Quebrada a suon di stelline e Torrontés

Seguendo il vago itinerario tracciato all’inizio di questo viaggio, dopo le varie divagazioni a cavallo della frontiera tra Cile e Argentina, ora la nostra rotta segue la lancetta della bussola orientata inesorabilmente verso nord. La frequenza dei viaggi in bus notturni scomodi e gelidi un po’ pesa ormai sulle nostre schiene che iniziano a risentirne, e persino se scegliamo la categoria cama (letto) più costosa ci ritroviamo a non chiudere occhio – ma già sappiamo come consolare le nostre facce mattutine da alieni stravolti, con una mega colazione al baretto della stazione di Tucumán e una lauta minuta per pranzo in uno scrausissimo localino peruviano a Tafí del Valle, durante le soste per i cambi di mezzo tra i cavalli che scorrazzano liberi per le vie del paese.

A pancia (e zaini) pieni in attesa del prossimo bus a Tafi del Valle

A un certo punto della stretta strada di tornanti che si inerpica sui ripidi pendii andini, coperti di bosco fitto e umido, l’autista ci invita a scendere e proseguire a piedi per un tratto a causa dei lavori in corso; poi all’improvviso il paesaggio cambia bruscamente, e siamo in mezzo a un immenso altopiano, secco e spoglio. Disorientati dal capovolgimento di scenario, a noi pare che il mattino non sia mai arrivato e che la giornata sia il prolungamento di una tragica notte insonne, tant’è vero che S. vede ancora le “stelline” luminescenti sparse su tutto il corpo (a parte il naso tappato e la quasi-febbre, entrambi abbiamo delle strane piccole eruzioni cutanee pruriginose che il gran caldo accende ancora di più favorendone la moltiplicazione incontrollata). Ci facciamo forza per le altre poche ore di crociera fino a Cafayate, dove sgomitando nello sciame di promoter dei vari alojamientos riusciamo dopo un giretto zaini in spalla a sistemarci nell’economico ostello “Backpackers” per cercare un po’ di sollievo dal prurito e dalla febbre con qualche sorso del dolce vinello che ci hanno offerto.

Una trapunta di stelline sull’òmero di S.

Restiamo molto parchi nella comida, ché almeno pensiamo di compensare un po’ quel che forse ci sta causando le strane bollicine (magari qualche allergia alimentare, mah), però non possiamo perderci l’escursione alla famosa quebrada che di Cafayate è l’attrazione principale. Credevamo di aver concordato un trekking di un paio d’ore e invece siamo di nuovo coinvolti nel tour in minibus col gruppo di giovani e soprattutto meno giovani: varie fermate lungo la via, manciate di minuti a disposizione per le fotografie, e qualche macchietta da parte di Marcelo (la guida) che ce la mette tutta per rendere il pomeriggio simpatico con qualche battuta da copione.

El castillo

Il posto è naturalisticamente davvero spettacolare: la strada, asfaltata di recente, passa (nei tratti in cui non ne è stata mangiata) accanto al Río de Las Conchas, largo e basso, che ha formato queste vallate nell’arenaria durante decine di milioni di anni. Gli aridi strati di sedimenti multicolori, scavati da acqua, sole e vento hanno preso forme strane e immaginifiche: basta un minimo di fantasia per vedere, oltre i cactus e i lama, bizzarri anfiteatri, obelischi, rospi, castelli, navi, finestre e locomotive apparire tra le folate di aria calda, fino alla “Garganta del Diablo” (Gola del Diavolo) dove si svolgerà la fase avventura del tour e tutti vengono invitati alla scalata dei lastroni di roccia rossastra fino alla cima della gola.

