Atmosfere d’altre Ande

il cabildo coloniale di Salta

Nel tracciare quella famosa linea di viaggio immaginaria – alla quale la nostra bussola si sarebbe dovuta ispirare – ci eravamo soffermati a fantasticare sul nord dell’Argentina, e ora, riattraversando la Quebrada di Cafayate in direzione di Salta, sentiamo riaccendersi le grandi aspettative su questa immancabile tappa di cui abbiamo sentito un gran bene. Ovviamente non siamo i soli: la fama e la variegata offerta di intrattenimento di questa provincia creano come al solito penuria di alloggi tranquilli a buon prezzo, ma alla fine saremo fieri di noi stessi per esser riusciti (forse già contagiati dagli effluvi del nomadismo Inca) a cambiare tre ostelli in tre giorni fino a sistemarci più o meno stabilmente nel colorato cortile del “El Andaluz”, proprio nel centro storico.

paseo nocturno salteño

La struttura cittadina, rimasta esattamente come fu originariamente disegnata nel ‘500 dai coloni spagnoli, è del tutto inadatta al modello di trasporto imperante basato su (vecchi) veicoli privati, e il traffico e lo smog rischiano seriamente di distruggere il fascino del posto, per non parlare della nostra inusuale difficoltà a trovare volti simpatici e atteggiamenti amabili tra i commercianti, i gestori di alberghi e i custodi dei musei; però passeggiando coi nostri blandi ritmi tra gli edifici bassi coi tipici portali e cornicioni riusciamo lo stesso a respirare un po’ dell’atmosfera coloniale ed eclettica, così pervasa di storia e cultura, e a trovare affabilità nei giovani locali (specie se non lavoratori) e nei turisti argentini.

se volete… esta es nuestra casa

Nella plaza di Salta, tra la grande cattedrale rosa e le arcate del vecchio cabildo, c’è il Museo de Arqueología de Alta Montaña dedicato ai niños dormidos de Llullaillaco: sono le mummie di tre piccoli ritrovate nel sito archeologico più alto del mondo, in cima a un vulcano a 6700 m. La storia merita un approfondimento che ci fa conoscere il rito Inca della capacocha che grosso modo funzionava così: alcuni fortunati ragazzini, accuratamente selezionati nelle famiglie più nobili dell’impero, affrontavano un lungo e faticoso viaggio di mesi attraverso le Ande (che poi i sentieri Inca passavano per ripide valli e monti dalle altezze impossibili mica a serpentina o con tornanti: no, loro sceglievano preferibilmente la linea retta) per arrivare a Cuzco, la capitale, dove li attendeva una solenne cerimonia matrimoniale simbolica; poi, tornati a casa ed accolti con tutti gli onori quali intermediari con il mondo celeste, venivano condotti fino alle più alte vette delle montagne sacre, dove abitavano gli dei, e lì una volta nutriti a sazietà erano storditi con una bevanda alcolica ottenuta dal mais, la chicha, e quindi venivano abbandonati al loro sonno eterno all’interno di buche, per benaugurio e sacrificio alle divinità. Scalatori e archeologi moderni, inseguendo le vaghe leggende nelle memorie dei più anziani tra i gruppi indigeni, sono incappati negli anni in qualche dozzina di questi incredibili santuari andini, oltre i 5000 m d’altezza, dove le temperature estreme e l’assenza quasi totale di umidità hanno conservato eccezionalmente bene i corpi e gli incredibili gioielli e artefatti insieme a cui le vittime venivano seppellite. Questo di Salta è il museo più importante sul tema, e noi siamo raccapricciati, affascinati e pieni di interrogativi di fronte alle manine chiuse a pugno del niño, che pare addormentato tutto piegato su se stesso avvolto nel vestitino rosso, al volto della doncela sfigurato e bruciato da un fulmine chissà quanti anni fa, e a ciò che resta della reina del cerro, trafugata e passata in chissà quanti mercati e per chissà quante mani prima di approdare qui; ma le storie che leggiamo e le creazioni artigianali che ammiriamo sono un’ottima introduzione al ricchissimo universo della secolare cultura andina, che avremo buon modo di esplorare ed approfondire nelle prossime settimane.

la Iglesia de San Francisco dal cortile del convento

Molto più familiari invece, ma sempre suggestivi e romantici: l’allegria dei mercatini di Salta che frequentiamo in lungo e in largo – alla ricerca di scarpe e zaini per rimpiazzare un po’ della nostra attrezzatura – e il tuffo nel periodo coloniale al Museo del Cabildo dove conosciamo l’eroe nazionale salteño, Don Martin Miguel Guëmes, condottiero di temerari eserciti di gauchos indipendentisti contro i soldati realisti (fedeli alla monarchia spagnola) dopo la rivoluzione del 1810. L’affetto popolare per questa figura d’altri tempi è talmente palpabile che ci sentiamo coinvolti e così, dopo una passeggiata fino alla vecchia stazione ferroviaria (all’estremità nord di Calle Balcarce, il centro della movida notturna), non possiamo dir di no a una cenetta nella deliziosa peña ubicata proprio nella sua vecchia dimora. Nella tradizione delle peñas, la comida non è la parte principale della serata: sono (be’, erano) posticini fatti soprattutto per ascoltare (e magari suonare) musica popolare; in fondo alla sala, due o tre suonatori si alternano sul piccolo palco, il primo che declama poesie e storie e barzellette oltre a motivi folclorici con la chitarra ci piace di più, ma le due mance da 2pesos se le beccano gli altri due, tra cui il vecchietto gaucho filastrocchista che dedica un verso sgangherato agli occhi di Su. Ah, il fascino mediterraneo.

