Isla del Sol: passeggiando tra i miti delle civiltà del Titicaca

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Sbarchiamo sull’Isla del Sol che è pomeriggio. Abbiamo scelto di farci portare fino alla parte nord dell’isoletta, dicono sia un po‘ meno turistica ed effettivamente ad accogliere noi e qualche altro sparuto backpacker ci sono solo dei bambini, che interrompono i loro giochi con le galline o con il vecchio pallone per fare a gara a offrirci una sistemazione. Cediamo senza indugi all’offerta dell’Hostal Cultural, una casupola di fango a due piani con qualche semplice stanzetta e un piccolissimo cortile dove un gruppetto di inglesi giocano con le bimbe, e siamo subito a girovagare tra i sentieri di pietra, i maialini e le mucche che popolano questo luogo silenzioso e pare fermo nel tempo, circondato dal blu profondo delle acque del lago.

sbarco a Ch’allapampa

Il minuto Museo de Oro apre apposta per noi e ci introduce all’antichissima storia degli Aymara, che avevano sacra quest‘isola da prima dell’avvento della civiltà incaica (la leggenda vuole che addirittura il primo Inca sia stato generato qui); ma ancor più che le rovine di pietre a secco del complesso cerimoniale di Chinkana, a 45 minuti di cammino dal villaggio, ci piace in sé la passeggiata nella campagna costiera, e ancor più fermarci ad osservare il paesaggio superbo sugli appezzamenti coltivati a quinoa, sulle altissime e lontanissime vette imbiancate della Cordillera, e sul cielo sterminato riflesso dalle onde dell’immenso lago a 4000 m.

O forse la nostra è soltanto una scusa per tentare di cogliere qualche barlume dei remoti pensieri e degli sguardi degli ancestrali contadini e pastori, donne e uomini che carichi di fascine o accompagnati da capre e lama percorrono lo stesso nostro sentiero ritornando a casa dal loro piccolo campo… proprio esattamente come non si sa quante generazioni di loro antenati.

All’estremità nord dell’isola il sentiero finisce, e da lì il tramonto, col sole che si tuffa nel lago e le montagne incendiate sullo sfondo, è uno spettacolo che da solo valeva la pena di venire fin qui.

Per il ritorno tentiamo di fare il giro largo, percorrendo un po‘ del sentiero che sale lungo la cresta della collina. Ma quando siamo colti dal buio, soli nel mezzo del nulla senza nemmeno una lucina del villaggio in vista, con soltanto le stelle per orientarci e un telefonino come torcia di emergenza, intuiamo che l’approssimativa mappa che ci han dato non sia il massimo dell’affidabilità; però, a parte l’inquietudine e lo smarrimento per l’oscurità e l’isolamento, non è un gran problema tornare sui nostri passi ascoltando solo il silenzio del lago piatto tutt’intorno sotto una coltre di puntini luminosi che è pura poesia.

Non avessimo tributato onori agli dei alle rovine di Chinkana, magari non riuscivamo mica a tornare stasera!

Rieccoci finalmente al sicuro tra i muri di mattoni di fango del piccolo villaggio di Ch‘allapampa. Saranno solo le sette, ma da queste parti è già tardi… per fortuna c’è elettricità e il piccolo Cesar ci invita a provare la cena da Ñusta, che ancora può darci qualcosa da mangiare. Certo il menu da queste parti non brilla in varietà (una ciotola di zuppa di quinoa con verdure, e un piatto con trota riso e patate sono praticamente scontati, dovunque e a qualunque ora ci si sieda) ma riusciamo addirittura a suggellare la scarpinata di oggi in bellezza con una bottiglia di buon Kohlberg giovane… e poi subito a fiondarci a letto, a lasciarci galleggiare nella sensazione di sperdutezza.

ristorante Ñusta, interno sera

E anche nel freddo… che sarà forse causa dei potenti disagi intestinali del mattino dopo. A cui però stoicamente non ci arrendiamo: siamo un po’ in ritardo per la colazione, ma volete mettere un ricco desayuno sulla spiaggia? E poi la sorpresa di vedere apparire, tra un boccone di uovo strapazzato e un morso al panino formaggio e pomodoro, il caro Nico, appena sbarcato con la lancha di stamattina da Copacabana?

a spasso lungo la costa

Non ci eravamo dati alcun appuntamento ma siamo ben felici di condividere con lui il resto dell’esplorazione dell’isola, che consiste nientemeno che in una bella camminata di 5 ore in mezzo alla natura, fino alla parte sud dell’isola, sul sentiero costeño che per l’ossigeno rarefatto ci pare faticosissimo ma che è il meno frequentato dai gringos in gita giornaliera dalla terraferma.

