Verso il magico sud-ovest boliviano

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Signori, il paesaggio.

Emozionati e curiosi per il tour avventuroso che ci attende, noi ci riusciamo pure a uscire quasi puntuali dal “Mitru Anexo” (anche se saltando a malincuore il sostanzioso ovetto strapazzato della colazione) ma ahinoi non possiamo dire lo stesso dei nostri anfitrioni dell’agenzia organizzatrice. Santos, titolare o dueño dell’agenzia nonché autista e guida, arriva in fuoristrada trafelatissimo dopo un quarto d’ora con Aìda, sua moglie, ma sparisce subito dice “per andare a mettere qualche firma”; solo dopo le 8.30 noi due, Quique e Georgina carichiamo bagagli e armamenti sul mezzo (sul tetto prendono posto i nostri zainoni, una buona scorta di benzina, un fornello da campo e una bombola di gas per la cucina, attrezzi per riparare l’auto in caso di necessità, ed altre cianfrusaglie che potrebbero tornare utili in caso di necessità quando saremo sperduti e lontani dalla “civiltà”)

il mezzo è pronto! andiamo?

ed ecco che si parte… ma solo per continuare a girare per una mezz’oretta intorno alla plaza, con Santos che parla freneticamente al telefono. Da quel poco che riusciamo a capire (ché qui in Bolivia il castillano è pronunciato gutturale e chiuso, con le s strascicate come in Brasile… e mischiato col quechua), pare che la cocinera che avrebbe dovuto far parte dell’equipaggio non sia più disponibile e si stia cercando una soluzione alternativa last minute; ma niente paura, basta confidare nei ritmi sudamericani, Santos risoluto procede fino a un mercado de frutas, abbassa il finestrino, fa un fischio ed ecco avvicinarsi una donna col volto scurito dal sole e dal vento, la bombetta di feltro marrone con tanto di cordicella e ponpon che le dondola a lato del viso, l’ampia gonna e i lunghi capelli corvini che scendono sulle spalle nelle due treccione con tanto di nastrini d’ordinanza, l’andatura un po’ traballante nei sandali sulle gambe sottili. Tutto il suo bagaglio è un borsone di tela che pare pesante e che noi immaginiamo carico di leccornie e strumenti per la preparazione dei pasti per la ciurma per i prossimi giorni (ma… è tutto lì? okay, faremo la fame…). Cecília, si chiama così la sorridente signorina, sarà la nostra cocinera ufficiale nel viaggio verso il sur-oeste.

el Sillar, poco fuori Tupiza

E così si parte davvero: stipati in sei sul quattro per quattro, dallo stereo a palla gli svariati ritmi della musica andina (be’ svariati… almeno all’inizio – giusto il tempo di familiarizzare con le note e i testi, e presto i brani, tra cui la famigerata amatissima e da noi temutissima lambada cantata in lingua quechua, si ripeteranno sempre uguali per 4 giorni), la testolina di Ceci che si agita festosa, l’abitacolo pervaso dal forte odore della coca che lei e Santos ruminano incessantemente pescando le foglie da un sacchetto come fossero caramelle, le chiacchiere in quechua tra di loro, e il paesaggio che immediatamente fuori da Tupiza comincia a regalarci meraviglie.

cieli immensi e vigogne al pascolo

Saliamo in quota attraverso una serie di pericolosi tornanti acciottolati e sterrati e ci fermiamo ad ammirare la profonda e silenziosa valle del Sillar,un crinale incastonato tra le vette e immerso nel silenzio. Con la bocca piena di foglie, Santos racconta di quando percorreva la stessa strada da piccolo, in carovane di lama, a piedi, in bicicletta, in moto o in vecchi camion scassati per trasportare carichi di sale dal Salar fino a Tarija. Intanto, l’altitudine inizia a farsi sentire e l’aroma asfissiante delle foglie di coca masticate dai due a mo’ di arbre magique boliviano non aiuta certo quando si ha lo stomaco in subbuglio per l’apunamiento (mal d’altura). Intanto i lama e gli alpaca addobbati coi ponpon coloratissimi non sembrano turbati dalle guglie e dagli altopiani, nel gelo loro ci sguazzano e noi decidiamo di fermarci poco più in là dove due asinelli selvaggi (burros peludos)pascolano solitarifra le apachetas, i montarozzi di pietre lasciati dai viaggiatori. Nel pieno dell’altopiano immenso e desolato è l’ora di gustare, con buona pace di stomaco chiuso e mal di testa, il nostro pranzo: straniti dal nulla tutt’intorno, curiosissimi osserviamo Ceci che sicura del fatto suo infila il testone nel portabagagli e traffica come un prestigiatore per tirare fuori chissà come la comida de la puna: charquis (sfilacci di carne secca) di lama con mais, humita,patata e uovo bolliti, tamales (pasticci di carne e mais avvolti in foglie di vite). Ne sa!

la comida de la puna

Il gelo pizzica le narici e l’aria è finissima e pura e i paesaggi nitidi e straordinari, quebradas nel mezzo del nulla, cime innevate ai cui piedi scorrazzano i puma, deserti e isolati villaggi di adobe a 5000 m. Vicino Polulos, il villaggetto dov’è nato Santos, carichiamo in auto Eulògio, suo papà, che è un simpatico vecchietto con un odore pungente di coca addosso e ci sorride coi radi sassolini neri che gli ballonzolano in bocca (quel che resta dei suoi denti) mentre il viso scavato dal sole e dalle condizioni climatiche impossibili del posto gli si illumina: sarà per i tamales rimasti dal nostro pranzo che gli sono stati promessi…

