Passaggio in Bolivia

In questo mattino di fine marzo ci viene un po’ (psicologicamente) faticoso ri-attrezzare armi e bagagli e riprendere la strada lasciandoci alle spalle l’aria tranquilla e familiare di Humahuaca. Abbiamo rinunciato a malincuore a un’ultima tappa argentina a Yavi, posticino vicino al confine pare ancora meno globalizzato di Iruya, ma siamo ben soddisfatti già così di questa parte verace delle Ande e puntiamo dritti verso la Bolivia con lo spirito decisamente emozionato.

Percorriamo in autobus verso nord queste ultime ore di altiplano argentino di steppa e roccia multicolore: ai finestrini scorrono le montagne striate colorate frastagliate che delimitano la quebrada, rotte scavate contorte da acqua vento sole e tettonica, e dietro le infinite palizzate di fil di ferro solo i lama popolano l’immenso niente di sassi ed erba rada ch’è dappertutto. In cima, a destinazione nella caotica terminal della cittadina di frontiera di La Quiaca (che volete che siano 3500 m d’altitudine), cerchiamo di orientarci nel mezzo dell’alveare di operose donne indigene, apironzanti e colorate colle loro sacche di prodotti da vendere, e un taxi che si materializza nella polvere ci porta al volo fino al confine vero e proprio. La lunga coda agli uffici per i visti sul passaporto si rivela ingannevole, le formalità sono minime e molto più veloci di quanto ci aspettassimo – in poche decine di minuti siamo liberi e registrati, e volgendo uno sguardo e un pensiero indietro ai 5000 km d’Argentina che abbiamo attraversato da Ushuaia fin qui lasciamo infine questo bellissimo paese attraversando a piedi il ponte che lo collega alla cittadina boliviana di Villazón.

Adios Argentina! Bienvenidos a Bolivia!

Ci vuole qualche cuadra di cammino, nel fitto di negozi e bancarelle che prosperano sulle differenze di valore tra le valute, ma riusciamo in breve a cambiare i nostri pesos in bolivianos e a imparare subito qualcosa sull’affidabilità delle notizie ufficiali in Bolivia. Secondo il sito web delle ferrovie nazionali che abbiamo consultato stamattina, a causa delle piogge è fuori uso il tratto di binari da Villazón a Atocha, e infatti siamo orientati a cercare un’alternativa di viaggio su strada: ma sarà meglio un bus di linea, o uno di questi taxi collettivi che ci chiamano a gran voce?… e invece no: chiedendo un po’ in giro scopriamo che non è vero niente, anzi la maggior parte delle persone sono persino stupite di sapere che esiste un sito web delle ferrovie, evidentemente non c’è da credere a quel che dicono le fonti autorevoli: meglio fare affidamento sulla viva voce del popolo. E quindi eccoci alla stazione del treno: biglietto clase popular per Tupiza, 3 ore di viaggio per l’equivalente di 1euro e 50. La stazione è un viavai di pittoreschi personaggi, singolari viaggiatori e locali negli abiti tipici… donnine dalle lunghissime trecce e cappellino nero d’ordinanza, gonnelloni larghi e colorati e classico fagotto sulle spalle. Ritroviamo il gioviale amico José e tutta la banda, sempre più nutrita, e dopo aver consegnato gli zainoni (superando a stento lo scetticismo) agli sbrigativi addetti del vagone-bagagli saliamo a bordo della lettorina agganciata proprio davanti a quella che ospita il generatore elettrico (ovviamente “visitabile”).

Far west!!! Polvere a secchiate, cactus e erba rada e scarsa nel secco altopiano, canyon precari di arenaria: a noi sembra di essere su una di quelle diligenze che scarrozzano sui massi nel deserto, il trenino serpeggia attraverso valli che si aprono su scorci incredibili e sterminati, sembra un paesaggio di carta ed è straordinario anche il cielo, immenso, di nuvole multiformi e multicolori dall’azzurro al grigio.

Nel grande scompartimento facciamo subito amicizia con i locali e gli altri viaggiatori dagli occhi incuriositi e avidi di posti e di incontri (probabilmente come i nostri) tra cui Javi e Egle, artesanos mochileros dall’allegria contagiosa che vengono da Córdoba e vanno verso il Perù dove percorreranno il Camino del Inca fino a Machu Pichu a fine aprile. Il paesaggio si arricchisce di un po’ di verde, boschi di salici e campi coltivati, e finalmente fischiando e sbuffando il trenino giunge a destinazione nella piccola stazione di Tupiza, nostra prima tappa in terra boliviana.

Arrivare in un posto nuovo in treno dà sempre un sapore particolare alle prime impressioni. Noi ci sentiamo pacifici e vivaci come le strade un po’ dissestate per cui ci troviamo a camminare alla ricerca di un hostal. Curiosi tentiamo di assorbire il più possibile dei nuovi profumi, colori e forme (e di farci velocemente l’orecchio al nuovo accento) e dopo aver salutato il nugolo di amici con cui abbiamo condiviso momenti e racconti finiamo in una stanzina al Mitru Anexo.

