Perù

Dalle sponde peruviane al cuore ecuadoregno

panorama di Màncora dal Kon Tiki

Màncora

Sbarcati a Màncora nel caldo torrido del mattino inoltrato con un sacco di voglia di qualche giorno di mare, ci lasciamo accogliere dal mototaxi di Jorge che ci scorrazza e ci sollazza fino in cima all’altura che domina questa piccola striscia di costruzioni lungo la costa settentrionale del Perù.

Jorge ci porta…

Eccolo qui proprio sul cocuzzolo il Kon Tiki, la posada che sarà nostra dimora, ed è deliziosa (il proprietario, manco a dirlo, è svizzero).

eccola lassù la nostra casetta!

La stanzetta tutta nostra, con bellissimi mobili in bambù e muri di pietra, è ampia, spoglia e caldissima, dài scendiamo subito al mare!

bella la mobilia in bambù

Uh già, è oceano questo… be’ allora il modo giusto di goderselo sono le lunghe passeggiate in spiaggia, ma non ci spingiamo troppo in là forse suggestionati dai vigilantes che ci esortano a non allontanarci troppo per evitare rischi – è bassa stagione e non c’è grande affollamento.

anzi, diciamo che è quasi deserto…

Di persone, si intende, perché di pellicani invece è pieno: pellicani fermi a contemplare il mare con il becco rivolto all’orizzonte, pellicani con lo sguardo spento che si trascinano goffi sulla battigia, pellicani moribondi, e cadaveri di pellicani…

malinconia pellicanica

Nell’attesa di capire il mistero di questa malinconia pellicanica, noi siamo ben felici di zigzagare tra le capanne, i chioschi e la vegetazione lussureggiante di Màncora, e di scoprire che la buona cultura culinaria peruviana non si smentisce affatto nemmeno qui sulla costa.

suzi’n’giro @ pacific ocean!

Proviamo una fritturina mista (la chiamano chicharròn e la fanno di qualunque tipo di carne, pesce, molluschi o… di frutta): è buonissima! E in questo localino sulla Panamericana, dove una ragazza sorridente ci serve un granizado di maracuyà e mango, tutte quelle che abbiamo provato sin’ora vengono declassate in un istante a insapori e banali “granite”. Ci divertiremo un bel po’, in questi giorni, a scoprire qual è l’abbinamento di frutta migliore.

bellezze e bontà peruviane

Per cena scegliamo il Chan Chan, un bellissimo edificio fatto di mattoni di adobe rifinito e tondeggiante – ma non lo ricorderemo tanto per la cucina quanto per la piacevole brezza all’interno, per la musica carina e per l’enorme voliera con gli straordinari pappagalli. Terminiamo con uno strepitoso succo di lùcuma e mango e un pezzo di tarta de chocolate all’ottimo Angela’s Place prima di tornare arrampicandoci sulla collina al gazebo del Kon Tiki, che è un ottimo posto per descansar e godersi il panorama.

ecco l’amico Chris nel suo ufficio (invidia)

C’è anche Chris, che viene dall’Oregon, e passa gran parte dei suoi giorni qui all’ombra e al venticello che arriva dall’oceano lavorando al suo pc: ci racconta che l’impresa californiana per cui lavora (settore impianti solari) gli ha consentito un lungo periodo di telelavoro e così… è proprio il caso di inviare un cv anche noi, hai visto mai.

quali porte ci si schiuderanno?

Infatti questo è per noi periodo di riflessioni sul futuro e sulla nostra condizione. Fermarsi?… a Màncora?… mah, per un po’, perché no, qui sotto la superficie fiorita colorata e piacevole c’è tanto da lavorare, moltissimo da migliorare, però è come con i mix di frutta, non sappiamo deciderci e la rotta ci chiama: “Orillas del Mar” è il nome della compagnia del bus, 8 ore il tempo di viaggio, Cuenca la destinazione, in Ecuador.

…casa.

Il trasferimento è un po’ improvvisato, l’affabilità e la precisione nella comunicazione non sono le doti principali da queste parti anche se, non si sa come, tutto sommato il sistema funziona. Ci spadellano ben bene da una parte all’altra attraverso la frontiera senza che autisti, cobradores e funzionari ci diano modo di capire granché a bordo dei torpedoni con ambizioni da Formula 1. Attraversiamo la savana e le foreste secche dell’estrema costa settentrionale peruviana che lascia spazio alla sierra ecuadoregna, verde e montagnosa come le Alpi in primavera.

sì, viaggiare

Alla fine eccoci sani e salvi a Cuenca, sono le 7 di sera e siamo partiti alle 10 di mattina, ah no quello era solo l’orario previsto. Un déjà vu, Cuenca ci ricorda la Sucre boliviana: sembra una città facile, pulita e piacevole, la approcciamo in compagnia di Philippe, viaggiatore dal Belgio.

per le vie di Cuenca

Fatti due passi per trovare un alloggio scegliamo “La Cigale”, poi ci dedichiamo ai piaceri della tavola al “Guajibamba” lieti di scoprire che anche di qua dal confine la cucina mantiene il livello a cui avevamo preso gusto: fritada di maiale, mote pillo, llapingachos (delle frittelle di patate e formaggio) con avocado e platano fritto, un seco de chivo e un fantastico canelazo (un cocktail caldo e rosa a base di succo di canna fermentato)… il viaggio ci aveva messo fame!

ari-gnam

Dedicheremo solo una giornata a Cuenca esplorando le piazze, le chiese, le vie del centro lastricate e pulite con gli eleganti edifici coloniali. E’ un posto vivibile, interessante di cultura e relativamente ricco; arriviamo fino al mercatino dei fiori e al museo Pumapungo (dove visitiamo i costumi tradizionali e un mucchio di cabezas reducidas o tsantsas nella lingua locale degli Shuar) ma poi nemmeno all’ufficio di informazioni riusciamo a trovare indicazioni convincenti sulle spiagge migliori da visitare in questa fascia dell’Ecuador. E così per dove fare il nuovo biglietto lo decidiamo solo quando, zaini in spalla, siamo già alla terminal: saltiamo tutto, anche a Puerto Lopez o Montañita sarebbero ormai troppo poche le probabilità di avvistare le balene, per cui nulla… puntiamo dritti verso Quito.

adios Cuenca!