Santos e Ceci ci introducono alla Città Incantata

Il fuoristrada attraversa ballonzolando pascoli e fiumiciattoli, mentre Santos ci spiega che tutto ciò che vediamo è di proprietà della sua famiglia da sempre: persino La Ciudad de Encanto, questo fantastico complesso di stranissime formazioni rocciose che formano altissime statue, colonne e guglie naturali, che a noi un po’ ci ricordano la Cappadocia attraversata in mongolfiera l’estate scorsa. Anche questo è un luogo fuori dal tempo e soprattutto fuori da questo pianeta… è facile lasciarsi suggestionare e vedere davvero nel paesaggio processioni di monache, zampe diaboliche, angeli e porte infernali. Eulògio, che ci porta a spasso tra le guglie, incurante della sua età avanzata con la bocca piena di foglie di coca si arrampica come un ragnetto sulle strampalate stalagmiti di pietra lavica scavata dal tempo mentre noi passeggiando notiamo l’infinita varietà di sassi coloratissimi e ricchi di minerali.

Per terra c’è anche un cadavere di un enorme condor, mentre allo stesso tempo si leva in volo un altro esemplare vicinissimo a noi ed è la prima volta che possiamo osservare il suo volo affascinante e avvolgente così da vicino. A 4ooo metri d’altezza ci si muove arrancando anche in pianura, S. ha mal di pancia, di testa e voglia di vomitare, anche Georgina e Enrique stanno poco bene, mentre G. con la faccia da punto interrogativo nonostante il fiatone salterella come una capretta tra le rocce lunari.

i padroni di tutto!

Salutiamo Eulògio (e i tamales) ringraziandolo per l’ospitalità nel campo vicino alla sua casa in mezzo a lama, vigogne e struzzi, e proseguiamo il nostro percorso attraverso il paesaggio brullo e deserto sotto un cielo che all’improvviso si colora di grigiogiallo ocra preannunciando il peggio. La natura s’incupisce, piovono terra acqua e pietre, ma Santos ci spiega che si tratta di una tormenta passeggera mentre la jeep, le trecce e la bombetta di Cecilia saltellano e sussultano su per i tornanti e l’altipiano. Le montagne si alternano ai paesaggi desertici, il panorama è una scoperta a ogni curva e noi stiamo ad occhi sbarrati.

la tempesta è passata

Ci stiamo avvicinando al rifugio dove passeremo la notte mentre il Lipez innevato (5900 e rotti metri) simile a un pandoro con tanto di zucchero a velo veglia solenne sul nostro cammino. Il fuoristrada si inerpica per il viottolo sterrato di un villaggio di qualche casetta di adobe: siamo a San Antonio de Lipez e stanotte dormiremo qui, al freddo glaciale di uno stanzone molto spartano che condividiamo con un gruppo di altri 4 ragazzi (australiani e tedeschi) in tour con un’altra agenzia. I bagni sono rigorosamente all’aperto, non c’è acqua corrente ma solo un’enorme tinozza da usare per la toeletta e per il wc; non c’è corrente elettrica, ma stelle ciccione a valanghe e la Luna illuminano a giorno il cielo che ci guarda con i lucciconi e sembra faccia fatica a tenerle attaccate lassù. Il silenzio è totale (e il freddo pure).

meglio provvedere alla manutenzione meccanica finché c’è ancora un po’ di luce…

La nostra Ceci ci delizia con un’ottima merenda a base di bevande calde che preannuncia la cena, preparata in tempo record dalla super cocinera chissà come a suo perfetto agio in queste condizioni precarie e con gli utensili di fortuna. S. va a curiosare in cucina e aiuta a intavolare il bendidio: sopa de verduras, arroz, ensalada con puré y carne molida con verduras y especias. Il vino che ci siamo portati dietro si rivela un’ottima mossa per celebrare le insolite altilatitudini mentre alcuni bimbi del posto, bellissimi e puri come le vette e le stelle là fuori, entrano timidamente nella casupola e si alternano nella recita di poesie improvvisando anche un concertino di musica tradizionale e concedendo agli astanti persino un assolo di flauto di Pan e charango. S. sta malissimo per febbre, mal di testa lacerante e apunamiento e anche Georgina ed Henrique se la passano maluccio, si respira un po’ a fatica mentre l’unico di noi che non sembra particolarmente turbato dalle altezze rimpinza il pancino a sbafo – indovinerete di chi si tratta.

merenda-time

Nonostante le insistenze di S. la timida e riservata Ceci non cena con noi (“he comido en la cocina ya“), parca di parole articola dei suoni che muoiono in gola o vengono sputati fuori alla velocità della luce, ma poi capiamo che è solo un po’ in imbarazzo e (complici le difficoltà linguistiche) per nulla abituata ad uscire dal suo ruolo per interagire con i turisti; invece el guia accoglie di buon grado il nostro invito e dopo una lunga charla il socievole Santos, trentacinquenne maestro di scuola fino a tre settimane prima dell’apertura della sua agenzia (e cioè fino a tre settimane fa) arriva a chiederci consigli su come condurre la sua nuova attività turistica con la quale pare stia riuscendo a dare lavoro a tutta la famiglia. Poi tutti a nanna, ché domani è un altro duro giorno di viaggio: solo qualche latrato di cane lontano rompe l’assoluto silenzio, fa freddissimo, l’acqua calda non esiste, la privacy è un miraggio e i letti (semplici e intagliati a mano) sono troppo corti per i più alti di noi, durante la notte per andare in bagno fuori all’aria aperta ci si deve mettere il cappotto… ma ci piace eccome.

(Tante foto, i paesaggi meritano. Qui)

 

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Categorie: Bolivia | Lascia un commento

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