Traversie andine: dalla foresta di Coroico alle porte del Titicaca

il paesino di Coroico, tra la foresta di yunga del nord boliviano

spunta dalla verde yunga il paesino di Coroico

Nemmeno due barattoli di sciroppo alla propoli e eucalipto (osannato da tutti i farmacisti locali come rimedio di tutti i mali) riescono ad alleviare la febbre e il mal di gola che assediano il nostro soggiorno ai 3000 e rotti metri d’altezza di La Paz, e in queste condizioni l’opzione di discesa in bici lungo la “strada più pericolosa del mondo”, pluripubblicizzata al top delle adrenaliniche attrattive turistiche, per noi è più o meno scartata a priori; d’altronde però lasciare il freddo della nostra cameretta d’albergo per passare al calore della yunga tropicale, con tutto che qui arriva il segnale wi-fi dell’ostello di fronte (da cui siamo riusciti a trafugare la password con uno stratagemma degno del miglior Totò), è una prospettiva che ci attira un sacco.

una condor-mobile verso nord-est

Però forse dovremmo preoccuparci… ormai siamo al punto che ci pare consuetudine e normale routine prendere in spalla gli zainoni e recarsi dall’altra parte della capitale di uno staterello sudamericano, farsi largo tra i locali e i loro sacchi di tela per un posto in fondo ad un bus decrepito, e ritrovarci in mezzo alle nuvole da attraversare a un passo a più di 4000 m tra laghi mucche prati e nevai nel mezzo del nulla all’ombra delle nere vette a picco e del paesaggio di alta montagna, immobili, letteralmente bloccati al gelo, in attesa che la strada venga liberata dagli enormi massi appena franati sul manto già dissestato.

tranquilas mamitas… todo va a salir bien! (speriamo…)

Ma possiamo scegliere: rimanere sul vecchio rottame arrugginito in attesa di riprendere il cammino a lavori ultimati (anche se ahimé nessuno sa quanto ci vorrà per sgomberare la strada, anzi i più si rendono conto del motivo del blocco solo dopo quasi un’ora di estenuante attesa scendendo dall’autobus per disperazione e recandosi personalmente a vedere di che si tratta) oppure udite udite cambiare mezzo e avventurarsi su uno dei mini-combi che si lanciano sulla carretera de la muerte resa ancor più temibile da pioggia e scarsa visibilità… pur di arrivare a destinazione. Intorno a noi facce sgomente e poco convinte, gente che si guarda attorno smarrita cercando invano una risposta dagli autisti o dai pochi poliziotti, alla fine il nulla prevale e quasi incoscientemente i donnoni coi gonnelloni e la bombetta e i contadini avvolti nei ponchos si gettano in spalla il fardello delle loro dure esistenze consegnandosi al destino – decide lui quanto vale una vita qui – poi salgono sulle camionetas verso la famigerata carretera.

Noi  assistiamo pigramente alle sequenze della pellicola che si srotola davanti ai nostri occhi attraverso il vetro rigato dalla pioggia,  ma poi facciamo quelli che… ecco magari ci pensiamo un attimo eh!, l’emozione della strada della morte ce la teniamo in caldo per un’altra volta, e alla fine optiamo per il finale classico finendo nel calderone di famigliole che approfittano del momento di anarchia totale per banchettare nel bus, convertito in ristorante a sei ruote, a base di pollo sapientemente condito con le salsine fornite dalle signore dei chioschietti piombate nel mezzo insieme a improbabili e inimmaginabili comidas di tutti i generi che traboccano dai cestini colorati… stelle filanti lanciate tra i sedili in direzione di mani tese e affamate. Neanche le galline sembrano intenzionate a perdersi questo storico momento e fanno capolino sul baraccone a dare un’occhiata… non si sa mai che qualcuno voglia comprare delle uova last minute.

era sempre possibile comprare qualcosa al mercatino all’uscita da La Paz

Ormai noi non ci stupiamo più di nulla e assistiamo divertiti a queste scene di vita boliviana. Almeno, così il tempo ci passa prima e quando ormai la speranza è bella che morta e sepolta il vecchio cigolone – come un vecchietto rimasto seduto troppo a lungo che si alza provando un insolito piacere nel sentire scricchiolare i legamenti – si sgranchisce le artritiche membra e tra un rigurgito di motore e un vomito di fumo nero… riparte!!!