Il bus della Santa come al solito ci dilania fra curve e tornanti, salite e discese su e giù per alture, paesi di contadini, cittadine di pietra, pascoli montani e boschi nella nebbia… e dopo innumerevoli fermate, un paio di film da dimenticare, e con le orecchie strapazzate di serenate amorose latine si arriva a Quito, dove riusciamo in qualche modo a raggiungere il Blue Hostel intorno alle 21 passate. Su sta ormai malissimo e Gi recupera, girovagando un po’ nei dintorni, un paio di quesadillas e una macedonia per cena, dopodiché… ci diamo malati.

nella plaza di Quito

E già: a parte una giornata ancora stoicamente dedicata alla doverosa esplorazione della capitale ecuadoregna, coprendo a piedi in bus o taxi le distanze enormi tra un quartiere e l’altro, passeggiando per gli antichi parchi e per il centro storico coloniale, mangiando nei ristorantini della plaza e bevendo canelazo all’animata Ronda, quel che facciamo a Quito dopo sei mesi di viaggio è rinchiuderci in ostello in questo angolino dell’animato Mariscal (il barrio della movida notturna… ma non lo sapevamo!) per metterci praticamente in mutua – qualche responsabilità sospettiamo ce l’abbia pure l’ultima insalata di aguacate del Wunderbar di Cuenca.

Quito, La Ronda

Però sappiamo approfittar bene di questa pausa. Non solo cerchiamo di prendere qualche decisione e mettere un paio di punti fermi sul futuro (che strano, in questa situazione di libertà assoluta e di normalità dell’imprevisto, scommettere così pesantemente su dove saremo e cosa faremo in precise date di là da venire), nella forma di un paio di biglietti aerei intercontinentali; ma anche onorando la Festa della Mamma (una ricorrenza molto sentita tra le società andine tradizionalmente perlopiù matriarcali) con una bella telefonatina a casa. Soprattutto però da qui riusciamo (finalmente!) a organizzare la nostra agognata visita alla vera Amazzonia: e pregustiamo con la fantasia le meraviglie del tour nella giungla, mentre salutiamo il Mariscal surrealmente deserto e silenzioso della domenica.

le scene urbane, come al solito… dolcissime o terribili

(Tutte le foto della tappa… sul nostro Flickr)

 

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Peruveando: Cuzco e Lima

Cuzco: panorama, ovvero: continuiamo a salire e scendere e salire e scendere...

Cuzco: panorama dall’alto

La partenza di Mauro segna la fine dei giorni intensi di cavillose programmazioni e ipercompressi piani di viaggio realizzati in quel poco più di una settimana di sua permanenza in Perù – ed ora ecco i nostri rituffati nella quotidianità del viaggiatore, faccia a terra sul sentiero pigramente disegnato nella consapevolezza dura da digerire che il cammino riprende a tutto tondo, ma verso dove e per quanto tempo ancora?… le giornate che per un po’ si son rincorse spasmodiche e senza pensieri, concentrate sugli obiettivi immediati del turista, riprendono ora l’andatura rilassata di chi gusta ogni passo senza l’angoscia di dover tornare a casa (quale?) ma con l’ansia di un tempo che può dilatarsi all’infinito in attesa delle decisioni che sonnecchiano vaghe in angoli remoti delle menti assopite nell’inerzia dell’andare.

Anche questa è casa

Ma gettiamo un attimo lo sguardo fuori da questa nebulosa… dov’erano finiti quei due? ah sì… nel frattempo si sono spostati all’hostal Resbalosa di Cuzco, però avevano capito male, la colazione non era mica inclusa nei 40 soles, evabe’.

Saksaywamán: ciclopiche mura Inca.

Continuano a godersi le delizie della capitale del vecchio impero cimentandosi nella vigorosa scalata attraverso i viottoli e le erte di San Blas fino al Cristo Blanco, illudendosi per giunta di poter entrare nell’enorme parco archeologico di Saksaywamán senza boleto… ma è un po’ una causa persa perché è pieno di ranger che pattugliano la zona come segugi e non si lasciano sfuggire il maldestro tentativo di intrufolamento attraverso la siepe.

ingresso del parco archeologico di Saksaywamàn

Così si accontentano di girare a piedi attorno al sito e di guardare da lontano ciò che resta delle enormi strutture di blocchi di pietra giganti sagomati e incastrati, prima che la strada riscenda ripida in città, per poi dedicarsi all’assalto del coloratissimo mercado di San Pedro: si aprono un varco tra i curiosi banchetti e si pietrificano davanti all’orrorifico mucchio di teste di bovini dagli occhi ancora terrorizzati accatastate sul pavimento di cemento (altro che il vegetarianesimo del piccolo Govinda dove si sono fermati per rifocillarsi!), mentre poco più in là la gracile teutonica neo-amichetta d’ostello, seduta a uno dei tanti tavolacci di pietra mescolata agli avventori locali, senza tema alcuna si sta sfondando una generosa porzione di ceviche, deliziosa pietanza peruviana a base di pesce crudo.

Proprio all’ingresso principale del mercado di San Pedro: le delizie di Cusco non sono solo architettoniche, storiche o naturalistiche.

