Corazón boliviano. Potosí e Sucre

a La Recoleta, in cima a Sucre

a La Recoleta, in cima a Sucre

Le tre ore di strada da Uyuni a Potosí si rivelano decisamente all’altezza degli standard di bellezza cui gli ultimi giorni boliviani ci hanno abituato. A ogni tornante (e sono tantissimi…) una meraviglia diversa: canyon, vette, sole, pioggia, deserto, lago, lama, asini, villaggi, arcobaleni, cascate, rocce multicolori, grandi massi multiformi, fiori steppa fiumi valli temibili pendenze e strapiombi minacciosi… e noi alterniamo stati d’animo sublimi a sensazioni ossimoro-viventi osservando con la coda degli occhi sbarrati ai finestrini Santos, che attacca le curve dopandosi a manciate di foglie di coca con il volante tremolante. Si vede che comincia ad essere un po’ stanco e S., seduta accanto a lui, suda freddo mentre G. cerca di testare quanto la situazione sia sotto controllo per il nostro conducente, scoprendo che per il nostro autista profesional è sconosciuta qualunque nozione di convergenza o equilibratura delle ruote… mah!

davanti al mercado a Potosí

Meglio non pensarci e restare tranquilli, e infatti a Potosí ci arriviamo in qualche modo e calorosamente scambiamo l’adios con Santos dalle parti della terminal vecchia. Sarà che siamo un po’ assuefatti alle potenti dosi di natura e purezza ma… qui ci pare impossibile persino respirare: caos, rumore e fumi del traffico appestano l’aria, a più di 4000 m d’altezza non riusciamo a fare nemmeno 20 metri in salita con gli zaini ché dobbiamo fermarci sbuffando, e la voglia che ci balza in mente è solo una: fuggire da qui!

Per fortuna la situazione nel centro storico, dove ci facciamo portare da un tassista a cui piacciono un po’ troppo i Maná ad alto volume, è un po’ migliore. Recuperiamo una quadrupla con bagno con Quique e Georgina al “Koala Den” e dopo una meritata doccia che ripristina in noi la modalità “civiltà” (si fa per dire) ci fiondiamo fuori: cerchiamo del cibo ma ci imbattiamo invece in una inquietante processione di incappucciati che portano in spalla delle enormi statue – e ci ricordiamo che già, si avvicina la Pasqua. Il ristorantino vegetariano Manzana Mágica promette un buon menù sano e vario ma… “solo les podemos ofrecer hamburguesas…”, evabe’ l’importante è non soffrire la fame; e poi a nanna mentre il freddo della città più alta del mondo si prende la notte.

processione notturna a Potosí

Georgina si sveglia presto e prepara il mate, invece noi ce la mettiamo tutta a recuperare i sonni persi dei giorni precedenti e raggiungiamo gli altri con calma per la colazione. I nostri amici partiranno oggi, così mentre loro tornano alla terminal per comprare i biglietti noi facciamo un bel giretto alla scoperta delle colorate stradine coloniali tra edifici armonici, architravi e pilastri di pietra scolpiti e graziosissimi balconi in legno intarsiati. Le tracce così evidenti dell’antica grande ricchezza della città, che a lungo fu il principale centro di estrazione di minerali nel Nuovo Mondo, fanno a botte con la scarsissima manutenzione dell’architettura, gli intonaci scrostati e i legni deformati e rovinati che ne denunciano invece l’attuale decadenza.

molte case coloniali hanno queste simpatiche entrate (e balconi) angolari

Qui nel centro storico, se non fosse per il traffico parrebbe proprio di essere in un paesino di montagna, popolato da gente indigena sui cui volti sono impressi i secoli di sfruttamento che hanno ridotto il Cerro Rico, che fa capolino dall’arco di pietra, così rivoltato e grattato e scavato dall’attività mineraria. Uno dei pezzi forti del turismo a Potosí è la visita alle minas: decine di agenzie, per una spesa a portata di gringo, organizzano la discesa nelle miniere in attività del cerro per osservare dal vero e incontrare gli operai che sono ancora oggi lì sotto in massa, in condizioni a dir di tutti medievali, per scavare e tirar su roccia e minerali – ma noi decidiamo che non fa per noi questo zoo post-moderno in cui per una mezz’oretta si condivide l’esperienza (e si portano via le fotografie) dei poveri cristi che sono lì a sudare e rischiare la vita (parecchi ci lasciano le penne) senza alcuna tutela né assicurazione, in cambio dei contentini in forma di candelotti di dinamite o sigarette o foglie di coca regalati dai turisti.

