Un tuffo nel passato: l’Argentina indigena della Quebrada de Humahuaca

Il Cerro de Siete Colores a Purmamarca

Mah, tutto sommato si dorme bene nella stanzetta azzurra… un po’ umiduccia per la verità… ma tanto alle 7.30 DRIIINNN suona dispettoso il campanello dell’hostal El Andaluz a ricordarci che è ora di partire e Edgar, la nostra guida con la faccia indigena e simpatica, ci scorta risoluto nel vortice delle attività che ci attendono questa mattina infilandoci sollecito nel combi sgasato impazientemente da Walter, l’autista che pigia il polpettoso piedone sull’acceleratore. “Beati i primi…” che dormiranno meno, ma in compenso piglieranno pesci, per la precisione altri 15 pesci-passeggeri come noi tuffatisi nel combi-acquario a sguazzare fra risate e chiacchiere serene. Sensazioni ovattate ci cullano mentre sonnecchiamo fra gli stimoli provenienti dal mondo esterno che ci giungono attutiti mentre passiamo sotto i caratteristici balconi di Salta (in ferro e adobe) e le farolas… quando la voce della guida inizia a tamburellare con ritmo frenetico – ehi ma che succede? sì sì ok siamo svegli ma un attimo... “…dentro de unos minutos estaremos pasando por la plaza de Jujuy donde ustedes podran apreciar las esculturas de Lola Mora, nacida en el Tala, Obispado del Tucumán, hoy departamento de la Candelaria provincia de Salta… Hoy en día en San Salvador de Jujuy hay 6 esculturas en marmol de Carrara realizadas por Lola Mora que originariamente se encontraban en el Palacio del Congreso de la Nación en Buenos Aires y fueron removidas bajo el pretexto de que mostraban cuerpos semidesnudos … pero en realidad la verdadera razón…”– No eh? proprio non ce la fai ad aspettare un altro po’, e vabe’. Il combi si aggomitola attorno alla plaza di Jujuy per ben due volte – certo che potevano farci scendere almeno 15 minuti anziché infierire sulla già pessima situazione del traffico del centro città – e poi via! si immette sullo stradone verso nord che sale dolcemente attraverso la quebrada di Humahuaca, una delle zone più suggestive dell’Argentina.

Anche le signore hanno tanti colori come il Cerro

La prima sosta è nel sonnecchioso paesino di Purmamarca, all’ombra del famoso Cerro de Siete Colores, dove ci incuriosiscono subito l’abbigliamento delle signore che si avvicinano all’autobus nei loro vestiti colorati, ampie gonne dalle tonalità sgargianti e cappellini e trecce a incorniciare i volti raggrinziti e ogni ruga è una riga di storia che racconta di questo mondo lontano – le trecce scendono morbide e corvine lungo le spalle e si confondono con le giuggiole colorate che sfavillano nei cestini… e poi la chiesetta con soffitto ed accessori in legno di cardón, l’albero di algarrobo vecchio di 700 anni, e il mercato di artesanías in mezzo al quale riusciamo a curiosare strappando manciate di minuti ai tempi impietosi imposti da Edgar, ma a noi non basta, vogliamo perderci nei colori e nelle lane variopinte, e poi volgere lo sguardo al cerro, anch’esso variopinto, ma di roccia che svetta sullo sfondo di montagne selvagge, e soprattutto perderci nelle facce della gente dai rasgos indigenas: i volti segnati, gli sguardi profondi e persi nella quotidianità a volte senza tempo di un luogo dove poco accade e il ritmo è scandito dal sorgere e tramontare del sole che ha scavato i solchi sulle facce… e vi ha scritto le sue storie, sì storie scritte con la luce. Oltre a parlarci della gente antica che ancora vive da queste parti (pelle scura, capelli scuri, naso pronunciato, orecchie grandi, cassa toracica ampia – non hanno problemi a respirare ad alta quota – be’ a guardarlo bene anche lui ha un naso pronunciato e delle grandi orecchie…), Edgar ci illustra il variegato paesaggio del profondo nord-ovest argentino ricco di praterie, selve subtropicali, altopiani rocciosi e laghi di sale: a ovest della cordillera c’è il deserto di Atacama (700mm di pioggia in 7anni), a est la selva subtropicale (4500mm di pioggia all’anno… e non mancano i tucani e le scimmie!). In breve passiamo oltre Maimarà (il villaggetto ai piedi della Paleta del Pintor dove la montagna colorata fa da sfondo allo scenograficissimo piccolo cimitero abbarbicato sulla collinetta) e facciamo sosta a Tilcara, dove visitiamo il pukará, la fortezza costruita dal popolo Tilcara tra i cardón su un punto strategico leggermente rialzato nel cuore della quebrada.