Diciamo che a noi i banchetti dei mercados ci attirano più per le magnifiche juguerias dove ci spariamo in questi giorni ettolitri di superbi frullati di frutta, necessari a integrare i piatti di trucha ipercondita e ají de gallina delle trattorie del centro.

da queste parti i locali adorano farsi le foto con le turiste

Doverosa anche una visita al Qorikancha, tra i pietroni ritagliati ancora incastonati sotto il convento coloniale: impressionati al pensiero della ricchezza sacra e spirituale dell’ancestrale Tempio dell’Oro ma forse ancor più dal cinismo dei conquistadores che lo spogliarono senza troppo pensarci in cambio di tutt’altro tipo di ricchezza, ci viene la curiosità di approfondire la cultura Inca al museo dell’Impero e per fortuna che ci ricordiamo appena in tempo che ci parte l’autobus per Lima, se no eravamo ancora lì dentro a leggere le didascalie.

ma davvero, come facevano?

Eh sì, il momento doveva giungere alfine, di dare l’addio arrivederci anche a Cuzco, la città in cima al nostro personale podio di più bella del Sudamerica: preziosa di storia e bellezza, interessante di cultura e cucina, vivace di giovani e attività, vivibile da camminarci e guardare, con una luce stupenda e una natura superba tutt’intorno.

adios Cusco, per noi la più bella

‘St’altra notte in autobus potrebbe dirsi finalmente quasi comoda, però all’arrivo è lo stesso ardua impresa far caso alle parole del chiacchierone tassista limeño che ci conduce al Bluehouse Hostel… ma qui sì che dobbiamo far bene attenzione alle parole di Quique, il dueño, che (quando arriva) ci tiene ad informarci: ahinoi spesso non c’è acqua e purtroppo sta facendo dei lavori nel passaggio tra la nostra camera e il bagno privato e comunque la doccia arreglada artigianalmente con un po’ di nastro adesivo da elettricista non è usabile, ah e c’è anche la magia delle porte, si aprono da sole ma non si chiudono. Be’ è solo l’inizio, la capitale del Perù ci riserverà più di qualche avventura…

a Lima c’è il mare, confermato (cit. M.)

Non tanto per l’estetica e la pur notevole ricchezza della città in sé: dal turistico barrio Miraflores affacciato sul Pacifico brumoso, alle vie lastricate trafficate e strette del centro storico, dove ci perdiamo tra i palazzi novecenteschi di Plaza San Martin o nei meandri del convento coloniale di San Francesco (con annesse catacombe), dalla piramide di mattoni di fango di Huaca Pucllana al piacevole pomeriggio attraverso il parco del Bosque El Olivar, le nostre lunghissime passeggiate metropolitane in realtà ci ricordano un po’ l’anonimato e il cosmopolitismo di Santiago del Cile.

olivi secolari nella capitale peruviana

Ci esce anche una bellissima serata davvero “cittadina”: prima avvolti dalla magia di luci e fontane spettacolari sotto una bellissima enorme luna, attraverso il Chircuito Mágico de Las Aguas, nel Parque de La Reserva; e poi a Barranco, il grazioso quartiere della movida, tra i giovani ben vestiti e la musica dal vivo di un locale che si chiama, gran fantasia, La Noche.

giochi di acqua e luce al parco di notte

Una vera chicca della nostra permanenza nella capitale è quando ci spingiamo all’esplorazione della periferia affrontando il sistema dei mezzi pubblici. Nel caos di traffico, fermate improvvisate e strade non segnate su alcuna cartina al di fuori della zona battuta dai non locali, è impossibile capire se siamo saliti davvero sul combi giusto diretto a La Punta, quindi rinunciamo presto all’idea del tramonto sul promontorio;

sicuro sicuro che questo va dove dobbiamo andare?

ma non ne facciamo un problema, presi come siamo a osservare sbigottiti e divertiti il simpatico cobrador che dal predellino urla il percorso alla gente sul marciapiede e appena può scende in corsa per sollecitare personalmente e con memorabile (nessun) garbo chiunque gli càpiti a tiro, per acciuffare il maggior numero possibile di quei potenziali passeggeri che non aspettavano che lui per ricordarsi di avere un appuntamento urgente dall’altra parte della città. “Aaarequìp-arequìp-arequipaaaa!!!”

(un video s-combi-nato: http://www.flickr.com/photos/71904056@N04/11343383564/)

Però non c’è avventura che tenga, gira e rigira i nostri ricordi più intensi su Lima ruotano intorno a… la tavola. Nel senso, da pranzo. Ma anche da cena. E perché no da merenda…

¡buen provecho!

Semplici empanadas al mercado artesanal a nord di Parque Kennedy, ceviche con tuca tuca (fagioli e riso) allo storico bar Cordano, crocchette di yuca ripiene di formaggio con albóndigas pomodorose a Barranco, tiraditos con salse multiple, saltado di lomo gamberi e funghi su letto di tuca tuca, asados con riso e purè, torte stra-cioccolatose con panna, e ancora cocktail di mango a base di pisco… Lima se lo merita proprio, il titolo di capitale gastronomica del Sudamerica. E a prezzi neanche cari, se si evitano alcuni posti: ma noi no, ogni tanto che crepi quest’avarizia… e allora via libera alla serata galante da Tanta a Miraflores (yummm!), e per finire bus notturno verso nord con cena, wi-fi, coperta e cuscino inclusi. Ecco i nostri lussi di viaggio!

lasciamo Lima in servizio prima classe

(Tutte le foto come al solito sul nostro flickr)

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E andavamo su… e andavamo giù… Inca-style