il Cerro Rico, spoglio e scavato, è lo sfondo della città

Molto meglio assaporare un po’ di vita locale nell’animata plaza, e poi unirsi a Quique e Georgina per visitare la Casa de la Moneda. E’ un enorme bell’edificio coloniale in pietra e mattoni, il più grande rimasto in Sudamerica di quell’epoca, servito da zecca sia sotto il regno spagnolo che per la repubblica, dove ancora resistono originali le enormi macchine per la laminatura dei lingotti di rame o argento a trazione animale in legno e ferro, e le successive trascinate da un motore a vapore, e le successive elettriche. Tra le collezioni di quadri, monete, minerali e reperti archeologici (tra cui dei cadaveri mummificati di bimbi) la nostra guida baffuta e coi denti d’oro ci racconta di quando la zecca impiegasse come operai gli indigeni, salariati, ma che ogni tanto riuscivano a portarsi via pezzettini di argento inghiottendoli; invece pare che i tentativi di sfruttamento di schiavi africani come operai in miniera non ebbero successo, per via della loro statura e della loro difficoltà di adattamento all’altitudine ed alla mancanza di ossigeno (nei territori andini difatti, a differenza delle altre parti del Sudamerica, i neri sono una esigua minoranza). Nemmeno lui però pare conoscere il vero significato del mascherone col sorriso beffardo appeso sull’arco centrale nel patio principale dell’edificio: ormai ci siamo abituati all’idea che in Bolivia la verità è una questione di interpretazione, e nemmeno alle spiegazioni ufficiali (tipo quel che si legge su un sito internet istituzionale) bisogna dare eccessivo credito.

scene di vita in plaza

L’unica è testare dal vivo le esperienze: e allora non c’è da tirarsi indietro quando si tratta di provare ad un chioschetto nel mercado, tra gli incensi colorati da offrire alla pachamama e i feti di lama essiccati appesi, quel bibitone verde brillante che dicono sia spremuta di alfa-alfa (erba medica) e faccia tanto bene (non solo ai bovini). Poi però torniamo ad atmosfere più familiari e rilassate per il mate serale sul divano in ostello: in breve arriva il momento dell’adios ai nostri amici argentini – hasta luego chicos, siempre tienen una casa en Italia! – e restiamo a fare charlas con i ragazzini svizzeri, in anno sabbatico dopo il liceo, e con Mario, ex dealer di borsa a Milano e a Lussemburgo che ha lasciato tutto per fare il cuoco a Brasilia.

¡chao ragazzi!

Il mattino dopo è ora per noi di ripartire. Siamo affascinati dalle due biciclette super-attrezzate della coppia dell’Alabama che pianifica di metterci una settimana per arrivare fino a La Paz, ma noi cerchiamo un bus fino a Sucre e veniamo accalappiati alla terminal nueva su un vecchio mezzo dall’odore di capra o di lama senza capire nemmeno il nome della compagnia che ci trasporterà (alla faccia di tutte le raccomandazioni alla prudenza con cui le guide turistiche ci bombardano). A ogni fermata si accalcano gruppi di signore trecciute con cappellini bianchi decorati a fiorellini, con fagottini coloratissimi sulla schiena, pieni di bimbi e non solo; alcune durante la sosta scendono in gran fretta, si fermano accanto al bus, sollevando i lembi della gonna si accovacciano e… fanno pipì.

c’è il rischio che stia più comodo qui che non in un passeggino…

La periferia di Sucre ci accoglie con il consueto scenario di discariche e terra mossa, case ed edifici di mattoni non intonacati, e l’inquinamento irrespirabile non ci risparmierà nemmeno questa volta. Arriviamo in centro chiacchierando con un tassista sui mercatini della città che non vogliamo assolutamente perderci; per telefono troviamo una sistemazione all’hostal Bicentenario, che abbandoneremo presto per spostarci al più carino (e meno invaso da israeliani festaioli) San Francisco.

i colori del mercado anche di sera a Sucre

Sucre non è una destinazione estremamente turistica, ma ospita tantissimi stranieri, ad esempio un sacco di tedeschi ed olandesi, che ci vivono e ci aprono agenzie di viaggi ed escursioni, o bar e ristoranti. In queste cittadine coloniali il traffico è sempre una tara notevole, però in questi giorni di festività pasquali le strade strette e ripide del centro storico, con gli edifici bassi e bianchi e le chiesette e le plazas alberate, sono addirittura piacevoli e tranquille – sempre se non si càpita in mezzo alla processione del Venerdì Santo dove la folla sfila con tanto di cartelli e striscioni con messaggi di pace e amore per Gesù. Al mercado però ci ricordiamo di essere nel cuore della Bolivia osservando i bimbi che giocano a terra tra le mercanzie dei contadini, i mucchi di frutta colorata (tanta!) e i tagli secondari di carne appesi ai banchi di cemento piastrellati. La povertà è brutta dappertutto, già, e qui in mezzo non riusciamo a trovare rasserenante nessuno dei semplici comedores che servono chorrillanas, lomitos e pailitas, così ripieghiamo sui tavolini del Florín, pub-ristorante dove sembra di essere in un altro continente ma che ci traghetta con cenette messicane e caipiriñas in hora feliz direttamente a nanna, oppure al Jolie Bistrot per assaporare buoni piatti e qualche ora di fresco dopo la lunga passeggiata per il Parque Bolívar (dove c’è una strana specie di torre Eiffel in miniatura) e la vecchia stazione del treno.

chi è in cima alla torre?