Alla scoperta della Garganta del Diablo

Ci suggestiona pure, nel gruppo, la giovane coppia canadese, in viaggio con una splendida bimba di 9 mesi vestita da bambolina che sembra non soffrire affatto per la calura anzi, si diverte pure: per noi quasi non è più una vista inusuale quella di famigliole zaino in spalla con nani al seguito – inevitabile riflettere sulle differenze culturali e sui diversi modi di intendere la vita e sui condizionamenti ai quali il solo fatto di essere nati e cresciuti in un particolare posto ci espone e sul concretizzarsi in questi mesi dell’ idea di viaggio come ricerca personale, sulla voglia di essere liberi di scegliere come vivere…

A spasso per la Quebrada de Cafayate

Be’ ovvio, non tutto è perfetto: sulle curve della via del ritorno, la piccola Vivian pensa bene di irrorare pavimento del furgoncino, spalla del papà e vicino di sedile con un po’ della pappa appena ingerita, ma niente paura, i viaggiatori sono per definizione sempre pronti a fronteggiare ogni tipo di emergenza e in un attimo la calma è ristabilita e siamo di nuovo nella pace delle vie di Cafayate.

Noi non ci curiamo se alcuni dei nuovi amici sono un po’ spinosi

L’altro motivo per cui questo luogo è giustamente rinomato è la produzione del vino Torrontés, e visto che durante la prima cena alla “Tranquera de los Criollos” i nostri nasi tappati (e il nostro dubbio se non sia il caso di osservare una dieta a base di riso in bianco almeno fino a quando non saremo sicuri che le stelline pruriginose non siano causate da qualcosa che abbiam mangiato) non ci consentono di gustare appieno la nostra bottiglia di Domingo Hermanos insieme alla pur ottima cazuelade cabrito, decidiamo di dedicarci per il giorno dopo alla visita di qualche bodega (cantina di produzione).  Sì sì, però ora vediamo di passare la notte… prima le stelline, ora le scimmie che di notte si grattano e battono le mani e accendono la luce in continuazione perchè non riescono a prender sonno e si sono messe in testa di voler sterminare tutte le zanzare – l’espressione orgogliosa di G. accanto ai suoi 5 cadaveri non basterà certo a ripagare il prezzo dell’insonnia che pare essere il preludio dell’incubo del giorno seguente. Siamo infatti ancora alle prese con lunghe, faticose e poco proficue telefonate e missive a banche e corrieri di spedizione… con cui però è inutile insistere: dovremo continuare a cavarcela con una sola carta di credito. Ma è meglio rimandare la questione, “chi vuol esser lieto sia” diceva il saggio, e noi possiamo senz’altro consolarci con gli ottimi vini in degustazione alla Bodega Nanni e con la piacevole compagnia di altre coppiette di viaggiatori (Clément e Clémentine, francesi freschi di arrivo in Sudamerica che condividono una parte del nostro itinerario; Eugénia e Julián, da Buenos Aires, peccato aver l’autobus alle 4, avremmo potuto condividere con loro una piacevole e rinfrescante gitarella alle cascate; e Ariel e consorte, sempre dalla capital, prossimi mamma e papà). In realtà l’economia locale, principalmente in mano a grandi aziende o investitori che fino a non molto tempo fa riuscivano a fare incetta di terreni di ex-basso valore sviluppando i grandi vigneti anche con un preciso intento turistico, ci fa pensare che praticamente il fenomeno che chiamiamo in generale “colonizzazione” sia da queste parti ancora bene in atto… però a noi piace comunque il ventilatore sotto il portico alla cantina Vasija Secreta ai cui 155 anni di attività vinicola il tamal (con carne, se no è humita) e il formaggio di capra rendono bene onore.

Tra una cantina e l’altra a cercare ombra per le vie del paese…

L’ultima corsetta a recuperare i bagagli e poi – sempre continuando a grattarci e vivamente sperando di non aver preso la scabbia, ché i sintomi ci sono tutti – verso il torpedone che ci porterà a Salta: ma ci resterà a lungo come ultimo ricordo di Cafayate il caaalmo racconto (sì ma ci parte il bus, può sbrigarsi?) del leeento vecchino (ehm… scusi, abbiamo solo un minuto e mezzo) che al “Miranda” ci serve una pallina di ottimo gelato al Torrontés mettendosi a chiacchierare, con evidente voglia di compagnia ma chissà come ispirato dal nostro aspetto malandato, di quanto sia deprecabile una vita eccessivamente ricca e del giudizio finale che attende tutti gli avari e della bellezza di una vita morigerata e sempl…- okay gracias scappiamo tenga il resto!

(Altre foto della tappa qui)

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Categorie: Argentina | Lascia un commento

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