Como queda triste el hombre
cuando la mujer le falta
pero aún más triste el perro
cuando la perra es demás alta…

Oziando Riposando un po’ tra le pareti variopinte e gli elfi e folletti che si accendono con i faretti della sera all’Andaluz, riusciamo tutto sommato a prendere qualche decisione e programmare un po’ i prossimi spostamenti. Decidiamo che, nonostante da quel che sentiamo l’altopiano cileno sarebbe un posto da non perdere, non passeremo da San Pedro de Atacama – così magari riuscendo a dedicare qualche altro giorno alla Bolivia – e prenotiamo un paio di escursioni, alla fine delle quali saremo a Humahuaca.

il paesino di Cachi – bellissimo posto per un’escursione in giornata nei meandri della Cordigliera

E così eccoci al mattino seguente a bordo dell’ennesimo minibus: passandogli il mate tra i tornanti il giovane Pablo, la guida, ci presenta Guillermo, l’autista, faccia un po’ preoccupante e attitudine al volante manco a dirlo disinvolta, chitarrista come Slash dice ma noi lo sentiremo solo cantare un motivetto neomelodico latino; scansando gli armadilli che attraversano a tutta velocità la strada per evitare di essere piastrati dai veicoli si sale attraverso l’umida foresta di yunga, dove le cime degli alberi sono coperte da batuffoli bianchi che sono nidi di ragno; e poi curve, strapiombi, dissesti e cascatelle fino ai 3541 metri della Capilla del Obispo, dove l’altare votivo è ricoperto di foglie di coca, sigarette ed altri oggetti lasciati in dono (sotto la croce cristiana) alla pachamama, la Madre Terra al vertice della tradizionale devozione spirituale diffusa ovunque sulle Ande. Siamo tra le nuvole e non è dato vedere alcunché del panorama, così si prosegue subito serpeggiando giù rapidi e ripidi: la sensazione è proprio quella di trovarsi su un gommone lungo il fiume a fare rafting o almeno così ci sentiamo con la guida spericolata e la strada poco raccomandabile o chissà… magari è solo l’effetto delle foglie di coca, alle cui proprietà anti-fame, fatica e mal d’altitudine siamo stati prontamente iniziati all’inizio del tour. Di droga non si tratta, è tutto legalissimo e risale agli antichi tempi degli Inca l’uso di coca y bica: noi non manchiamo certo di procurarci la nostra piccola scorta e ci proviamo eccome a tenere qualche foglia in bocca, tra i denti e la guancia, aggiungendo ogni tanto un po’ di bicarbonato che dovrebbe aiutare il rilascio degli alcaloidi… ma ne sentiamo un po’ l’effetto solo se ci crediamo, e se ci crediamo troppo l’effetto diventa addirittura lassativo!

adobe, cardones e vette altissime

Comunque il giro sulle montagne russe prosegue, ora siamo in una vallata arida con altissime vette imbiancate sullo sfondo (e bancarelle su cui i contadini smerciano spezie ed erbe tradizionali ritenute capaci di curare i più svariati mali e di rinvigorire virtù sessuali sopite) e poi ci fermiamo al suggestivo Parque Los Cardones, un deserto di cactus non sono cactus, sono cardones! Sembra di essere in Texas e noi ci lanciamo di corsa ad abbracciare un po’ le socievoli piantone spinose, per poi riprendere la strada che porta al piccolo e delizioso paesetto di Cachi.

nel cortile del municipio di Cachi

Cachi è un posto sospeso nel tempo. Le casine sono in adobe (mattoni di fango e paglia) imbiancato, e hanno tetti di legno e canne di bambù. Il parco mezzi del municipio consiste in due carriole e una bicicletta attrezzata con due megafoni (e una statuetta della Madonna). Nella chiesetta, il soffitto a botte, il confessionale e il leggìo sono pregevolmente fatti in legno di cardón. I marciapiedi ai bordi delle stradine sono altissimi e variabili, pare per consentire agli abitanti, che non brillano in statura, di montare e smontare da cavallo agevolmente. Tra le caprette e le donne che trasportano pesanti fardelli, ci godiamo il silenzio e la pace di questo lontano e antico villaggio indigeno in compagnia dei nostri compagni di tour e assaporando delizie locali come lo stufato di carne di lama, la papa rellena e un po’ di formaggio di capra – ora sì che cominciamo a capire cosa siano le Ande sperdute.

momenti di naturale tenerezza

Tornati a Salta nuovamente sopravvissuti al periglio d’alta montagna, l’espressione truce e asociale sul volto della dueña del “El Andaluz” che guarda in tv qualche film sui vampiri senza interagire minimamente con la coppia ospite con cui condivide il divano non ci fa certo sentire troppo felici di essere a casa quindi usciamo, direzione mercado artesanal di Calle Balcarce, previa puntatina al Convento di S. Bernardo. Il mercado ovviamente non ha sandalias e S. deve continuare a sperare che le sue pantofoline rosse resistano; G. continua ad avere mal di pancia, nemmeno l’acquisto dello zainetto nuovo serve a riprendersi, non ha voglia di fermarsi a mangiare fuori, anzi non ha voglia di mangiare per nulla; però passiamo lo stesso dal VEA di Calle Mitre per un po’ di verdura e in ostello non appena si libera un fornello (stasera il patio dell’”El Andaluz” pare affollato, e c’è pure la partita in tv) S. si sbizzarrisce, volano spicchi d’aglio, è un tripudio di sughetti alle spezie. Poi però si sente la pressione bassa: ma è solo una scusa, perché non ha voglia di preparare lo zaino e di levarsi presto domattina. Sogni allucinati… saranno le foglie di coca?

(Tutte le foto qui)

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Categorie: Argentina | Lascia un commento

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