La mattina della domenica di Pasqua ci incamminiamo di buon’ora decisi a raggiungere Tarabuco, oggi lì è giorno di mercato ed è proprio il caso di farcisi un giretto. Nella piazzetta di fronte alla chiesa di S. Francesco (quella con la statua di Cristo seduto con le gambe accavallate) c’è una folla di persone che bevono, fumano, masticano coca, confezionano bimbi in fasce tipo mummia per caricarseli in spalla; noi osserviamo tutto curiosi, non capiamo, chiediamo informazioni e tiriamo avanti verso l’incrocio da dove pare partano i minibus. Arrivare a Tarabuco a tarda mattinata pare ormai un’impresa complicatissima, ma quando stiamo quasi per rinunciare riusciamo ad organizzare un taxi in condivisione con due ragazzi francesi, e in un’ora di curve attraverso l’altopiano siamo nel mercado al culmine delle attività.

In mezzo al tripudio di colori, noi ci crogioliamo nei volti e negli abiti della gente, più che nella merce. Ci passano intorno signore con trecce e gonnelloni larghi che trasportano nei teli in spalla ogni genere di mercanzia (oltre ai bimbi), e uomini con la pelle scura coperti di ampi poncho a righe in calzature ricavate da vecchi pneumatici. E’ un viavai di molti artigiani e pochi turisti, sembra ancora un luogo dove i locali dai dintorni vengono apposta per vendere le proprie produzioni artigianali e agricole.

     

Per placare la fame ci sediamo nel piccolo cortile fiorito del Tikara Wasi e sarà il culmine dell’esperienza straordinaria di questa giornata: non sappiamo dire se per il trimate (infuso di camomilla, mate e coca), per il fantastico pappagallo di nome Cotì che ci saluta dall’albero centrale, per la buonissima sopa de maní, o per gli occhioni profondi di Sandra (la figlioletta dei padroni) che ci guarda curiosa.

S. e Cotì, nel cortile del Tikara Wasi

Per tornare a Sucre troviamo (anzi, ci trova) un micro (furgoncino attrezzato) in partenza coi sedili piccoli piccoli che per eufemismo definiremo quantomeno vecchiotti. Il mezzo secondo noi può trasportare al massimo una dozzina di persone… ma non esplode nemmeno quando ce ne entrano venti (più l’autista). Poco meno di due ore di polvere, e odore di foglie di coca macerate, e di stalla, stipati così a esplorare da vicino con lo sguardo e gli scambi di sorrisi i bellissimi volti scavati dal sole dei nostri copasseggeri, e rieccoci scaricati nei pressi del Reloj (il campanile con l’orologio) a Sucre.

è piena l’arca di Noè?

Siamo in tempo per il film “The Devil’s Miner” che viene proiettato al pub Amsterdam: è un racconto-documentario intorno ai lavoratori delle miniere di Potosí. Vale più di una discesa turistica nelle miniere per conoscere un po’ della realtà povera e drammatica della classe dei minatori boliviana – la storia verte intorno a Basilio, un ragazzino di 14 anni che lavora in miniera per aiutare la famiglia dopo la morte del padre, tra timorose offerte a El Tío (il diavolo signore del sottosuolo cui tutti i minatori si raccomandano) e la quotidianità così umile e faticosa. Inutile dire quanto ci commuoviamo e capiamo bene, anche senza poterne condividere in fondo la condizione, quello che intenda quando dichiara in una scena: “il mio sogno è sempre stato… visitare i luoghi che non conosco”.

l’immagine del Cerro Rico adesso ha come un sapore diverso

(Tutte le foto dove al solito: qui)

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Deserti di pietra e laghi di sale

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Al sole mattutino dell’altopiano, pulsa nel paesaggio spoglio e sconfinato il corazón de los Andes, il Siloli (4200 m), il deserto più alto del mondo – solo terra, e sassi, e vette dalle incredibili sfumature.

el arbol de piedra, desierto de Siloli

L’arbol de piedra e qualche altra singolare formazione rocciosa che riposano immobili e isolate nel nulla ai piedi delle cime imbiancate tutt’intorno sono le uniche cose che ricordano una parvenza di “vita” – ma gli occhi e lo spirito ancora godono di queste visioni straordinarie, delle 5 lagune stagionali accanto a cui passiamo in rapida successione, e della cumbre fumante del vulcano Ollagüe.

Non riusciremmo ad attraversare totalmente il territorio del lago di sale che ci attende più a nord, è troppo rischioso perché in parte ancora ricoperto d’acqua, quindi faremo una piccola deviazione per poi entrare nel Salar da est. Il tragitto è ugualmente spettacolare, e ci consente una tappa alla laguna Hedionda (dove i fenicotteri secondo Ceci sono i più mansueti e avvicinabili) ed una pausa picnic alla Laguna Negra, dove una singolare specie di anatre (detti patos negros perché evidentemente intonati all’habitat, proprio come i fenicotteri nella laguna rossa… strane corrispondenze in questa strana natura) se la ridono di gusto anziché starnazzare come uno si aspetterebbe.

alla scoperta della Laguna Negra

Stanotte Cecìlia era sveglia già alle 3 per preparare il manicaretto di oggi… il suo pollo a la mostaza (con contorno di patate delle più varie qualità) è una squisitezza, e ci è impossibile decidere se sia più rico il paisaje o la comida!