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Sonnecchia anche in pieno giorno il paesino di Ollantaytambo sotto le maestose pietre delle rovine incaiche abbarbicate sulla rupe che ne sovrasta la plaza, dove girovaghiamo un po’, tra una fetta di torta e un’occhiata al mercatino, prima di conoscere il canadese Jordan e una francesina spiantata (di stanza temporanea in Cile) insieme a cui combiniamo una gitarella in bici per il Valle Sagrado. Ah, il famigerato downhill peruviano…!

le strane e suggestive terrazze a cerchio di Moray

le strane e suggestive terrazze a cerchio di Moray

Approntati gli zaini, un furgoncino attrezzato alla bell’e meglio ci porta prima a Moray, suggestivo sito archeologico di teatri di pietra e cerchi cerimoniali, pare usati anticamente anche per sperimentazioni agricole, e spettacolari come al solito nella loro incredibile armonia con le forme naturali delle verdi alture; poi ci lascia a Maras, quattro casette al sole, un negozietto e due gradini dove alcuni uomini riposano.

tranquilla vita (?) andina nel’unica plazoleta abitata di Maras

E’ da qui che parte la nostra discesa su due ruote: un intero pomeriggio giù per lo stretto e sconnesso sentiero sterrato, lungo la ripida gola in direzione dell’Urubamba, incrociando e sorpassando contadini e bimbi e animali e paesaggi spettacolari.

M., Jordan e i mezzi pronti alla partenza

E’ tutto spaventosamente autentico. Una donna, fascine in spalla, cavezza del mulo in mano e piccoletta trotterellante al fianco, con cui tentiamo un approccio scherzoso si lamenta perché dei ragazzini poco prima le hanno provocato l’asinello facendolo innervosire;

non sembra ci siano molti turisti sul sentiero

subiamo ben due forature, ma riusciamo a sostituire solo una camera d’aria perché Jordan, atteso pazientemente il ricambio eseguito da G. (il quale con sua grande sorpresa è l’unico della compagnia a sapere come si fa), fugge subito in avanti (con l’attrezzatura) scomparendo fra i tortuosi tornanti, non sognandosi nemmeno di aspettarci o preoccuparsi per noi – non lo rivedremo mai più!;

ehm… da dove si comincia?

al tramonto le curiosissime salineras – terrazze di sali minerali create nei decenni dall’acqua che scorre tra le casette di fango e gli spiazzi con le galline razzolanti – a formare una visione allucinante e silenziosa nel mezzo del nulla con lo sfondo delle alture innevate…

salineras a bocca aperta

e noi spaesati a passare in mezzo a tutto questo, un po’ impauriti per l’isolamento, la sera incombente e la ruota a terra, con la sensazione di apparire veri gringos per via dei mezzi sportivi anni luce lontani dalla semplicità rurale e genuinità ancestrale della vita che vediamo.

…però c’è da dire che la parola “divertimento” ha acquistato nuovi significati.

Quando finalmente giungiamo allo stradone di fondovalle, è ormai buio, e noi siamo ben provati dalla polvere, dagli incontri, dalle viste, dall’altitudine, e dall’intensità dell’esperienza. Però pian pianino arranchiamo tra i fari dei pochi veicoli, M. in bus con la bici sul tetto, G. e S. pedalando, fino alla terminal di Urubamba dove finalmente ci riuniamo e restituiamo le mountain-bike all’incredulo omino (che vorrebbe pure farci pagare pompa e attrezzi di ricambio ormai spariti definitivamente insieme al canadese… tzk).

Non arriveremo mai a valle prima del tramonto, neh?

Bene o male insomma un mezzo per scendere un po’ lungo la valle e raggiungere Pisaq lo troviamo ancora, e ci troviamo dentro pure Gael, un’americana (nel senso di statunitense) che dice di vivere qui da qualche tempo e che diventerà la nostra cicerona nella piacevolissima cittadina dove ci fermeremo un paio di notti, prima di rientrare a Cuzco.

ecco la nostra amica yankee-pisaqueña!

A Gael dobbiamo ad esempio l’incoraggiamento (ma ce n’era bisogno?) a provare per colazione lo spezzatino di cuy (carne di porcellino d’India… ebbene sì) servito direttamente da un pentolone su un tavolaccio tra la folla del mercado senza risparmio di salsa chimichurri e di una specie di polenta di accompagnamento;

il temerario M. a caccia di spazio e di cuy

ma anche l’illustrazione di un percorso alternativo per salire in cima alla collina, dove si trovano le antiche pittoresche rovine da visitare previa epica bustata su terrazzamento in pietra Inca con vista sui colorati campi coltivati del Valle Sagrado (qualcuno capirà – e rinnoverà l’orgoglio).

bravo lui e chi lo scor…ge

Lei ha scelto di stabilircisi per alcuni mesi, invece per noi arriva presto anche il momento del saluto alla deliziosa Pisaq, ai colori ed alla vitalità del mercatino di artigianato e frutta, alla suggestione delle rovine, al silenzio dei vicoli lastricati tra le basse case coloniche, alla brillantezza della sua luce ed all’amabilità della sua gente.

¡Adios, Pisaq!

