Deserti di pietra e laghi di sale

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Al sole mattutino dell’altopiano, pulsa nel paesaggio spoglio e sconfinato il corazón de los Andes, il Siloli (4200 m), il deserto più alto del mondo – solo terra, e sassi, e vette dalle incredibili sfumature.

el arbol de piedra, desierto de Siloli

L’arbol de piedra e qualche altra singolare formazione rocciosa che riposano immobili e isolate nel nulla ai piedi delle cime imbiancate tutt’intorno sono le uniche cose che ricordano una parvenza di “vita” – ma gli occhi e lo spirito ancora godono di queste visioni straordinarie, delle 5 lagune stagionali accanto a cui passiamo in rapida successione, e della cumbre fumante del vulcano Ollagüe.

Non riusciremmo ad attraversare totalmente il territorio del lago di sale che ci attende più a nord, è troppo rischioso perché in parte ancora ricoperto d’acqua, quindi faremo una piccola deviazione per poi entrare nel Salar da est. Il tragitto è ugualmente spettacolare, e ci consente una tappa alla laguna Hedionda (dove i fenicotteri secondo Ceci sono i più mansueti e avvicinabili) ed una pausa picnic alla Laguna Negra, dove una singolare specie di anatre (detti patos negros perché evidentemente intonati all’habitat, proprio come i fenicotteri nella laguna rossa… strane corrispondenze in questa strana natura) se la ridono di gusto anziché starnazzare come uno si aspetterebbe.

alla scoperta della Laguna Negra

Stanotte Cecìlia era sveglia già alle 3 per preparare il manicaretto di oggi… il suo pollo a la mostaza (con contorno di patate delle più varie qualità) è una squisitezza, e ci è impossibile decidere se sia più rico il paisaje o la comida!

squisito! e 1

squisito! e 2

Si riparte poco dopo, la strada attraversa la Valle de Las Rocas con le rocce che hanno forme e facce incredibili, e poi ormai ci avviciniamo a territori meno remoti e cominciano ad apparire piccole coltivazioni di quinoa rosse e gialle – ma in questa zona così sperduta ci sono anche appezzamenti di coca e Santos non perde l’occasione per illustrarci le caratteristiche delle differenti varietà.

dal mirador sull’Ollagüe che sbuffa

La Ceci è distrutta, dorme sul sedile posteriore avvolta nel suo scialle di lana con la testa reclinata su un lato, gli occhietti piccoli e la bombetta a tre quarti, con le guanciotte gonfie di foglie di coca – finché BAM! una gomma dell’auto scoppia all’improvviso. Siamo costretti al pit-stop in mezzo all’altopiano e lontani da tutto, Ceci ha preso un grande spavento e scesa dalla macchina la vediamo sollevare un po’ e allargare i lembi della gonna larga e piegare le ginocchia a mo’ di riverenza e poi accovacciarsi a bordo della carreggiata battuta… nessun inchino, fa la pipì, qua si usa così.

sosta forzata! Ma non c’è da temere

Santos è sicuramente meno preoccupato di noi per il fatto che la ruota di scorta, come avevamo notato insieme stamattina prima di partire, sia inutilizzabile. Sa che per di qui passeranno prima o poi gli altri fuoristrada dei tour organizzati e di sicuro qualcuno avrà una ruota da prestarci… evabe’, non ci resta che imitare la nostra pacifica e tranquilla cocinera e sederci ad attendere sul ciglio della strada godendoci il silenzio, il sole e lo spazio senza limiti per lo sguardo.

in attesa dei soccorsi

Effettivamente non passa troppo tempo ché il ricambio in prestito è recuperato e Santos in quattro e quattr’otto ha risistemato il mezzo… aygipuna! In un attimo siamo a San Cristobal, la miniera a cielo aperto più grande del paese (tonnellate di piombo, argento e altri metalli e minerali che ogni giorno fanno una buona percentuale della produzione economica boliviana), per una tappa rapida nel paesino omonimo dai tetti di lamiera e con una graziosa chiesetta con muri di pietra e tetto di paglia.

una simpatica chiesetta a San Cristobal

Poco prima di Uyuni c’è il Cementerio de Trenes, un surreale e malinconico parco-giochi di mucchi di ferraglia lasciata ad arrugginire – dove con un po’ di fantasia ancora si possono sentire gli scheletri delle locomotive che urlano e sbuffano vapore come quando tempo fa scoppiettavano veloci attraverso queste montagne;

ciuf ciuf!

ma il senso di desolazione che ci ispira è solo un preludio alla periferia della città, in pratica una discarica polverosa di spazzatura sparsa ovunque per la steppa piana battuta dal vento, in cui mandrie di maiali vengono portati al pascolo come ovini (con tanto di cani pastore). Noi ci dirigiamo subito verso un’officina dove riparare il pneumatico: la squadra di gommisti è composta da una donna con due bambini con le manine sporche di grasso e polvere e in tuta da lavoro, il più piccolo non avrà più di 6 anni ed è un po’ triste pensare che non è proprio per gioco che fanno rotolare la nostra pesante ruota verso il bancone. La loro naturalezza è il nostro sbigottimento… dalle nostre parti sarebbero alle prese con Playstation e cellulari.