squisito! e 1

squisito! e 2

Si riparte poco dopo, la strada attraversa la Valle de Las Rocas con le rocce che hanno forme e facce incredibili, e poi ormai ci avviciniamo a territori meno remoti e cominciano ad apparire piccole coltivazioni di quinoa rosse e gialle – ma in questa zona così sperduta ci sono anche appezzamenti di coca e Santos non perde l’occasione per illustrarci le caratteristiche delle differenti varietà.

dal mirador sull’Ollagüe che sbuffa

La Ceci è distrutta, dorme sul sedile posteriore avvolta nel suo scialle di lana con la testa reclinata su un lato, gli occhietti piccoli e la bombetta a tre quarti, con le guanciotte gonfie di foglie di coca – finché BAM! una gomma dell’auto scoppia all’improvviso. Siamo costretti al pit-stop in mezzo all’altopiano e lontani da tutto, Ceci ha preso un grande spavento e scesa dalla macchina la vediamo sollevare un po’ e allargare i lembi della gonna larga e piegare le ginocchia a mo’ di riverenza e poi accovacciarsi a bordo della carreggiata battuta… nessun inchino, fa la pipì, qua si usa così.

sosta forzata! Ma non c’è da temere

Santos è sicuramente meno preoccupato di noi per il fatto che la ruota di scorta, come avevamo notato insieme stamattina prima di partire, sia inutilizzabile. Sa che per di qui passeranno prima o poi gli altri fuoristrada dei tour organizzati e di sicuro qualcuno avrà una ruota da prestarci… evabe’, non ci resta che imitare la nostra pacifica e tranquilla cocinera e sederci ad attendere sul ciglio della strada godendoci il silenzio, il sole e lo spazio senza limiti per lo sguardo.

in attesa dei soccorsi

Effettivamente non passa troppo tempo ché il ricambio in prestito è recuperato e Santos in quattro e quattr’otto ha risistemato il mezzo… aygipuna! In un attimo siamo a San Cristobal, la miniera a cielo aperto più grande del paese (tonnellate di piombo, argento e altri metalli e minerali che ogni giorno fanno una buona percentuale della produzione economica boliviana), per una tappa rapida nel paesino omonimo dai tetti di lamiera e con una graziosa chiesetta con muri di pietra e tetto di paglia.

una simpatica chiesetta a San Cristobal

Poco prima di Uyuni c’è il Cementerio de Trenes, un surreale e malinconico parco-giochi di mucchi di ferraglia lasciata ad arrugginire – dove con un po’ di fantasia ancora si possono sentire gli scheletri delle locomotive che urlano e sbuffano vapore come quando tempo fa scoppiettavano veloci attraverso queste montagne;

ciuf ciuf!

ma il senso di desolazione che ci ispira è solo un preludio alla periferia della città, in pratica una discarica polverosa di spazzatura sparsa ovunque per la steppa piana battuta dal vento, in cui mandrie di maiali vengono portati al pascolo come ovini (con tanto di cani pastore). Noi ci dirigiamo subito verso un’officina dove riparare il pneumatico: la squadra di gommisti è composta da una donna con due bambini con le manine sporche di grasso e polvere e in tuta da lavoro, il più piccolo non avrà più di 6 anni ed è un po’ triste pensare che non è proprio per gioco che fanno rotolare la nostra pesante ruota verso il bancone. La loro naturalezza è il nostro sbigottimento… dalle nostre parti sarebbero alle prese con Playstation e cellulari.

polvere, luna e… gomme a Uyuni

Gli ultimi 20 km di sterrato e la consueta disorganizzazione ci separano da Colchani, dove Santos un posto per dormire riesce comunque a trovarlo – è una camerata in un edificio basso, tra monticoli di sale e una fornace per la seccatura, senza acqua corrente né (ovviamente) riscaldamento, però ora abbiamo altro da pensare: il sole sta per battere la ritirata e un’ultima breve corsa di 5 km in fuoristrada verso il margine del Salar è indispensabile se vogliamo assistere al sipario che cala sull’inusitato mondo che costituisce il pezzo forte conclusivo del tour. E le aspettative non sono mal riposte. L’anticamera della notte da queste parti è un primordiale intreccio di colori e sensazioni, giochi di luci e ombre riflessi magici in uno spazio condiviso tra terra e cielo e poi inghiottito dalla notte assoluta. Le immagini non possono dare che una vaga idea di quanto sia stupendo lo spettacolo del tramonto sull’orizzonte confuso e specchiato… da cui riusciamo ad allontanarci solo perché sappiamo che domani lo rivisiteremo alla luce del giorno.

spettacolare atardecer ai margini del Salar

La sveglia è alle 4.30, tanto per non perdere il ritmo, ma ehi non possiamo perderci l’alba! Passaggio-lampo nel bagno dalle precarie condizioni igieniche (e privacy inesistente) e si va: la jeep veloce taglia in due l’immensa distesa candida a chiazze esagonali, dell’antico mare d’altitudine è rimasto solo un nulla piatto e bianco per decine di chilometri, che forma il paesaggio più surreale che abbiamo mai visto.

alba nel Salar

Per fortuna la visibilità è buona, i monti e vulcani in lontananza permettono a Santos di orientarsi, così possiamo addentrarci a piacimento (senza che nulla cambi nel paesaggio in realtà!) e fermarci quando vogliamo per fare foto buffe sul suolo di sale, nel silenzio ovattato e sotto il cielo cristallino.