Saliamo al volo su un autobus che, nonostante le sperticate promesse e gli incomprensibili spergiuri dell’autista, non ha posti a sedere liberi (evabe’) e che ci riporta su e giù curva dopo curva (e chiacchiera dopo chiacchiera con le famigliole locali, in gita pomeridiana fino allo stadio per un’importantissima e sentitissima partita di calcio tra le squadre di due villaggetti dei dintorni) di nuovo fino a Cuzco: al termine della nostra esplorazione della valle, abbiamo perso del tutto il conto totale dei dislivelli che abbiamo superato a bordo di qualunque mezzo possibile dal treno alla bici al taxi ai furgoni ai bus – ma soprattutto a piedi… e tornati nella capitale del vecchio impero ci sentiamo proprio di meritare una buona cenetta al sofisticato “Cicciolina”. Una serata di risate e allegria, prima di rimettere la testa sul cuscino per la notte in un ostello già conosciuto… è anche questo un lusso.

indimenticabile il mercado di Pisaq

Ancora di buon mattino l’amico M., colazione continentale e tre empanadas in corpo, ben deciso gliene canta 4 all’agenzia KMT in Cuesta Santa Ana – lamentandosi più dell’approssimazione organizzativa del nostro “Inca Jungle” che per aver fatto sparire una sua felpa distrattamente lasciata nel furgone delle bici – ed è l’ultimo suo memorabile gesto in questa parte di mondo, ché è giunto il momento della ripartenza. Prende un volo per Lima, lui, da dove tornerà in Europa; invece per noi dopo 10 giorni di turismo sfrenato è un po’ disorientante ritrovarsi di nuovo soli, e coi nostri lenti ritmi, alle prese con un intero resto di continente da visitare.

a Cusco, meditando sul nostro tempo

a Cusco, meditando sul nostro tempo

Per fortuna l’abbiamo capito: lo spirito non ci manca… ma se non bastasse, c’è sempre uno yankee grande, grosso, pelato e dal volto gioviale che, uscendo dal carinissimo e simpatico “El Molino” (quello col pizzaiolo preso bene davanti al forno a legna decorato e la cameriera barcollante) ci regala sorridendo la sua mezza bottiglia di vino cileno. ¡Gracias, amigo!

S., M. e G. stanno per andarsene da Pisaq

è stato bellissimo!

(Tante fotografie che non ci entravano! Dateci uno sguardo qui)

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Back door to Machu Picchu

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Arrivati ad Abra Málaga, in cima alla strada di montagna che si inerpica sulle paurose vette settentrionali della Valle Sacra degli Inca, il giovane e sbrigativo Samuel (che finora non ha dimostrato molta voglia di chiacchiere a noi ed agli altri partecipanti al tour) ci invita a scendere dalla buseta ed a inforcare le mediocri mountain-bike, i guantini e il caschetto. La nebbia e il freddo e la pioggia forte non devono dissuaderci: abbiamo voluto pedalare, e mo’… ci facciamo piacere i 2000 m di dislivello che ci portano velocemente dal clima alpino della grigia steppa a 4200 m fino alla giungla tropicale calda e umida del paesino di Santa María.

Non male come inizio, soprattutto per i paesaggi sulla valle intravisti sfrecciando zuppi fradici su due ruote giù per i tornanti, però una volta in fondo (e dopo un pranzetto ristoratore) già sappiamo che non ci abbiamo molta voglia del rafting proposto né di stare ad aspettare fino a domattina di muoverci insieme a tutto il gruppo (c’è chi tra noi avrebbe voglia di rilassare un po’ i ritmi… ma recuperare un giorno per Mauro è troppo prezioso!).

Decidiamo così di proseguire subito per la prossima tappa, grazie a un taxi che si rivela provvidenziale non tanto per la tempestività quanto per l’incredibile risultato di farci sbarcare sani e salvi a destinazione a Santa Teresa dopo una corsa a dir poco folle lungo la strada sterrata che sale su per la cuenca del fiume Vilcacota – che non ci pare abbia nulla da invidiare alla Most Dangerous Road da noi scampata qualche settimana or sono: lo stretto percorso carrabile è ricavato chissà come nella rupe accanto al fragoroso fiume, che scorre decine di metri più sotto, e le ruote a tutta velocità sfiorano il bordo più volte mentre noi non riusciamo nemmeno a raccomandarci ai santi, paralizzati come siamo dalla paura e dal paesaggio.

Scendiamo dal taxi con il terrore ancora in volto ma stupefatti di bellezza, e abbiamo tempo di tranquillizzarci (e asciugarci) un po’ prima della riunione dopo poco con il nuovo gruppo di Martin, partito da Cusco un giorno prima di noi e che arriva a piedi da Santa María.

La mattina dopo, il richiamo di adrenalina è assicurato dalle 6 zip-line cui ci appendiamo per scivolare appesi a una corda da una parte all’altra della ripida valle, 150 m al di sopra della fitta giungla che è uno spettacolo anche vissuta da fermi coi piedini nell’acqua del rio; e poi via, per l’ultimo pezzettino di tour in furgone, qualche ultimo km di sterrato abbarbicato su un lato della valle fino alla famosa “centrale idroelettrica” da dove entriamo ufficialmente (è l’ingresso “posteriore”) nel parco del Machu Picchu.

Il ristorantino tra gli alberi accanto ai binari ci consente una sosta di zuppa pollo riso in bianco e sonnellino sull’amaca – ma alle 13.30 ecco Martin che richiama il gruppo sonnecchiante per ripartire a piedi lungo la ferrovia, costeggiando l’Urubamba sotto la montagna verde che da questo lato è una parete verticale ad anfiteatro.

E’ piacevolissima e suggestiva la camminata di 3 ore che ci porta finalmente ad Aguas Calientes, cittadina base per la visita a Machu Picchu, che nonostante l’aria semplice ed i marciapiedi dissestati e le buche a cielo aperto resta piacevole ed abbastanza turistica da permetterci persino una seria cenetta gourmet tanto per dimenticare i soliti pasti senza sorprese inclusi nel nostro pacchetto turistico.

E finalmente arriva l’alba del grande giorno in cui prendiamo il primo autobus delle 5.30 per salire al parco archeologico più bello del mondo. L’introduzione con guida ci pare doverosa per capire a grandi linee di cosa stiamo parlando, ma la parte migliore arriva quando veniamo lasciati da soli ad esplorare in lungo e in largo l’antica città cerimoniale costruita a massi e terrazze da coltivare secondo l’andamento naturale delle rupi. Mentre S. è purtroppo costretta a regolari e frequenti match coi propri dissesti intestinali, G. e Mauro pensano bene di affrontare il sentiero di pietra verso la cima del Cerro Machu Picchu, e meno male ché se durante la salita (ovviamente che più irta non si può, alla moda Inca) è tutto nuvolo, nebbia e pioggia, quando scendiamo la vista si libera a poco a poco, le nubi si aprono e i panorami sono a dir poco uno spettacolo.

