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Giungla, ciabatte e mariscal

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“What the f… are you doing!? fu… idiooot!!?” tuona inviperita Rachel reagendo così al violento e improvviso getto d’acqua che le arriva in faccia. La lunga e sottile lancha sta scorrendo veloce sul fiume, l’amico amazzonico Jaime è al timone e a bordo siamo in 6 passeggeri più o meno comodamente seduti in fila per due ad ammirare il verde paesaggio intorno, almeno fino a quando Matthias, il biondo omone da Berlino, folgorato da geniale illuminazione non decide che è finalmente giunta l’ora di dare una bella lavata alla sua ciabatta tenendola fuoribordo in velocità – e bagnando a raffica tutti i malcapitati passeggeri.

Si guarda attorno attonito lui, senza capire bene contro chi siano rivolte le invettive della ragazza… il suo sguardo cade inconsapevole e indifeso prima sul ciabattone che ha ancora in mano a pelo d’acqua, poi si rivolge alla vittima che cerca di difendersi dal getto che continua ad arrivarle in viso, infine si guarda intorno e scopre che tutti fra imbarazzo e risate a stento trattenute hanno gli occhi puntati su di lui. Con un po’ di fatica insomma realizza che forse è il caso di togliere la sua calzatura dal fiume. Accanto a lui il suo amichetto, da noi soprannominato Mr. Bean per le sue espressioni facciali, ha l’aria divertita: è un misterioso personaggio, il cui nome nessuno ha capito anche perché non spiccicherà una parola per tutti i 4 giorni della nostra escursione nella vera giungla. E nemmeno in questo tempo cambierà mai la camicia, che da verde acqua sfumerà nei toni caldi di un marron-grigio-fumé frammisto a essenze di sudore e inquietanti sorrisini da serial killer.

Eccoli alle prese con la vegetazione amazzonica.

Simpatiche gag come queste rendono frizzanti le nostre giornatine amazzoniche. Arrivare al Nicky’s Lodge, nel cuore della Reserva Cuyabeno, è già un’avventura: 7 ore di bus da Quito, poi kilometri in furgone, su asfalto e su sterrato, e ci vogliono ancora 3 ore in lancia lungo il fiume, avvolti nei poncho impermeabili che ci proteggono dalla pioggia battente a tratti. Jaime, il barcaiolo per così dire, è nato e cresciuto qui, e conosce a menadito queste enormi vie d’acqua marroni e impetuose, solcate da altre sparute lance e da qualche chiatta che trasporta camion e ruspe (e già che di risorse naturali e minerali da estrarre qui è ricchissimo).

all’imbarcadero sull’Aguarico

Attraversiamo un punto in cui le correnti si incrociano, dietro un’ultima ansa il volto del fiume si rasserena, le acque si chetano e i cavalli al galoppo sotto di noi si distendono per riposare – ora la chiglia della barca taglia una superficie placida e scura su cui si riflette perfettamente la vegetazione e le sagome degli alberi sembrano sciogliersi nell’acqua. Restiamo immobili in riverente contemplazione per non intrometterci in questo equilibrio perfetto tra colori profumi sensazioni suoni e profondi silenzi. Chissà come fa Jaime ad orientarsi nello scenario che pare sempre uguale, evidentemente natura e uomo condividono qui dei segreti impenetrabili per i nuovi venuti, infatti ad un certo punto la lancia si infila in un anfratto angusto e alla nostra sinistra, finalmente, prende forma il piccolo molo del lodge.

casa, reloaded

Lo staff ci accoglie calorosamente e ci scorta verso la nostra capanna di legno e paglia. Non ci sono porte o finestre, il letto è di bambù ed è coperto da una zanzariera di protezione e poi c’è il bagno quasi a cielo aperto, con la doccia che prende acqua direttamente dal fiume. Ci vengono subito fatte le opportune raccomandazioni: usare sempre le torce quando ci si alza di notte, per non rischiare di pestare eventuali serpenti o ragni, scuotere scarpe, stivali e vestiti prima di indossarli, cose così: qui la vita è pervasiva davvero, con innumerevoli forme varie oltre l’immaginabile, alcune delle quali possono rappresentare un pericolo.