La colazione è un picnic al freddo pungente nel mezzo del Salar, ci sono bevande calde e un ottimo ciambellone che Ceci ha preparato durante la notte. La nostra non ha fatto altro durante questi tre giorni, nelle condizioni in cui si era ha compiuto miracoli senza farci mancare nulla – e si vede oggi quanto sia stanca, sta gelando e avvolta nel suo scialle marrone, con la bombetta schiacciata sulla testa reclinata su un lato e il mento attaccato al collo sonnecchia come una bambolina seduta sul sedile posteriore della jeep – si merita proprio di condividere il pasto con noi ed è contenta di accettare l’offerta di Su. A Ceci piace ballare, ma nonostante la promessa di scambiarci reciproche lezioni sulle danze tipiche (pizzica salentina contro cumbia boliviana… si promettevano scintille!), alla fine eravamo sempre tutti troppo stanchi alla sera per farcela; nemmeno siamo riusciti a risolvere i tanti dubbi sorti sugli strani fenomeni naturali che abbiamo osservato, tipo gli ojos de sal nel mezzo del deserto di sale, ma pare sia comune che anche la gente del posto e le guide turistiche non abbiano una conoscenza scientifica approfondita del proprio patrimonio (e a noi persino piace che lo sfruttamento turistico di questi luoghi fantastici sia solo all’inizio). In compenso, abbiamo imparato la storia dei molti incidenti occorsi negli anni nel Salar (autisti ubriachi e imprudenze assurde che hanno causato diversi morti qui a Uyuni) e possiamo curiosiare un po’ nei mercatini diartesanìas di Colchani prima di pranzare con un amico di Santos, guida anch’egli ma con qualche dente in meno, che ci dà qualche raccomandazione utile per le nostre prossime tappe boliviane.

Ri-attraversiamo la steppa ripiena di plastiche verso Uyuni, dove recuperata la nostra ruota dalla famigliola gommista e fatto il pieno a un distributore che avrebbe dovuto essere chiuso è ora di salutare la nostra cocinera. La lasciamo nel centro polveroso e desolato della cittadina, lei ha un passaggio di ritorno verso Tupiza mentre noi proseguiremo con Santos fino a Potosì. Ciao Cecilia: senza di te, i paesaggi e le bellezze che abbiamo vissuto in questi giorni (con una densità e intensità senza pari finora nel corso dell’intero nostro viaggio) non sarebbero affatto stati la stessa cosa.

e non è che tirasse fuori dal nulla solo manicaretti! Hasta luego Ceci

(Per ingrandire le foto basta cliccarci su. Ma ce n’è un altro mucchio! Qui)

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Vulcani, geyser, deserti e lagune – ma che pianeta è?

Il nulla oltre i 5000

Il nulla oltre i 5000

Alle 5 di mattina è già ora di alzarsi, ma tanto S. non ha dormito per il mal di stomaco e Georgina per la tachicardia – per fortuna di là c’è G. o meglio un cucciolo di cinghiale che sta azzannando voracemente la colazione, in fretta perché Santos svegliatosi nottetempo ha quasi finito di arreglar la jeep e senza troppe cerimonie ci dà 5 minuti per prepararci. La partenza è un po’ caotica e frettolosa ma i nostri zaini sono belli e sistemati sul tettuccio e salutiamo il villaggio sotto il Lipez che alle prime luci dell’alba è una perfetta piramide triangolare di 5900 metri, con la vetta innevata e una faccia accesa di rosso dal sole nascente.

Il pueblo fantasma sotto il Lipez che si sveglia

Tutto il panorama intorno è poesia. Ai piedi dell’imponente biscottone dorme il pueblo fantasma, un antico paesino incaico abbandonato circa 400 anni fa dopo l’arrivo degli spagnoli che hanno sterminato e schiavizzato le popolazioni per sfruttare le ingenti risorse minerarie della zona; pare che le casupole in pietra siano colpite da una maledizione a causa della quale, racconta la leggenda, sono falliti i successivi tentativi di popolamento.

Oggi Cecília è seduta dietro, al pincipio dorme (alcuni suggeriscono che abbia passato la notte al boliche di San Antonio… eheh) ma ormai qualche barriera di timidezza è superata e arriva a raccontarci del suo passato, di quando da giovane era jinete e le piaceva molto andare a cavallo fino a quando un bel giorno il destriero l’ha scaraventata giù – e ce lo racconta ridendo con tonda simpatia.

be’ non è proprio un’autostrada…

Lentamente il fuoristrada percorre il difficile tracciato attraverso l’altopiano desolato e si susseguono villaggi di pietra di alta montagna, infiniti ruscelli da guadare, tonnellate di sassi, e tantissima polvere. Ma ci sono anche gli specchi d’acqua delle lagune dove, a quasi 5000 m d’altezza, i fenicotteri rosa sguazzano all’ombra degli altissimi vulcani imbiancati – stavano proprio lì ad aspettare gli eccessi di entusiasmo di S. che si avvicina troppo, solo per abbracciarli… e loro fuggono terrorizzati in nuvole rosa schiamazzanti.