La quebrada vista dal pukarà di Tilcara

Edgar ci racconta la storia della strepitosa vittoria degli indipendentisti al seguito del General Belgrano, che proprio qui fece travestire come soldati i cactus presenti lungo i pendii delle montagne, con tanto di ponchos e sombreros per far credere al nemico che il suo esercito era molto più numeroso di quanto non fosse realmente; e poi continua ad illustrarci le antiche tecniche con cui si facevano precipitare le impurità dell’acqua di fiume per renderla potabile sfruttando la resina del frutto del cardón – ma Su si perde tra le casette di pietra ricostruite, curiosando nei meandri delle stradine, guardando qua e là i lama che passeggiano placidi con gli occhioni dolci e agitano la testa coi ponpon colorati appesi alle orecchie (da queste parti quando vengono tosati sono rivestiti con lane coloratissime in segno di rispetto e perchè non soffrano il freddo)… sì, si perde davvero nell’insidioso labirinto di pietra: ora da questo ora da quel lato – no ma da qui ci son già passata… ma che strada avranno mai preso, oh eccoli! dietro l’ultimo improbabile angolino “…la fortaleza fué construida estrategicamente por los Omaguaca, los aborígenes de la región que corresponde a la quebrada de Humahuaca que decidieron fijar sus residencias en la cima de los cerros de difícil acceso…” paura passata!

Un oggetto che una volta l’anno non ha praticamente alcuna ombra.

Un rapido omaggio alla meridiana di cemento allineata con il Tropico del Capricorno (arieccoci, l’avevamo attraversato in direzione contraria a Uba Tuba in Brasile) è l’occasione per i racconti sulle tradizioni del carnevale locale e dell’Inti Raimi, l’importantissima festa del solstizio d’inverno la cui origine risale al tempo degli Inca; ed eccoci finalmente a Humahuaca, nostra ultima tappa. Sale sul bus Omar, una guida nativa che dopo la poesia d’ordinanza ci snocciola le nozioni di base sul cabildo e sul monumento alla libertà indigena, scortandoci per le stradine del paese tra i muri di adobe per poi lasciare il gruppo in un negozietto per… la televendita di tappeti e manufatti di lana… che a noi fan venire l’acquolina in bocca, di certo non per la smania di acquistare (sarebbero pure belli e ce ne servirebbe proprio uno di questi maglioncini, ma attenderemo una situazione più consona per il nostro shopping). Per fortuna il pranzo al Kallapurca prevede tre portate (slurp): una empanada, una cazuela di spezzatino di lama al vino torrontés (ehm sì… ma dite… proprio uguale a quelli là fuori?), un’ottima tarta de manzana e vino, anche se noi in effetti avevamo chiesto dell’insalata e ci era stato detto che non c’era (e allora cos’è quella ciotolona in cui Edgar sta tuffando tutto il viso? mah). Glissando con esperienza l’offerta traslado ida y vuelta + hospedaje a 500 $ per due persone, premurosamente propostaci dal padrone del ristorante, riacquisiamo in un lampo la spavalderia di viaggiatori fai-da-te e prendiamo il primo bus per Iruya, infilando i nostri zaini tra quelli degli altri viaggiatori e i sacchi e le ceste dei contadini e dei pastori che con colori, vestiti e odori peculiari colmano gli spazi del vecchio mezzo di un entorno socio-culturale decisamente più interessante in cui immergersi.