E infatti in questo luogo di pace, verde e umidità, dove l’uomo a fatica mantiene qualche avamposto libero dagli assalti di vegetazione e animali, l’unica cosa da fare è andare in giro a scoprire la natura intorno. Al mattino presto il piccolo villaggio è destato dall’urlo tonante di Tarzan-Romulo, che si assicura che gli ospiti siano ben pronti a ricevere le istruzioni per la giornata… doccia, colazione e poi via, a piedi o in lancia, all’esplorazione della giungla finalmente!

Su questa strana e precaria torre di avvistamento costruita sopr… ehm, INTORNO a un albero qualcuno non troverà il coraggio di salire.

Quella collezione di cappellini allineati su un tronco che affiora nella laguna è in realtà una famigliola di tartarughe; intorno alla barchetta ci sono i delfini rosa, che saltellano incuriositi; con delle canne rudimentali e dei pezzettini di carne ci mettiamo a pescare i piraña; avvistiamo sulle cime degli alberi le scimmie-scoiattolo che sgattaiolano veloci, colonie di pappagalli, pipistrelli pescatori, caimani e anaconde e altri serpenti… e ci immergiamo nei suoni della selva. Un nido di “vespe marcianti”, che quando minacciate si mettono a battere le ali all’unisono facendo il surreale suono di un esercito al passo, ci riempie di stupore ma è solo una delle tantissime manifestazioni della magica perfezione della natura e delle sue creature.

     

Quando arriva il crepuscolo e cade il sipario, si spengono i colori lasciando intravedere contro il cielo solo le sagome della vegetazione superba annegata nei versi di grilli e rane. E poi lui, Romulo-Tarzan, l’uomo che sussurrava ai caimani e agli avvoltoi e al madreluna dal canto triste e alle scimmie e all’heron-tiger e al cow-bird che gli rispondono pure, mentre Jaime-Caronte traghetta le nostre anime sospese fra il buio e la silhouette degli alberi e il silenzio inquieto e il nulla sullo Stige-Cuyabeno illuminato dalle lucciole, da una luna muta e sotto un sentiero di stelle. Vere magie amazzoniche.

Noè ci fa un baffo, a lui.

Il nostro Matthias invece è preso dalla contemplazione di altri strepitosi fenomeni. Lo vediamo che avvicina la testa ai suoi piedi e fa una faccia strana (cattivi odori?), poi guarda l’amico che gli lancia un’occhiata significativa ed eccolo che ci riprova: mentre tutti sono distratti dal paesaggio, la punta della ciabatta (dev’essere quell’altra) sta per toccare la superficie dell’acqua, guarda caso mentre Jaime sta per fare una bella virata in velocità. Per fortuna stavolta il “nooo, don’t do it!!!” corale dei passeggeri è tempestivo.

In realtà, non c’è ciabatta che possa turbare questa serenità.

Il giovanotto comunque si consola facilmente: ha preso in simpatia G. e, per nulla turbato quando sbarchiamo al campo, si concede ora un po’ di socialità inondandolo di incongrue e indesiderate informazioni e domande a sfondo monotematico: la sua esperienza da backpacker travolto da movida, feste e droghe nel quartiere Mariscal a Quito e nella Zona Rosa a Bogotá. Deve star pensando di dover recuperare tutte le parole trattenute da lui e dal suo amico nelle scorse or… PAM! toh, un lucertolone gigante è appena piombato dal tetto sul tavolo. Normale routine.

Il giorno seguente ci attende un’intensa sessione dedicata alla preparazione del pan de yuca a casa di Jaime: dal campo allo stomaco, per davvero. I tuberi di tapioca bisogna prima raccoglierli dall’orticello col machete (be’ “orto” è una parola grossa, qui basta lasciar cadere distrattamente un seme per ritrovarsi la pianta poco dopo), lavarli, sbucciarli e grattugiarli a mano su un pezzo di lamiera bucherellato con i chiodi, e poi strizzare il più possibile l’umida polpa ottenuta con una specie di telo fatto con bande intrecciate di corteccia. Con la farina risultante possiamo finalmente creare delle specie di piade che cuociamo su un padellone piatto sul fuocherello della cucina (dove per “cucina” si intende lo stanzone rialzato dal suolo adibito a preparare cibo, lavarsi e soggiornare): ed ecco il pane del nostro pranzo di oggi, consumato in mezzo a mucche, cani, galline e pappagalli nella precaria casetta di assi di legno insieme alla famigliola che vive qui coltivando cacao e ananas.