un passaggio facile come tanti altri

Nel posto chiamato Sol de Mañana entriamo ufficialmente nella Reserva Nacional Avaroa e proseguiamo fino al Salar de Chalviri dove sfidando l’impietoso clima andino e le sferzate di vento gelido ci facciamo coraggio e ci tuffiamo nella pozza termale che ribolle di acqua calda e turisti per un caldo e naturale bagnetto rigenerante di fronte alla laguna. In una manciata di minuti siamo a pranzo nella casupola annessa alle terme, dove Ceci ci serve il pranzo: nella prassi di questi tour organizzati, la cocinera e il chofer (l’autista) non siedono al tavolo con i viaggiatori ma noi siamo troppo curiosi di far chiacchiere con loro e ansiosi di tentare di infrangere le barriere… i boliviani sono in generale schivi, riservati e diffidenti, eludono gli sguardi ma… con un paio di complimenti sulla cucina effettivamente sbalorditiva (come faccia la magica signorina a scodellare tali succulenti manicaretti in queste condizioni povere e impossibili resta un mistero) riusciamo a convincere lei e Santos ad essere dei nostri intorno allo striminzito tavolino. Ora se la ridono di gusto e si lasciano andare alla condivisione e, una volta a loro agio, ci insegnano persino qualche parolina in quechua in cambio di microlezioni di inglese, strappate simpaticamente a S. dopo la ufficiale nomina a profesora della compagnia.

l'allegra combriccola al Sol de Mañana

l’allegra combriccola al Sol de Mañana

Ma ecco Santos: “Ajgipuna… ajgipuna!“, è ora di ripartire, e attraversare il suggestivo “Deserto di Dalì” con le sculture naturali in pietra che effettivamente ricordano i paesaggi dei suoi quadri, fino alla Laguna Blanca e alla Laguna Verde ai piedi del vulcano Licancabur (6000 metri che segnano il confine col Cile), che si dice abbia questo colore da quando gli spagnoli inseguiti dall’esercito incaico vi gettarono il carico di rame rubato.

Licancabur, Laguna Verde y apachetas

Le imponenti vette che orlano il surreale paesaggio desertico ci fanno sentire come su Marte (la mancanza di ossigeno aiuta l’immaginazione) ma non è mica finita qui: incredibilmente si continua a salire, e nel punto più alto ci ritroviamo a camminare nientemeno che tra gli sbuffi dei geyser!

peccato non avere una tutina spaziale

Sbigottiti noi cerchiamo di capire se il contesto sia più lunare o infernale (o se davvero c’è qualcuno che ci sta facendo qualche scherzo: d’altronde oggi è 1 aprile…),Quique è eccitatissimo e continua a seppellire il povero Santos di domande, con quest’aria rarefatta persino la nostra guida a un certo punto perde la parola e non possiamo che arrenderci totalmente all’ultima meraviglia della giornata, la Laguna Colorada con l’acqua che pare – anzi no, proprio è! – rossa rossa intonandosi con i flamencos che la popolano e che noi stiamo a rimirare al tramonto.

la Laguna Colorada. Cioè rossa. Rossa?

Arriva la sera e l’ora di tirare i remi in barca, e noi la “barca” la ormeggiamo in un villaggetto in mezzo al deserto a 4200 metri dove un hostal di adobe è appena sufficiente ad alloggiare come può i gruppetti di viaggiatori. E’ solo un corridoio-comedor con una serie di stanzoni in cui sono allineati dei letti in mattoni; ovviamente il riscaldamento è un ricordo lontano, ma c’è un generatore e qualche lampadina e poi questa volta per accedere al bagno non bisogna uscire (anche se il cielo così straordinariamente stellato merita eccome una passeggiata notturna all’aperto).

giocando coi fenicotteri

Cecìlia ci sbrina per benino con un invitantissimo vassoione di wurstel e patate sormontato da uova fritte che G., con gli occhi lucidi per la gioia, è costretto a trangugiare tutto da solo causa apunamiento del resto della ciurma, mentre la Ceci se la ride e il buon Santos ci rincuora: domani sveglia all’umano orario delle 7.30.

si dorme qui stanotte!

si dorme qui stanotte!

(Tante altre foto! Qui)

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Verso il magico sud-ovest boliviano

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Signori, il paesaggio.

Emozionati e curiosi per il tour avventuroso che ci attende, noi ci riusciamo pure a uscire quasi puntuali dal “Mitru Anexo” (anche se saltando a malincuore il sostanzioso ovetto strapazzato della colazione) ma ahinoi non possiamo dire lo stesso dei nostri anfitrioni dell’agenzia organizzatrice. Santos, titolare o dueño dell’agenzia nonché autista e guida, arriva in fuoristrada trafelatissimo dopo un quarto d’ora con Aìda, sua moglie, ma sparisce subito dice “per andare a mettere qualche firma”; solo dopo le 8.30 noi due, Quique e Georgina carichiamo bagagli e armamenti sul mezzo (sul tetto prendono posto i nostri zainoni, una buona scorta di benzina, un fornello da campo e una bombola di gas per la cucina, attrezzi per riparare l’auto in caso di necessità, ed altre cianfrusaglie che potrebbero tornare utili in caso di necessità quando saremo sperduti e lontani dalla “civiltà”)

il mezzo è pronto! andiamo?

