora adesso ci resta in bocca il sapore della cipolla (quando impareremo a farcela togliere?). Ancora verso nord!

(foto di Mina C.: qui)

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Categorie: Argentina | Lascia un commento

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