in attesa del bus alla terminal di Humahuaca

Pochi chilometri di asfalto ed ecco che l’autista imbocca con confidenza i tornanti ed i dirupi dello sterrato tra la steppa di alta montagna fino al passo a 4000 m. Peccato che sia tutto nebbia e nuvologrigio, anzi per fortuna ché almeno non vediamo lo strapiombo al di là dello stretto percorso battuto e senza protezioni – che scende ancora più ripido e tortuoso dall’altra parte. Qualche vecchina coloratissima sbarca davanti a isolati piccoli casolari di pietra, poi il vecchio e malconcio autobus ci stupisce con posizioni verticali da circo riuscendo persino a non ribaltarsi sulle curve paurose – noi siam seduti ai primi sedili ed a volte abbiamo proprio l’impressione che la ruota finisca di sottooooO!!! … per fortuna è solo il (non) effetto delle foglie di coca, perché dopo sole tre ore di batticuore e patimenti e veeeertigiiiiinose sensazioni, si arriva al villaggetto incastonato nella valle con il campanile della chiesetta giallo e blu. Iruya sembra un presepe, immobile (e spesso isolato, quando piove) fra montagne altissime e irregolari e multicolori, adagiato accanto al fiume che scorre tra i sassoni levigati, e noi che lo guadiamo in autobus. Il freddo di montagna si sente mentre muoviamo i primi passi sui ciottoli delle ripide stradine lastricate compiendo il nostro tuffo nel passato: ci vengono incontro visi che sarebbero stati uguali 400 anni fa, ci sono pochissimi mezzi a motore (e sono tutti 4×4), i negozi di base e i semplici comedores per i turisti si contano su una mano; in un recinto comune all’ingresso del paese ci sono dei muli e un maiale tutto rosa, e le galline razzolano nei pollai. Noi seguiamo le bimbe e i ragazzini che offrono alloggio ai neoarrivati con il bus, arrampicandoci fino alla casa familiar di Asunta, situata che più su non si può – mentre una nonnina scura e tozza, carica di un pesante fardello avvolto in una tela colorata e annodata attorno al collo, riparandosi dalla pioggia con il cappello d’ordinanza e con una coperta blu sale lentamente per l’erta, tra le casette di adobe e le pareti di arenaria scolpite dall’acqua: e pensiamo che questa immagine, da sola, vale tutto il viaggio. Scoppia il temporale, piove tuona e lampeggia, raggiungiamo la casetta inzuppati ma da lassù la pace è notevole e ci accoccoliamo nella stanzetta gelata mentre i fulmini squarciano il cielo. Asunta ci offre una matrimoniale a un prezzo strepitoso e le strutture, chiamiamole così, sono semplicissime: due fornelli, un vecchio tavolaccio e qualche sedia malmessa in una stanzetta fanno la “cucina” a disposizione degli ospiti, i piatti si lavano nella pileta nel cortile piastrellato, e per pentole e stoviglie di fortuna occorre rivolgersi alla famiglia. Ovviamente l’allegro gruppetto di argentini che ciarlano animatamente non se ne cura granché ma noi siamo stanchi e abbiamo mal di testa da apunamiento, e ce ne andiamo a nanna presto dopo una cenetta frugale.

stradine acciottolate a Iruya

Ci sveglia l’aria gelida e pungente del mattino, riconquistiamo il buonumore con gli alfajores artigianali e la frutta locale comprati ieri, ed è l’ora dell’avventura-doccia: il bagno ha una finestra senza infissi e si gela, S. cerca di tappare il buco coi vestiti e ovviamente quelli cadono subito fuori, rischia di restare in mutande dopodiché rischia pure di rimanerci chiusa, nel bagno; poi dobbiamo pure traslocare (per la prossima notte la camera è occupata) ma tra le 500 anime di Iruya non è difficile trovare chi ci può aiutare: Su trova presto un’altra sistemazione al colorato Wichiku, dall’affabile signora che le racconta delle ragazze che arrivano giù a Iruya vomitando per il maldicurvoni. Nella pace di questo piccolo mondo sperduto non c’è molto da fare a parte visitare la chiesetta di mattoni e legno con l’iconografia dei santi naif e quasi infantile, e starsene a guardare i bimbi che escono da scuola, bellissimi coi loro occhioni scuri e grandi, mentre le cime tutt’intorno sono lambite da grandi condor danzanti. I più socievoli tra la normalmente schiva e riservata gente del posto consigliano la passeggiata verso il vicino pueblito di San Isidro: dice che i sanisidresi (350 in tutto) sono tutti felici ora che lì arrivano finalmente i fili della luce e possono vedere la tv fino a tardi, il paese è raggiungibile (solo) a piedi o a dorso di mulo, sono 3 ore di cammino, basta scendere lungo il torrente fino alla confluenza con l’altro corso d’acqua e poi risalire lungo quello. E allora tutti contenti ci facciamo strada tra i pietroni e i massi della valle sotto i cerros sfumati dal viola al rosso al verde al blu al grigio, attraverso un percorso intimo e solitario tra casette di pietra e caprette (e vecchine colorite) arrampicate sui pendii, in breve siamo anche scortati da un simpatico cagnolino di passaggio. Desistiamo dall’idea di guadare il torrente, che è in piena, e il freddo e il cielo imbronciato e la quasipioggia ci convincono a un certo punto a tornare indietro; sulla via del ritorno incontriamo José, giovanissimo herrero (fabbro) dalla provincia di Santa Fé, ha un cane anche lui, in un attimo siamo coinvolti dal suo calore affabile e ci ritroviamo in una banda con lui e altri amici viaggiatori. Un’amica di José ci parla del suo viaggio di tre anni attraverso Centro e Sudamerica e dei suoi lavori più disparati nei ristoranti, negli hotel, al circo e ai semafori; da brava mochilera ora vende cartoline, è la terza volta che capita qui a Iruya, adora questo posto e la sua gente. Sarà pure l’atmosfera incantata del luogo isolato, ma a noi tutta questa compagnia ci pare un po’ mistica: raccontano di uno strano malessere psicologico collettivo, cominciato durante il soggiorno a Tilcara, e di una serie di soprannaturali circostanze, dice causate da energia negativa – d’altronde è quasi palpabile in questa zona il rapporto particolare delle persone con la madre terra, la natura e lo scorrere delle stagioni, che sempre pervade le cose e i discorsi. “Nosotros no viajamos solo con mochilas: también llevamos cargos de nuestros antepasados