ed ecco che si parte… ma solo per continuare a girare per una mezz’oretta intorno alla plaza, con Santos che parla freneticamente al telefono. Da quel poco che riusciamo a capire (ché qui in Bolivia il castillano è pronunciato gutturale e chiuso, con le s strascicate come in Brasile… e mischiato col quechua), pare che la cocinera che avrebbe dovuto far parte dell’equipaggio non sia più disponibile e si stia cercando una soluzione alternativa last minute; ma niente paura, basta confidare nei ritmi sudamericani, Santos risoluto procede fino a un mercado de frutas, abbassa il finestrino, fa un fischio ed ecco avvicinarsi una donna col volto scurito dal sole e dal vento, la bombetta di feltro marrone con tanto di cordicella e ponpon che le dondola a lato del viso, l’ampia gonna e i lunghi capelli corvini che scendono sulle spalle nelle due treccione con tanto di nastrini d’ordinanza, l’andatura un po’ traballante nei sandali sulle gambe sottili. Tutto il suo bagaglio è un borsone di tela che pare pesante e che noi immaginiamo carico di leccornie e strumenti per la preparazione dei pasti per la ciurma per i prossimi giorni (ma… è tutto lì? okay, faremo la fame…). Cecília, si chiama così la sorridente signorina, sarà la nostra cocinera ufficiale nel viaggio verso il sur-oeste.

el Sillar, poco fuori Tupiza

E così si parte davvero: stipati in sei sul quattro per quattro, dallo stereo a palla gli svariati ritmi della musica andina (be’ svariati… almeno all’inizio – giusto il tempo di familiarizzare con le note e i testi, e presto i brani, tra cui la famigerata amatissima e da noi temutissima lambada cantata in lingua quechua, si ripeteranno sempre uguali per 4 giorni), la testolina di Ceci che si agita festosa, l’abitacolo pervaso dal forte odore della coca che lei e Santos ruminano incessantemente pescando le foglie da un sacchetto come fossero caramelle, le chiacchiere in quechua tra di loro, e il paesaggio che immediatamente fuori da Tupiza comincia a regalarci meraviglie.

cieli immensi e vigogne al pascolo

Saliamo in quota attraverso una serie di pericolosi tornanti acciottolati e sterrati e ci fermiamo ad ammirare la profonda e silenziosa valle del Sillar,un crinale incastonato tra le vette e immerso nel silenzio. Con la bocca piena di foglie, Santos racconta di quando percorreva la stessa strada da piccolo, in carovane di lama, a piedi, in bicicletta, in moto o in vecchi camion scassati per trasportare carichi di sale dal Salar fino a Tarija. Intanto, l’altitudine inizia a farsi sentire e l’aroma asfissiante delle foglie di coca masticate dai due a mo’ di arbre magique boliviano non aiuta certo quando si ha lo stomaco in subbuglio per l’apunamiento (mal d’altura). Intanto i lama e gli alpaca addobbati coi ponpon coloratissimi non sembrano turbati dalle guglie e dagli altopiani, nel gelo loro ci sguazzano e noi decidiamo di fermarci poco più in là dove due asinelli selvaggi (burros peludos)pascolano solitarifra le apachetas, i montarozzi di pietre lasciati dai viaggiatori. Nel pieno dell’altopiano immenso e desolato è l’ora di gustare, con buona pace di stomaco chiuso e mal di testa, il nostro pranzo: straniti dal nulla tutt’intorno, curiosissimi osserviamo Ceci che sicura del fatto suo infila il testone nel portabagagli e traffica come un prestigiatore per tirare fuori chissà come la comida de la puna: charquis (sfilacci di carne secca) di lama con mais, humita,patata e uovo bolliti, tamales (pasticci di carne e mais avvolti in foglie di vite). Ne sa!

la comida de la puna

Il gelo pizzica le narici e l’aria è finissima e pura e i paesaggi nitidi e straordinari, quebradas nel mezzo del nulla, cime innevate ai cui piedi scorrazzano i puma, deserti e isolati villaggi di adobe a 5000 m. Vicino Polulos, il villaggetto dov’è nato Santos, carichiamo in auto Eulògio, suo papà, che è un simpatico vecchietto con un odore pungente di coca addosso e ci sorride coi radi sassolini neri che gli ballonzolano in bocca (quel che resta dei suoi denti) mentre il viso scavato dal sole e dalle condizioni climatiche impossibili del posto gli si illumina: sarà per i tamales rimasti dal nostro pranzo che gli sono stati promessi…

Santos e Ceci ci introducono alla Città Incantata

Il fuoristrada attraversa ballonzolando pascoli e fiumiciattoli, mentre Santos ci spiega che tutto ciò che vediamo è di proprietà della sua famiglia da sempre: persino La Ciudad de Encanto, questo fantastico complesso di stranissime formazioni rocciose che formano altissime statue, colonne e guglie naturali, che a noi un po’ ci ricordano la Cappadocia attraversata in mongolfiera l’estate scorsa. Anche questo è un luogo fuori dal tempo e soprattutto fuori da questo pianeta… è facile lasciarsi suggestionare e vedere davvero nel paesaggio processioni di monache, zampe diaboliche, angeli e porte infernali. Eulògio, che ci porta a spasso tra le guglie, incurante della sua età avanzata con la bocca piena di foglie di coca si arrampica come un ragnetto sulle strampalate stalagmiti di pietra lavica scavata dal tempo mentre noi passeggiando notiamo l’infinita varietà di sassi coloratissimi e ricchi di minerali.