alla fine ce la faremo ad attraversare l’altissima montagna

Evvivaaaa, sìììì ci piace così: “altro giro altra corsa, gettonarsi alla cassa”!!! altre 3 ore di scossoni notturni tra tornanti e precipizi nella montuosa selva umida sub-tropicale (con vista sull’irta valle e sulla most dangerous road di cui sopra) che avvolge le ripide coste dei monti, e poi esausti all’arrivo camminare altri 30 minuti in salita cercando di orientarsi alla ricerca di un alloggio al buio dei viottoli sterrati del paesino di Coroico…

il nostro balconcino sul giardino a El Cafetal

Ma non possiamo dire che non ne sia valsa la pena. El Cafetal ci offre la sua ultima stanzetta-chalet nel mezzo di un giardino tropicale lussureggiante, dove si dorme benissimo cullati da versi di uccelli ignoti (o sono scimmie?), e al ristorante annesso fanno una trucha buonissima con capperi e cipolla per accompagnare la solita sopa de quinoa – e c’è pure la coppa finale di gelato e frutta. Il paesello poi è il posto giusto per una sosta di qualche giorno di riposo e ristoro, l’atmosfera tranquilla e i ritmi rilassati ci lasciano il tempo per fare tutto con calma. Ronziamo un po’ intorno all’ufficio del turismo, ma anche affittare un paio di biciclette dal fantomatico Daniel per fare il giro del Cerro Uchumachi è un’impresa impossibile; così restiamo a vagare e trastullarci sulle panchine della plaza, persi nella contemplazione dei volti e dei gesti dei locali, o nella piscina del nostro hostal osservando tucani, scoiattoli e colibrì alla grande e bella luce che filtra tra le nuvole.

non male la vegetazione no?

Tra mega-colazioni al Back Stub e cenette servite da bimbi con sottofondo di musica folk russa dal vivo, passano in fretta questi semplici giorni nella yunga del nord boliviano, e dopo l’ultima eccezionale torta de manzana all’accogliente e familiare cafetería Arcoiris è ora di rimettersi in marcia.

la febbre è passata!

E rieccoci alla contrattazione finale che ci vede di ritorno a La Paz a bordo di un minivan guidato da un minuto chofer  che a malapena arriva ai pedali (ma tanto usa solo l’acceleratore…) e che ci fa temere per tutto il tempo che non arriveremo vivi. Mai stati così contenti di ricrederci: siamo alla capitale in 2 ore o poco più (tempo record), un taxi ci porta subito al Cementerio e qui ci voltiamo per un ultimo saluto al panorama dell’affascinante città e ci infiliamo in un altro micro verdino diretto a Copacabana.

in viaggio verso il Titicaca!

Le propaggini del Titicaca, il lago più alto del mondo, cominciano presto a intravedersi, anzi ci passiamo sopra: c’è da attraversare in traghetto uno stretto braccio a Quitina, e noi un po’ temiamo per i bagagli rimasti sul bus che invece passa su una precaria chiatta in legno…

ah, ci avete fatto scendere e il bus passa da solo? coi nostri averi a bordo?

ma tutto fila liscio, eccoci nel paesino famoso per il santuario dove i boliviani vengono da tutto il paese per farsi benedire automobili, autocarri e autobus. La cittadella bianca riposa in questi giorni sulle rive del grande lago blu, e noi passiamo la serata con Nico, che viene da Livorno ed è in viaggio da qualche mese, davanti ad un’ottima trucha a la diabla nel localino dove siamo stati accalappiati da un ragazzo di Mendoza che ci decanta la qualità della cocaina locale rispetto a quella che si trova altrove in Sudamerica… mah.

i moli sul Titicaca a Copacabana

I nostri acquisti invece sono più leciti e ci accontentiamo di sapere chi in paese fa la migliore sopa de quinoa, prima di affidarci ad un ragazzino, occhi neri profondi, cappello a tesa larga e mani sui due motori fuoribordo, che ci trasporta in lancha per le oltre due ore di traversata dal sapore amaro di benzina nel famigerato Titicaca, fino alla mitica Isla del Sol…

in lancha sul Titicaca

(Altre foto qui)

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Categorie: Bolivia | Lascia un commento

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