polvere, luna e… gomme a Uyuni

Gli ultimi 20 km di sterrato e la consueta disorganizzazione ci separano da Colchani, dove Santos un posto per dormire riesce comunque a trovarlo – è una camerata in un edificio basso, tra monticoli di sale e una fornace per la seccatura, senza acqua corrente né (ovviamente) riscaldamento, però ora abbiamo altro da pensare: il sole sta per battere la ritirata e un’ultima breve corsa di 5 km in fuoristrada verso il margine del Salar è indispensabile se vogliamo assistere al sipario che cala sull’inusitato mondo che costituisce il pezzo forte conclusivo del tour. E le aspettative non sono mal riposte. L’anticamera della notte da queste parti è un primordiale intreccio di colori e sensazioni, giochi di luci e ombre riflessi magici in uno spazio condiviso tra terra e cielo e poi inghiottito dalla notte assoluta. Le immagini non possono dare che una vaga idea di quanto sia stupendo lo spettacolo del tramonto sull’orizzonte confuso e specchiato… da cui riusciamo ad allontanarci solo perché sappiamo che domani lo rivisiteremo alla luce del giorno.

spettacolare atardecer ai margini del Salar

La sveglia è alle 4.30, tanto per non perdere il ritmo, ma ehi non possiamo perderci l’alba! Passaggio-lampo nel bagno dalle precarie condizioni igieniche (e privacy inesistente) e si va: la jeep veloce taglia in due l’immensa distesa candida a chiazze esagonali, dell’antico mare d’altitudine è rimasto solo un nulla piatto e bianco per decine di chilometri, che forma il paesaggio più surreale che abbiamo mai visto.

alba nel Salar

Per fortuna la visibilità è buona, i monti e vulcani in lontananza permettono a Santos di orientarsi, così possiamo addentrarci a piacimento (senza che nulla cambi nel paesaggio in realtà!) e fermarci quando vogliamo per fare foto buffe sul suolo di sale, nel silenzio ovattato e sotto il cielo cristallino.

La colazione è un picnic al freddo pungente nel mezzo del Salar, ci sono bevande calde e un ottimo ciambellone che Ceci ha preparato durante la notte. La nostra non ha fatto altro durante questi tre giorni, nelle condizioni in cui si era ha compiuto miracoli senza farci mancare nulla – e si vede oggi quanto sia stanca, sta gelando e avvolta nel suo scialle marrone, con la bombetta schiacciata sulla testa reclinata su un lato e il mento attaccato al collo sonnecchia come una bambolina seduta sul sedile posteriore della jeep – si merita proprio di condividere il pasto con noi ed è contenta di accettare l’offerta di Su. A Ceci piace ballare, ma nonostante la promessa di scambiarci reciproche lezioni sulle danze tipiche (pizzica salentina contro cumbia boliviana… si promettevano scintille!), alla fine eravamo sempre tutti troppo stanchi alla sera per farcela; nemmeno siamo riusciti a risolvere i tanti dubbi sorti sugli strani fenomeni naturali che abbiamo osservato, tipo gli ojos de sal nel mezzo del deserto di sale, ma pare sia comune che anche la gente del posto e le guide turistiche non abbiano una conoscenza scientifica approfondita del proprio patrimonio (e a noi persino piace che lo sfruttamento turistico di questi luoghi fantastici sia solo all’inizio). In compenso, abbiamo imparato la storia dei molti incidenti occorsi negli anni nel Salar (autisti ubriachi e imprudenze assurde che hanno causato diversi morti qui a Uyuni) e possiamo curiosiare un po’ nei mercatini diartesanìas di Colchani prima di pranzare con un amico di Santos, guida anch’egli ma con qualche dente in meno, che ci dà qualche raccomandazione utile per le nostre prossime tappe boliviane.

Ri-attraversiamo la steppa ripiena di plastiche verso Uyuni, dove recuperata la nostra ruota dalla famigliola gommista e fatto il pieno a un distributore che avrebbe dovuto essere chiuso è ora di salutare la nostra cocinera. La lasciamo nel centro polveroso e desolato della cittadina, lei ha un passaggio di ritorno verso Tupiza mentre noi proseguiremo con Santos fino a Potosì. Ciao Cecilia: senza di te, i paesaggi e le bellezze che abbiamo vissuto in questi giorni (con una densità e intensità senza pari finora nel corso dell’intero nostro viaggio) non sarebbero affatto stati la stessa cosa.

e non è che tirasse fuori dal nulla solo manicaretti! Hasta luego Ceci

(Per ingrandire le foto basta cliccarci su. Ma ce n’è un altro mucchio! Qui)

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Categorie: Bolivia | 2 commenti

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2 pensieri su “Deserti di pietra e laghi di sale

  1. che foto meravigliose!

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