La padrona di casa ha mani e piedi esperti per preparare i manicaretti della giungla!

Poco più avanti lungo il fiume c’è anche un piccolo villaggio che visitiamo, tra acquazzoni improvvisi e violenti solleoni, in mezzo agli sciami di bimbi allegri e socievoli che escono da scuola e tornano alla comunità e alle capanne di famiglia: sono appena sbarcati dallo scuolabus, e “sbarcati” in questo caso è la parola giusta…

scuola di villaggio

Quando torniamo al nostro campamento, mentre prestiamo l’orecchio alle vicine scimmie urlatrici, possiamo fare una nuotata nella laguna (sicuro che i piraña girano al largo da questo angolo, sì?…) o giocare con le anguille elettriche – chissà se possiamo approfittarne per ricaricare il cellulare eheh! mentre il nostro buontempone teutonico, ansioso di portare a casa immagini di questa suggestiva vacanza, costringe una minuscola tartaruga a farsi un autoscatto insieme a lui torcendole coercitivamente la testa (e invogliandola con un ghigno malefico: “pictuuure!”). Poco più in là, Romulo intrattiene i gitanti con i normali racconti di vita vissuta da queste parti (è il suo personale libro della giungla): l’enorme tarantola nera e pelosa calata dal tetto proprio al centro del tavolo durante la cena, il giaguaro ucciso a colpi di machete da un bambino in battuta di caccia, la vipera trovata fra le lenzuola, il boa constrictor rimasto a curiosare in cucina per due settimane (probabilmente il gemello di quell’altro bellissimo e giallo che abbiamo trovato nell’erba vicino alla nostra capanna ieri, e con cui lui giocherellava accarezzandolo), le eterne gare ad avvistare l’anaconda più grande… e così le notti di S., nonostante la pace infinita meravigliosamente piena di suoni e rumori, passano un po’ inquiete, meno male che abbiamo la rete a proteggerci sul letto.

Eccolo che gioca con un voracissimo e amichevolissimo pesce piraña. Che uno potrebbe trovarlo pure amabile, se non fosse che… grugnisce (il pesce, non Romulo: lui sa fare i versi di qualunque animale ma dei pesci no, pare).

Ma la giungla, quella vera si risveglia nel cuore della notte e allora noi, armati di tutto punto con poncho, stivaloni e torce frontali, prima di nanna andiamo a darle un saluto. Camminiamo nel fango in fila indiana e in religiosa contemplazione (nonché un po’ intimoriti) seguendo nel buio le orme di Romulo che ci indica gli animaletti che possiamo scorgere nel fitto sottobosco: grilli dai colori e forme surreali, minuscole e bellissime rane, farfalle, vipere sulle enormi e aggrovigliate radici di secolari matapalos, tarantole e ragni giganti e spaventosi che il nostro Tarzan maneggia con una disinvoltura mica da ridere. Il silenzio è d’obbligo, ma evidentemente non per tutti: dietro di noi il gigantesco Matthias sussulta terrorizzato da un innocuo grilletto che gli cade addosso (“fuckin’ crickeeet!”), impreca e lancia urla cavernose alla Frankenstein e si agita nervosamente. Forse ce l’ha con gli stivali troppo piccoli che inevitabilmente gli si riempiono di fango, mentre le risatine sommesse e inquietanti del suo amichetto perfezionano l’effetto film-dell-orrore del tutto…

   