Machu Picchu è davvero un posto incantato. Le rovine di pietra resistono ancora ben stabili arroccate sulla cima delle vette nelle forme e posizioni mistiche che un antico popolo, pervaso dall’armonia con la natura e pare non timoroso della fatica e dallo sforzo che ci volesse (senza ferro, né ruote… non ci si può credere), ha voluto infondere in questo luogo; silenziose e incantevoli nonostante l’enorme afflusso di turisti, all’ombra dell’imponente Wayna Picchu dominano l’Urubamba che scorre liggiù sotto centinaia di metri di rupi impellicciate di verde, e tutto l’insieme è bello e emozionante in modo unico.

E’ impressionante cosa riuscissero a creare gli Inca assecondando le forme dei monti: guardate questo stretto sentiero a picco che prosegue oltre il vecchio Puente del Inca… era uno dei percorsi di accesso alla città, e fa venire le vertigini solo a guardarlo.

Una giornata intera passata al Machu Picchu a trattenere il fiato per la meraviglia (e l’altezza), e la discesa a piedi per la ripida scalinata di ritorno a valle, ci han messo fame, e ad Aguas Calientes c’è il tempo per un’ultima cena all’Indio Feliz prima che parta il trenino “Peru Rail” in cui dormiamo come bimbi fino a Ollantaytambo, dove i nostri zainoni ci aspettano nella piccola stanzetta tripla della posada Las Portadas. Finalmente si riposa…

(Altre foto? qui)

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Viaggio al centro dell’impero: dal Titicaca a Cuzco

al porticciolo di Lampayuni, isola di Amantanì

al porticciolo di Lampayuni, isola di Amantanì

Con una crêpe e un caffelatte Gloria dà il via alla nostra avventura della giornata, che da Lampayuni sull’isola di Amantaní ci porterà per cominciare verso la penisola di Capachica, dall’altra parte di questo braccio peruviano di lago. Si dice sia un posto interessante e, salutati velocemente i nostri anfitrioni, assonnati e infreddoliti ci precipitiamo al porticciolo ch’è ancora l’alba, decisi a non perdere la barca-traghetto che parte , cioè in un momento del futuro non ben precisato. Ci dicono alle 7, ah no: alle 8, ah no: alle 9, ah no: alle 9.30… e vabbe’ prendiamo il largo ben oltre le 10, dopo aver dato più di qualche vuelta tra le bancarell i tappeti sparuti dei venditori lungo la spiaggia (è giorno di mercato) e sempre sperando che lo scafo ormeggiato non abbia subìto gravi danni a causa delle continue e fragorose botte che prendeva sulle pietre del molo, per le onde.

Non sembra che il capitano ne sappia più di noi sull’orario in cui salperemo

Il capitano è tutt’uno con il tubo di metallo che fa da barra del timone ma per fortuna i rematori sono esperti e con poche manovre manuali dei lunghi pali siamo già al largo dall’isoletta: in poco più di un’ora sbarchiamo sulla deserta spiaggia di Chifrón, tutti gli altri passeggeri salgono sul minibus e sul taxi ch’erano qui ad aspettare, e noi invece ci avviamo nell’aria frizzantina per la nostra passeggiata solitaria.

con Mauro a spasso per la penisola di Capachica

Il paesaggio di campagna aperta, di colline pratose con casolari di mattoni di fango e lamiera sullo sfondo del lago blu, tra pecore e asini e cavalli e maiali al pascolo, ci ammorbidisce l’animo finché arriviamo nella sonnolenta e deliziosa plaza di Capachica, da dove prendiamo un combi di ritorno verso Puno (non c’è tempo né tanta curiosità di arrivare fino a Llachón, ché paesaggi lacustri ne abbiam visti abbastanza, ed abbiamo idea di ripartire presto per arrivare a Cuzco prima di tarda sera).

al centro della plaza di Capachica

In città c’è ancora tempo per un raffinato pranzetto al “Mojsa”, tanto per ricordarci e rafforzare le nostre nascenti e crescenti amicizia e ammirazione per la cucina peruviana, prima dell’appuntamento al terminal per il bus “Power Express” delle 16. Il nome della compagnia è tutto un programma… ingannevole. Ma se il ritardo in partenza era pressoché scontato, quel che ancora non sappiamo è che il tragitto da Puno a Cuzco si rivelerà forse il trasferimento più strampalato da quando siamo arrivati in Sudamerica (e sì che di chilometri ne abbiamo fatti).

gli altri passeggeri non è che facessero la traversata per turismo…

Già a Juliaca, dopo un’oretta di strada, è un delirio completo: mentre fuori diluvia l’impossibile, entrano chissà come e si fanno strada a spintoni per il corridoio del bus ORDE di enormi donnoni accompagnate da incredibili quantità di pacchi e borse e involti e tele ripiene pesantissime e voluminosissime, caricate a forza tra i sedili a dispetto delle leggi fisiche sull’impenetrabilità della materia. Di colpo ci troviamo immersi e sommersi in un caos di gonne, trecce, bombette, coperte di lana, scatoloni e bimbi – il nervosismo generale inizia a montare, ma è nulla al confronto dei solenni bestemmioni che l’amico Mauro inizia a lanciare in almeno sei lingue diverse quando un copioso rivolo d’acqua comincia a piovergli addosso dal soffitto sgangherato, e ancor di più allorché l’autista si rifiuta di farlo scendere per un toilet-stop senza peraltro fornire alcuna spiegazione né speranza di sollievo a breve.

