Back door to Machu Picchu

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Arrivati ad Abra Málaga, in cima alla strada di montagna che si inerpica sulle paurose vette settentrionali della Valle Sacra degli Inca, il giovane e sbrigativo Samuel (che finora non ha dimostrato molta voglia di chiacchiere a noi ed agli altri partecipanti al tour) ci invita a scendere dalla buseta ed a inforcare le mediocri mountain-bike, i guantini e il caschetto. La nebbia e il freddo e la pioggia forte non devono dissuaderci: abbiamo voluto pedalare, e mo’… ci facciamo piacere i 2000 m di dislivello che ci portano velocemente dal clima alpino della grigia steppa a 4200 m fino alla giungla tropicale calda e umida del paesino di Santa María.

Non male come inizio, soprattutto per i paesaggi sulla valle intravisti sfrecciando zuppi fradici su due ruote giù per i tornanti, però una volta in fondo (e dopo un pranzetto ristoratore) già sappiamo che non ci abbiamo molta voglia del rafting proposto né di stare ad aspettare fino a domattina di muoverci insieme a tutto il gruppo (c’è chi tra noi avrebbe voglia di rilassare un po’ i ritmi… ma recuperare un giorno per Mauro è troppo prezioso!).

Decidiamo così di proseguire subito per la prossima tappa, grazie a un taxi che si rivela provvidenziale non tanto per la tempestività quanto per l’incredibile risultato di farci sbarcare sani e salvi a destinazione a Santa Teresa dopo una corsa a dir poco folle lungo la strada sterrata che sale su per la cuenca del fiume Vilcacota – che non ci pare abbia nulla da invidiare alla Most Dangerous Road da noi scampata qualche settimana or sono: lo stretto percorso carrabile è ricavato chissà come nella rupe accanto al fragoroso fiume, che scorre decine di metri più sotto, e le ruote a tutta velocità sfiorano il bordo più volte mentre noi non riusciamo nemmeno a raccomandarci ai santi, paralizzati come siamo dalla paura e dal paesaggio.

Scendiamo dal taxi con il terrore ancora in volto ma stupefatti di bellezza, e abbiamo tempo di tranquillizzarci (e asciugarci) un po’ prima della riunione dopo poco con il nuovo gruppo di Martin, partito da Cusco un giorno prima di noi e che arriva a piedi da Santa María.

La mattina dopo, il richiamo di adrenalina è assicurato dalle 6 zip-line cui ci appendiamo per scivolare appesi a una corda da una parte all’altra della ripida valle, 150 m al di sopra della fitta giungla che è uno spettacolo anche vissuta da fermi coi piedini nell’acqua del rio; e poi via, per l’ultimo pezzettino di tour in furgone, qualche ultimo km di sterrato abbarbicato su un lato della valle fino alla famosa “centrale idroelettrica” da dove entriamo ufficialmente (è l’ingresso “posteriore”) nel parco del Machu Picchu.

Il ristorantino tra gli alberi accanto ai binari ci consente una sosta di zuppa pollo riso in bianco e sonnellino sull’amaca – ma alle 13.30 ecco Martin che richiama il gruppo sonnecchiante per ripartire a piedi lungo la ferrovia, costeggiando l’Urubamba sotto la montagna verde che da questo lato è una parete verticale ad anfiteatro.

E’ piacevolissima e suggestiva la camminata di 3 ore che ci porta finalmente ad Aguas Calientes, cittadina base per la visita a Machu Picchu, che nonostante l’aria semplice ed i marciapiedi dissestati e le buche a cielo aperto resta piacevole ed abbastanza turistica da permetterci persino una seria cenetta gourmet tanto per dimenticare i soliti pasti senza sorprese inclusi nel nostro pacchetto turistico.

E finalmente arriva l’alba del grande giorno in cui prendiamo il primo autobus delle 5.30 per salire al parco archeologico più bello del mondo. L’introduzione con guida ci pare doverosa per capire a grandi linee di cosa stiamo parlando, ma la parte migliore arriva quando veniamo lasciati da soli ad esplorare in lungo e in largo l’antica città cerimoniale costruita a massi e terrazze da coltivare secondo l’andamento naturale delle rupi. Mentre S. è purtroppo costretta a regolari e frequenti match coi propri dissesti intestinali, G. e Mauro pensano bene di affrontare il sentiero di pietra verso la cima del Cerro Machu Picchu, e meno male ché se durante la salita (ovviamente che più irta non si può, alla moda Inca) è tutto nuvolo, nebbia e pioggia, quando scendiamo la vista si libera a poco a poco, le nubi si aprono e i panorami sono a dir poco uno spettacolo.

Machu Picchu è davvero un posto incantato. Le rovine di pietra resistono ancora ben stabili arroccate sulla cima delle vette nelle forme e posizioni mistiche che un antico popolo, pervaso dall’armonia con la natura e pare non timoroso della fatica e dallo sforzo che ci volesse (senza ferro, né ruote… non ci si può credere), ha voluto infondere in questo luogo; silenziose e incantevoli nonostante l’enorme afflusso di turisti, all’ombra dell’imponente Wayna Picchu dominano l’Urubamba che scorre liggiù sotto centinaia di metri di rupi impellicciate di verde, e tutto l’insieme è bello e emozionante in modo unico.

E’ impressionante cosa riuscissero a creare gli Inca assecondando le forme dei monti: guardate questo stretto sentiero a picco che prosegue oltre il vecchio Puente del Inca… era uno dei percorsi di accesso alla città, e fa venire le vertigini solo a guardarlo.

Una giornata intera passata al Machu Picchu a trattenere il fiato per la meraviglia (e l’altezza), e la discesa a piedi per la ripida scalinata di ritorno a valle, ci han messo fame, e ad Aguas Calientes c’è il tempo per un’ultima cena all’Indio Feliz prima che parta il trenino “Peru Rail” in cui dormiamo come bimbi fino a Ollantaytambo, dove i nostri zainoni ci aspettano nella piccola stanzetta tripla della posada Las Portadas. Finalmente si riposa…

(Altre foto? qui)

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Categorie: Perù | Lascia un commento

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