Quando invece simili passeggiate nella giungla hanno luogo alla luce del giorno, c’è da divertirsi a seguire le orme fresche del wild pig o del giaguaro, mentre la nostra eccezionale guida Romulo mangia formiche, fa tatuaggi naturali usando i fiori, e raccoglie jungle garlic per noi. Però si sta bene anche solo ad ascoltare la giungla dall’amaca sotto il tetto di paglia al ritmico tintinnio e scroscio d’acqua dell’onnipresente pioggia. Fuori gli alberi distratti afferrano le nuvole e lassù, sulla cima più alta se la dorme il bradipo… poi resta solo l’odore di terra sospeso nell’aria di un pomeriggio amazzonico spazzato dalla pioggia. La malinconia della giungla primordiale assorbe i sensi e li fonde in un’atmosfera crepuscolare. Il canto triste degli uccelli accarezza l’animo e un po’ inquieta. Cullati dall’insolito proviamo a raccogliere i ricordi di questi momenti nel nostro diario, prima che vada tutto perduto nei cassetti impolverati della memoria, ma è sempre difficile tradurre in pagina scritta emozioni, sensazioni e magie vissute… un po’ come quando uno cerca di raccontare un sogno…

 

Ehi ma basta fare finta di dormire! Meglio far finta di essere svegli, ché è arrivata l’ora di cena: sono già accese le candele in ogni ambiente del Nicky’s e in tavola sfumazza già una rica sopa de quinoa. Per noi è l’ultima serata nella giungla, domani Jaime ci traghetterà per 3 ore giù lungo il fiume in prevista piena per tornare a Lago Agrio… noi e i nostri zainetti e cuori un po’ più pieni di indimenticabili ricordi d’Amazzonia. 

Altre foto: al nostro flickr!

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Vulcani, geyser, deserti e lagune – ma che pianeta è?

Il nulla oltre i 5000

Il nulla oltre i 5000

Alle 5 di mattina è già ora di alzarsi, ma tanto S. non ha dormito per il mal di stomaco e Georgina per la tachicardia – per fortuna di là c’è G. o meglio un cucciolo di cinghiale che sta azzannando voracemente la colazione, in fretta perché Santos svegliatosi nottetempo ha quasi finito di arreglar la jeep e senza troppe cerimonie ci dà 5 minuti per prepararci. La partenza è un po’ caotica e frettolosa ma i nostri zaini sono belli e sistemati sul tettuccio e salutiamo il villaggio sotto il Lipez che alle prime luci dell’alba è una perfetta piramide triangolare di 5900 metri, con la vetta innevata e una faccia accesa di rosso dal sole nascente.

Il pueblo fantasma sotto il Lipez che si sveglia

Tutto il panorama intorno è poesia. Ai piedi dell’imponente biscottone dorme il pueblo fantasma, un antico paesino incaico abbandonato circa 400 anni fa dopo l’arrivo degli spagnoli che hanno sterminato e schiavizzato le popolazioni per sfruttare le ingenti risorse minerarie della zona; pare che le casupole in pietra siano colpite da una maledizione a causa della quale, racconta la leggenda, sono falliti i successivi tentativi di popolamento.

Oggi Cecília è seduta dietro, al pincipio dorme (alcuni suggeriscono che abbia passato la notte al boliche di San Antonio… eheh) ma ormai qualche barriera di timidezza è superata e arriva a raccontarci del suo passato, di quando da giovane era jinete e le piaceva molto andare a cavallo fino a quando un bel giorno il destriero l’ha scaraventata giù – e ce lo racconta ridendo con tonda simpatia.

be’ non è proprio un’autostrada…

Lentamente il fuoristrada percorre il difficile tracciato attraverso l’altopiano desolato e si susseguono villaggi di pietra di alta montagna, infiniti ruscelli da guadare, tonnellate di sassi, e tantissima polvere. Ma ci sono anche gli specchi d’acqua delle lagune dove, a quasi 5000 m d’altezza, i fenicotteri rosa sguazzano all’ombra degli altissimi vulcani imbiancati – stavano proprio lì ad aspettare gli eccessi di entusiasmo di S. che si avvicina troppo, solo per abbracciarli… e loro fuggono terrorizzati in nuvole rosa schiamazzanti.