C’è un bel sole ed è proprio piacevole zigzagare su e giù attraverso le montagne, tra antichi terrazzamenti arati a mano, villaggi colorati di case di adobe e lamiera, famigliole riunite al lavoro nei (piccoli) campi, e bimbi con cuccioli di alpaca al seguito che cercano di racimolare qualche moneta facendosi fotografare dai turisti.

un boliviano per i cuccioli

Incrociamo un folto gruppo di ragazzini che escono dal colegio e mentre proseguiamo ci facciamo contaminare dalle loro allegre risate e dal loro rotolarsi qua e là come caprette, fino a perderci letteralmente e a chiedere loro di aiutarci a ritrovare la strada; ci aiutano volentieri anche se poi scopriamo di esser stati vittime di una burla e dobbiam rifare tutto il giro.

Il tutto sempre con vista sul (e brezza dall’) imprescindibile lago tutt’intorno: ci sembrerebbe di essere su qualche isoletta del nostro Mediterraneo se non fosse per la temperatura fresca, l’aria sottile sottile che ci fa fare una fatica bestiale, e l’orizzonte orlato di cime bianche.

Arriviamo a Yumani, nella parte sud dell’isola, decisamente più turistica e affollata (si fa per dire) che ancora il sole è alto, così riusciamo ad allungare ancora un po‘ fino alle rovine del tempio Inca all’estremità sud dell’isola (tanto mica ci fa paura dover scavalcare muretti, recinti di filo spinato e… asini) prima di tornare al paesino attraverso il boschetto di eucalipti dove l‘isolato ristorantino „Las Velas“ promette piatti raffinati (ancora si fa per dire) con assenza di elettricità e panorama sul lago; ma noi siamo più rustici, siamo riusciti a spuntare un prezzaccio per una stanzetta all‘Inti Kala (l’alberghetto arroccato su in cima al villaggio), per scaldarci ci è sufficiente un classico mate de coca e per la cena con Nico ci basta deviare dal classico menu grazie a una „pizza“ e alle chiacchiere dei brasiliani nella tavolata accanto (be‘, la verità è che c’è con loro una guida turistica da cui imparare un po‘ dello spirito e delle cerimonie mistiche degli Aymara…).

Faticando a respirare e lottando con i dissesti digestivi si conclude così la nostra esperienza un po‘ mistica nel verde dell’Isla de Sol. Anzi no: non ci sono barche che partono alle 13 come ci era stato detto, evabe‘ aspetteremo quiggiù al molo, alla base della ripida e lunga scalinata che parte da Yumani, assaporando la vita nel minuscolo porticciolo rosolato dal sole – e quest’imbarcazione di paglia con le teste di puma, sebbene turistica più che tradizionale, è suggestiva e rimanda a un tempo in cui davvero queste acque erano solcate da riti cerimoniali oltre che dalle rudimentali barchette a vela dei pescatori ancora presenti.

La traversata è esasperatamente lenta ma, dopo aver costeggiato le islas flotantes che da queste parti paiono solo piccoli zatteroni di paglia che ospitano qualche tavolino e qualche ombrellone, alla fine ce la facciamo a tornare nella civiltà (si fa sempre per dire) di Copacabana. Recuperiamo i nostri zainoni lasciati in consegna all‘hostal Sonia, troviamo un’altra sistemazione al “6 de Agosto” più in centro, e spendiamo un’altra giornata a risistemarci prima di ripartire: vitaminici succhi di frutta e verdure, lavanderia, zainetto e felpone nuovi (intonati, lo scopriremo dopo), trucha ripiena di pancetta e spinaci, e biglietto d’autobus danno fondo alla nostra scorta di bolivianos… e poi di nuovo si va, per attraverare il confine ed entrare finalmente in Perù, sull’altra sponda del Titicaca. Hasta luego, magica Bolivia!

ma colori, natura e luce resteranno con noi

(Guardate anche le altre foto! qui)

 

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Categorie: Bolivia | Lascia un commento

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