Nella valle del San Isidro

La nostra giornata a spasso per il paese sospeso nel tempo si conclude nella rustica saletta–ristorante del Wichiku, dove scegliamo una mesa tra le 6 a disposizione tutte per noi. In tv c’è la versione argentina di X-Factor e nel semplice menù fijo a 20 pesos, di cucina davvero locale, la nostra anfitriona ci serve un’ottima empanada, del pollo al horno e una crepe de dulce de leche; poi la notte passa veloce, prima della levataccia alle 5 per l’unico bus di ritorno a Humahuaca. Per fortuna non piove più, ma al colectivo pieno zeppo di contadini tocca procedere len-ta-men-te dietro la ruspa che gli libera dal fango e dai detriti la strada davanti, almeno fino a quando non inizia la salita. Siamo a 4000 metri proprio mentre albeggia: il nostro sguardo assonnato accarezza il paesaggio superbo e spaventoso di vette altissime e violacee e steppe incipriate… assistiamo ammutoliti all’incredibile risveglio della montagna. Arrivati sull’asfalto della statale, è il momento di partecipare tutti, autista e passeggeri, all’operazione di rimozione di un pietrone incastrato tra le ruote, e finalmente l’autobus imbocca l’ultimo tratto di discesa verso Humahuaca.

adios Iruya… gustosamente volveremos!

Questa volta è un presto mattino di sole che spacca le pietre. Dopo qualche tentativo, una signora con la sua bimba ci aprono la porta di un hostal dove riusciamo finalmente a fare il bucato prima di uscire per un giretto della città senza troppe pretese. La vita di Humahuaca gravita intorno alla plaza e a noi piace goderci le granite al limone, i volti dei locali e le chiacchiere con il gruppetto degli amici all’ombra degli alberi, e c’è anche un evento quotidiano imperdibile: a mezzogiorno in punto, la figurina animata dell’antico vescovo e santo, Francesco Solano, sbuca da una nicchia sotto l’orologio della torre del cabildo bianco e bitorzoluto per salutare gli astanti incuriositi con un rituale di gesti che ci fa sorridere di tenerezza.

che grazioso il cabildo di Humahuaca

Salutiamo gli amici in partenza per La Quiaca e Yavi, e dopo un assaggio di locro (la zuppa locale e gialla a base di mais, scarti di maiale e fagioli) saliamo su un autobus di lunga percorrenza di passaggio: il guarda nemmeno ci fa pagare per i pochi chilometri in piedi fino a Uquìa, dove c’è l’antica chiesetta con le 9 immagini degli ángeles arcabuceros – gli artisti locali, convinti dai conquistatori europei che le creature celesti avessero le stesse sembianze di questi, dipingevano gli arcangeli come i soldati che avevano davanti, con tanto di armi da fuoco tra le braccia aggraziate. Se non fosse per la statale asfaltata, seduti qui alla fermata del bus non sapremmo davvero dire in che epoca ci troviamo; una bimbetta si avvicina per recitarci una poesia, e nemmeno il mal di testa ci frena dal pensare quanto siamo fortunati ad aver modo di conoscere ed assaporare tutto questo.

Uquia è immobile tra le Ande colorate

(Queste e tutte le altre foto qui)

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Categorie: Argentina | Lascia un commento

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