a Cuzco ancora con l’espressione di chi non ha ben capito come ci è arrivato sano e salvo

E’ sul punto di scoppiare una mini-rivolta tra italiani, boliviani e peruviani esasperati quando per fortuna c’è la fermata doganale… ma iniziamo a capire in cosa siamo capitati in realtà solo quando la signora davanti a noi ci consegna un pacchetto involto, facendoci intendere a gesti e sguardi che vorrebbe che lo tenessimo noi, ché siamo stranieri e turisti, e non ci controllerà nessuno. Eh sì, molte di queste mamitas portano con sé dalla Bolivia in Perù prodotti da smerciare in contrabbando. Noi però non possiamo rischiare e dobbiamo gentilmente declinare la proposta di complicità, anche se un po’ intimoriti dagli occhi profondi e dalla stazza di lei resa ancor più maestosa da tutta la roba che ha sotto il mantello e sotto le chiappe (a occhio, qualche tonnellata di merce), e poi anche dispiaciuti e un po’ in colpa quando i funzionari le ìntimano di scendere per un controllo… ma niente paura, tornerà in pochi minuti – solo con un po’ di chili in meno.

invece per la viaggiatrice ormai sgamata è sempre tutto una passeggiata…

Fatto sta che anche queste lunghe e faticose ore giungono al termine, anzi al terminal di Cuzco dove è un nostro grande sollievo ritrovare i nostri zaini ancora tutti lì sani e incastrati tra i valigioni e i sacchi nel bagagliaio del torpedone. Un taxi ci pare un lusso sfrenato che ci porta all’ostello Samay Wasi 2, nella stradina selciata in salita in cima al centro storico, che siamo riusciti a prenotare per telefono prima di partire.

la Catedral nella splendida plaza di Cuzco

Il cielo e la luce dell’antico centro del misterioso e ricco impero degli Inca non tardano ad avvolgerci di fascino ed ammirazione. La città ci si rivela subito solare, vivibile, giovane ed attiva, noi ci perdiamo tra le chiese coloniali, i muri di enormi massi sagomati e incastrati per l’eternità, le costruzioni decadenti, i cortili in degrado e i palazzi coloniali ristrutturati con gusto; è un peccato, ma un po’ si capisce che intorno alla plaza sia tutto un grande parco turistico affollato di gringos dove anche noi gironzoliamo un bel po’ prima di arrivare all’ultimo minuto ad organizzare il da farsi per i prossimi giorni.

nel centro storico di Cuzco si passeggia tra gli antichi muri del centro dell’impero

E così, dopo che abbiamo rotto le scatole a tanta gente e visitato innumerevoli agenzie, oltre l’orario di chiusura facciamo fare gli straordinari al buon Milder, della Inca World, che in cambio di un (bel) mucchietto di contante ci accetta in un gruppo in partenza domattina: ormai è tardi per accedere all’Inca Trail (va prenotato con discreto anticipo) e dobbiamo rinunciare anche all’apparentemente interessantissimo e avventuroso trekking montano di Salcantay, ma arriveremo a Machu Pichu per il classico “Inca Jungle”, un giro largo che prevede un tratto in bus, un tratto a piedi, un tratto in bici. Cari Inca, a noi!

(Qualche altra foto qui)

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Passaggio in Perù: c’è totòra?

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Passiamo in Perù in un pomeriggio di sole che picchia, costeggiando in bus il Titicaca e i villaggi di mattoni di fango attraverso l’altopiano che brucia sconfinato. Il bus ci scarica nel terminal della cittadina di Puno, in breve molliamo armi e bagagli al “Tumi 2”, e rispetto alla semplicità rustica del lato boliviano da cui veniamo ci pare subito evidente il maggior livello di sviluppo, di civiltà e di disponibilità all’incontro con gli altri: la gente è affabile e cortese, e immediatamente siamo presi a chiacchiere in qualunque localino o negozio in cui ci capita di mettere piede durante la nostra visita nel centro coloniale della città.

fine cena al Mojsa

Anche la comida si rivela di altro livello, lo scopriamo al Mojsa dove addirittura concludiamo la nostra prima cenetta peruviana a colpi di pisco sour e chicha morada con lo sguardo fisso sulla placida plaza sottostante, sovrastata come al solito dalla cattedrale.

chissà se questo amico punense vorrà venire con noi

Ma le nostre attenzioni sono in realtà rivolte ai giorni che verranno e soprattutto all’arrivo dell’amico Mauro, in viaggio di piacere in questo lato del mondo da domani! Mentre lo aspettiamo c’è il tempo di una passeggiata mattutina fino al porticciolo, attraverso il curioso mercato che offre, sparpagliate sui teloni stesi sull’asfalto dell’avenida tra i binari in disuso, innumerevoli varietà e quantità di patate dai colori e forme più diversi; ma ecco l’atteso sms… appuntamento all’angolo del Museo Naval, speriamo che M. ci arrivi senza problemi dopo il trasferimento diretto dall’aeroporto di Lima.

papas papas papas…

Ed eccoci qui: un volto amico spunta tra i mototaxi e la polvere… e dopo gli abbracci e i baci di rito, la migliore introduzione alla cultura peruviana è un bel pranzetto ai chioschetti al puerto, seguito da una passeggiata a perdersi nel coloratissimo mercado per provare le delizie locali (frutta e foglie di coca, soprattutto), alla ricerca di matite e libri da colorare – semplici regalini che pensiamo di portare ai bimbi di Amantanì – e nel tentativo di decifrare le confuse informazioni sui collegamenti in barca di domani verso le isole lacustri.

al mercado di Puno

Subito dopo, una spettacolare, improvvisa e potente grandinata trasforma le strade di Puno in fiumi di acqua e ghiaccio in piena e noi ne approfittiamo per descansar un rato, così almeno Mauro si riprende un po’ dal jet lag prima di tornare a battere le stradine del centro e assaporare la cucina fusion de Los Balcones de Puno.

bienvenido y buen provecho!