un passaggio facile come tanti altri

Nel posto chiamato Sol de Mañana entriamo ufficialmente nella Reserva Nacional Avaroa e proseguiamo fino al Salar de Chalviri dove sfidando l’impietoso clima andino e le sferzate di vento gelido ci facciamo coraggio e ci tuffiamo nella pozza termale che ribolle di acqua calda e turisti per un caldo e naturale bagnetto rigenerante di fronte alla laguna. In una manciata di minuti siamo a pranzo nella casupola annessa alle terme, dove Ceci ci serve il pranzo: nella prassi di questi tour organizzati, la cocinera e il chofer (l’autista) non siedono al tavolo con i viaggiatori ma noi siamo troppo curiosi di far chiacchiere con loro e ansiosi di tentare di infrangere le barriere… i boliviani sono in generale schivi, riservati e diffidenti, eludono gli sguardi ma… con un paio di complimenti sulla cucina effettivamente sbalorditiva (come faccia la magica signorina a scodellare tali succulenti manicaretti in queste condizioni povere e impossibili resta un mistero) riusciamo a convincere lei e Santos ad essere dei nostri intorno allo striminzito tavolino. Ora se la ridono di gusto e si lasciano andare alla condivisione e, una volta a loro agio, ci insegnano persino qualche parolina in quechua in cambio di microlezioni di inglese, strappate simpaticamente a S. dopo la ufficiale nomina a profesora della compagnia.

l'allegra combriccola al Sol de Mañana

l’allegra combriccola al Sol de Mañana

Ma ecco Santos: “Ajgipuna… ajgipuna!“, è ora di ripartire, e attraversare il suggestivo “Deserto di Dalì” con le sculture naturali in pietra che effettivamente ricordano i paesaggi dei suoi quadri, fino alla Laguna Blanca e alla Laguna Verde ai piedi del vulcano Licancabur (6000 metri che segnano il confine col Cile), che si dice abbia questo colore da quando gli spagnoli inseguiti dall’esercito incaico vi gettarono il carico di rame rubato.

Licancabur, Laguna Verde y apachetas

Le imponenti vette che orlano il surreale paesaggio desertico ci fanno sentire come su Marte (la mancanza di ossigeno aiuta l’immaginazione) ma non è mica finita qui: incredibilmente si continua a salire, e nel punto più alto ci ritroviamo a camminare nientemeno che tra gli sbuffi dei geyser!

peccato non avere una tutina spaziale

Sbigottiti noi cerchiamo di capire se il contesto sia più lunare o infernale (o se davvero c’è qualcuno che ci sta facendo qualche scherzo: d’altronde oggi è 1 aprile…),Quique è eccitatissimo e continua a seppellire il povero Santos di domande, con quest’aria rarefatta persino la nostra guida a un certo punto perde la parola e non possiamo che arrenderci totalmente all’ultima meraviglia della giornata, la Laguna Colorada con l’acqua che pare – anzi no, proprio è! – rossa rossa intonandosi con i flamencos che la popolano e che noi stiamo a rimirare al tramonto.

la Laguna Colorada. Cioè rossa. Rossa?

Arriva la sera e l’ora di tirare i remi in barca, e noi la “barca” la ormeggiamo in un villaggetto in mezzo al deserto a 4200 metri dove un hostal di adobe è appena sufficiente ad alloggiare come può i gruppetti di viaggiatori. E’ solo un corridoio-comedor con una serie di stanzoni in cui sono allineati dei letti in mattoni; ovviamente il riscaldamento è un ricordo lontano, ma c’è un generatore e qualche lampadina e poi questa volta per accedere al bagno non bisogna uscire (anche se il cielo così straordinariamente stellato merita eccome una passeggiata notturna all’aperto).

giocando coi fenicotteri

Cecìlia ci sbrina per benino con un invitantissimo vassoione di wurstel e patate sormontato da uova fritte che G., con gli occhi lucidi per la gioia, è costretto a trangugiare tutto da solo causa apunamiento del resto della ciurma, mentre la Ceci se la ride e il buon Santos ci rincuora: domani sveglia all’umano orario delle 7.30.

si dorme qui stanotte!

si dorme qui stanotte!

(Tante altre foto! Qui)

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