E non ci tiriamo indietro davanti alla prima esperienza 100% boliviana che sarà questa sera… siore e siori… damas y caballeros… nientepopodimeno che il taglio di capelli!!! Ci sono due peluquerias dirimpettaie ancora aperte…

Lei

Maestra d’opera: doña Lucila. Tempo: 1h e mezza. Prezzo: 105 bolivianos (ca. 12 €) per frangetta + asciugatura + colore. Sedile d’opera: da auto, adattato. Arredamento della bottega: semplice e malconcio, qua e là prodotti accatastati a casaccio, panni sdruciti e pareti scrostate. Argomenti di discussione: il nostro viaggio.

Lui

Maestro d’opera: il giovane e affabile Elvis. Tempo: 1 ora. Prezzo: 10 bolivianos (poco più di 1 €) per quello che sembra uno dei migliori tagli mai avuti. Sedile d’opera: di legno. Arredamento della bottega: bianco e minimal, con paginoni di vecchie riviste di moda alle pareti. Argomenti di discussione: politica e economia boliviana (ma con frequentissimi cenni di apprezzamento per le procaci forme delle ballerine brasiliane in primo piano nei video musicali in heavy-rotation al piccolo televisore sul banco).

Insomma ci ritroviamo all’uscita tutti belli sbucciati e contenti e così rimessi a nuovo si va a cena chez Alamos: un pique macho (la versione locale della chorrillana cilena), un’insalata e una birrozza per festeggiare il nostro piacevolissimo approccio alla nuova terra.

cabildo, catedral y palmas: plaza, Tupiza

Al mattino dopo, Su è sveglia all’alba per la videochiamata dalla Norvegia che a causa di avventati calcoli sui fusi orari è attesa per le 6.30. Il colloquio avviene nell’unico posto wi-fi-friendly del Mitru, che è lo sgabuzzino del guarda-equipaje: in piedi e pc in mano, ora in questa ora in quell’altra direzione, per intercettare l’altalenante segnale migliore, ed evitare di inquadrare il mega-rotolo di carta igienica o altri oggetti che ben poco si confanno allo sfondo di una video-conversazione di lavoro che si rispetti. Uscita dalla cabina-gabinetto, finalmente ci si può concedere la meritata colazione abbondante, e poi via all’appuntamento con Javi, Egle, Gustavo e Noelia che hanno deciso di partire per Potosì in colectivo alle 13. Facciamo spallucce al problemino dell’incertezza sugli orari di funzionamento dell’unico cajero automatico (riapre alle 13… be’ no, alle 14… be’ no, forse, insomma por la tarde) e, immesso nelle vene un bel po’ di mate bevuto (anzi no: vissuto) con gli amici nella plaza, ci dedichiamo al nostro obiettivo di organizzare i prossimi giorni.

con cooordobeeeses en la plaza! W el mate!

La nostra idea è di arrivare a Uyuni attraversando le desolate e selvagge lande del sud-ovest del paese (è un itinerario stra-consigliato), ma non è facile trovare un’agenzia con due posti liberi in partenza già domani ad un prezzo adeguato… così continuiamo a gironzolare per la città, e ovviamente finiamo in mezzo ai mercatini della frutta, tra gli scarni mucchi di prodotti sparsi sui teli stesi sul cemento e i colori delle signore, delle vecchine e dei bimbi tra i vestiti e i dolcetti e le plastiche.

sempre tanto curiosi, al mercado

Alla fine, fuori dall’agenzia Ciudad de Encanto ci fermiamo un po’ a parlare con una coppia di ragazzi di passaggio, anch’essi alla ricerca di una soluzione d’itinerario, e consigliamo loro di entrare ché a noi i tipi son piaciuti… e pare che siamo convincenti, perché poco dopo ci arriva lo squillo di conferma: equipaggio al completo, il tour si fa!

dal mirador su Tupiza contro la valle rossa

Bene, non resta che dare un ultimo sguardo alla città al tramonto, dalla cima del mirador con la via crucis e vista sulla valle rossastra che circonda Tupiza. Quando scendiamo ormai è buio e in plaza incontriamo Willie e Maria, vagabondi artesanos: lui è argentino di Córdoba, viaggia da più di 4 anni ed è fuori dal suo paese da più di 2; si sono conosciuti in Colombia ed ora, vivendo come riescono, stanno pian pianino tornando verso Buenos Aires dalla famiglia di lei. “O arte, o desastre”, è il motto che enunciano davanti alla loro tavoletta di braccialetti e pendenti, e facendo i conti con il nostro classico senso di ineluttabile estraneità borghese possiamo solo accettare il sorso di dolce liquore al miele che i due ci offrono da una bottiglietta di plastica, prima di lasciarli sereni al freddo della plaza ormai quasi deserta con la loro semplice cena a base di pane e nulla più.

uno scorcio della sera nella plaza di Tupiza

Noi invece decidiamo di provare subito l’abilità dei pizzaioli boliviani: ed è una gran fortuna, non solo per la pizza a metà (che non è niente affatto male) ma anche perché a un certo punto, mentre siamo seduti, vediamo entrare nel locale la coppia con cui domattina partiamo per il tour. Un sorriso, un gesto, e siamo tutti intorno ad un unico tavolo: conosciamo così Enrique e Georgina, argentini di La Plata, con cui siamo subito in empatia – ma non è solo per il vino – e tra le chiacchiere allegre iniziano a prendere forma le immagini e le fantasie di tutti sul magico Salar che ci attende

(altre foto come al solito sul nostro flickr)

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Categorie: Bolivia | Lascia un commento

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