Mauro ha solo 10 giorni a disposizione e per questo tempo con lui varrà la pena di accelerare i nostri ritmi, di solito lenti e rilassati, per approfittare al massimo delle bellezze che questa terra ha da offrire. Così, alle 7.30 del mattino siamo già a fare una ricca colazione al puerto da dove il capitano Robertho ci accoglie sulla sua barca per condurci fino alle islas flotantes degli Uros. Con condimento di qualche parola in aymara, veniamo introdotti alla cultura di questo antico popolo che secoli fa scelse di vivere in mezzo al lago, sulle isole artificiali fatte di strati sovrapposti di totóra (cioè coi lunghi steli di paglia ricavati dall’abbondante pianta acquatica del Titicaca), praticamente dei morbidi e cedevoli zatteroni su ciascuno dei quali vive un’intera famiglia, dentro case fatte di totóra piene di oggetti, mobili e suppellettili fatti di totóra. I tipici mezzi di spostamento sono barche di totóra e ogni 30-40 anni ciascuna isola deve essere praticamente rifatta con nuova totóra… è una Venezia andina di paglia e non si riesce mica facilmente ad entrare in familiarità con una cultura così strana, però noi già sappiamo qual è la parola-mantra della settimana!

islas flotantes: c’è totooooora! 

 

Scivolando lentamente sulle acque del lago piatto, la nostra barca poi attraversa la vegetazione galleggiante (indovinate di cosa?) per arrivare a Lampayuni, sull’isola di Amantanì. Salutiamo Robertho (allellanjo allellanjo!) che ci affida a una signora-barilotto in gonna verde pesante e trecce d’ordinanza: si chiama Gloria e ci conduce alla sua casetta in cima allo sparuto villaggio, dove ci fa conoscere Sergio (suo promesso marito) e il piccolo Joel prima di servirci il pranzo a base di zuppa di quinoa patate e verdure, formaggio grigliato con patate e oka (una patata dolce oblunga) e tisana dolce di muña che ha preparato sul fuoco del camino.

capitan Robertho riposa tra un attracco e l’altro…

Persi nell’interazione con la famigliola e il contesto che più rurale non si può, la nostra sensazione di sperdutezza è davvero impressionante. Siamo alloggiati nella campagna dell’isoletta in questa piccola costruzione di mattoni scrostata, senza elettricità (sull’isola c’è solo una manciata di piccoli sistemi isolati alimentati a vento o a sole), per l’acqua corrente bisogna andare in giardino dove c’è un tubo che esce dal terreno, salendo lungo la ripida scaletta che porta alla nostra camera in solaio rischiamo ogni volta la vita, il bagno è un sottoscala con un piccolo wc e un secchio poggiati sul pavimento di terra battuta, e in questo contesto la disponibilità e la gentilezza dei nostri ospiti sono nient’altro che commoventi.

chez Gloria y Sergio, Lampayuni, Amantanì

Joel, 12 anni e occhio felino, ci accompagna fino alla tranquilla piccola plaza del paesino per poi lasciarci da soli all’esplorazione. Lungo l’accidentato sentiero lastricato saliamo fino in cima alla collina, passando accanto allo spiazzo con tribuna identificato come „stadio“, verso gli antichi santuari del Pachatata e della Pachamama e le altre rovine di pietra; purtroppo le nuvole impediscono un tramonto veramente romantico, ma il panorama tutt’intorno sulla campagna e sul lago non lasciano certo a desiderare.

Amantanì

Con le orecchie piene di silenzio riscendiamo gongolando sui massi del sentiero verso Lampayuni, incrociando di quando in quando altri forestieri che come noi vagano con gli occhi sbarrati, e ci arriviamo che è già buio. Sotto il portico accanto alla chiesetta, alla fioca luce di una piccola lampada sulla fronte, Gloria sta arrostendo degli anticuchos (spiedini) di carne di lama o alpaca ed è un piacevole antipasto che va accompagnato da una birra sulle panchine, sotto il cielo stellato, prima di tornare a casa scortati da Joel (lui nel buio pare ci veda benissimo) per la vera cenetta ancora a base di doppi e tripli carboidrati.

della nostra mise serale, purtroppo nessuna foto migliore… maledetta memoria digitale

Non passa molto che Gloria appare di nuovo sulla porta della nostra camera: è inutile tentare di scansarsela… con gesti sbrigativi e decisi copre G. con un poncho e un chullo e senza attendere che S. tolga felpa e giaccone, le mette addosso una pesante gonna rossa e verde, una blusa splendidamente ricamata, una cintura colorata e uno scialle nero – e così pesantemente imbacuccati come due fantocci ci lancia selvaggiamente nello spazio comunale a poca distanza dove quattro ragazzi stanno improvvisando motivi dai ritmi andini con un flauto, un charango, un tamburo e una chitarra. Non c’è struttura né raffinatezza nei balli in cui siamo coinvolti insieme agli altri visitatori dell’isola, goffi come noi sotto vari strati di lana e con le scarpe da trekking ai piedi… ma i rocamboleschi girotondi, seppur utili a scaldarsi nel gelo, per fortuna possono durare poco. Usciamo al freddo e ci godiamo un po’ il silenzio e il buio assoluto qui fuori, prima di raggiungere Mauro che ha preferito restare a ronfare nel sonno pacifico nella stanzetta gelata sotto le coperte di Amantanì.

(Tante altre foto! Qui)

 

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