Per terra c’è anche un cadavere di un enorme condor, mentre allo stesso tempo si leva in volo un altro esemplare vicinissimo a noi ed è la prima volta che possiamo osservare il suo volo affascinante e avvolgente così da vicino. A 4ooo metri d’altezza ci si muove arrancando anche in pianura, S. ha mal di pancia, di testa e voglia di vomitare, anche Georgina e Enrique stanno poco bene, mentre G. con la faccia da punto interrogativo nonostante il fiatone salterella come una capretta tra le rocce lunari.

i padroni di tutto!

Salutiamo Eulògio (e i tamales) ringraziandolo per l’ospitalità nel campo vicino alla sua casa in mezzo a lama, vigogne e struzzi, e proseguiamo il nostro percorso attraverso il paesaggio brullo e deserto sotto un cielo che all’improvviso si colora di grigiogiallo ocra preannunciando il peggio. La natura s’incupisce, piovono terra acqua e pietre, ma Santos ci spiega che si tratta di una tormenta passeggera mentre la jeep, le trecce e la bombetta di Cecilia saltellano e sussultano su per i tornanti e l’altipiano. Le montagne si alternano ai paesaggi desertici, il panorama è una scoperta a ogni curva e noi stiamo ad occhi sbarrati.

la tempesta è passata

Ci stiamo avvicinando al rifugio dove passeremo la notte mentre il Lipez innevato (5900 e rotti metri) simile a un pandoro con tanto di zucchero a velo veglia solenne sul nostro cammino. Il fuoristrada si inerpica per il viottolo sterrato di un villaggio di qualche casetta di adobe: siamo a San Antonio de Lipez e stanotte dormiremo qui, al freddo glaciale di uno stanzone molto spartano che condividiamo con un gruppo di altri 4 ragazzi (australiani e tedeschi) in tour con un’altra agenzia. I bagni sono rigorosamente all’aperto, non c’è acqua corrente ma solo un’enorme tinozza da usare per la toeletta e per il wc; non c’è corrente elettrica, ma stelle ciccione a valanghe e la Luna illuminano a giorno il cielo che ci guarda con i lucciconi e sembra faccia fatica a tenerle attaccate lassù. Il silenzio è totale (e il freddo pure).

meglio provvedere alla manutenzione meccanica finché c’è ancora un po’ di luce…

La nostra Ceci ci delizia con un’ottima merenda a base di bevande calde che preannuncia la cena, preparata in tempo record dalla super cocinera chissà come a suo perfetto agio in queste condizioni precarie e con gli utensili di fortuna. S. va a curiosare in cucina e aiuta a intavolare il bendidio: sopa de verduras, arroz, ensalada con puré y carne molida con verduras y especias. Il vino che ci siamo portati dietro si rivela un’ottima mossa per celebrare le insolite altilatitudini mentre alcuni bimbi del posto, bellissimi e puri come le vette e le stelle là fuori, entrano timidamente nella casupola e si alternano nella recita di poesie improvvisando anche un concertino di musica tradizionale e concedendo agli astanti persino un assolo di flauto di Pan e charango. S. sta malissimo per febbre, mal di testa lacerante e apunamiento e anche Georgina ed Henrique se la passano maluccio, si respira un po’ a fatica mentre l’unico di noi che non sembra particolarmente turbato dalle altezze rimpinza il pancino a sbafo – indovinerete di chi si tratta.

merenda-time

Nonostante le insistenze di S. la timida e riservata Ceci non cena con noi (“he comido en la cocina ya“), parca di parole articola dei suoni che muoiono in gola o vengono sputati fuori alla velocità della luce, ma poi capiamo che è solo un po’ in imbarazzo e (complici le difficoltà linguistiche) per nulla abituata ad uscire dal suo ruolo per interagire con i turisti; invece el guia accoglie di buon grado il nostro invito e dopo una lunga charla il socievole Santos, trentacinquenne maestro di scuola fino a tre settimane prima dell’apertura della sua agenzia (e cioè fino a tre settimane fa) arriva a chiederci consigli su come condurre la sua nuova attività turistica con la quale pare stia riuscendo a dare lavoro a tutta la famiglia. Poi tutti a nanna, ché domani è un altro duro giorno di viaggio: solo qualche latrato di cane lontano rompe l’assoluto silenzio, fa freddissimo, l’acqua calda non esiste, la privacy è un miraggio e i letti (semplici e intagliati a mano) sono troppo corti per i più alti di noi, durante la notte per andare in bagno fuori all’aria aperta ci si deve mettere il cappotto… ma ci piace eccome.

(Tante foto, i paesaggi meritano. Qui)

 

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Passaggio in Bolivia

In questo mattino di fine marzo ci viene un po’ (psicologicamente) faticoso ri-attrezzare armi e bagagli e riprendere la strada lasciandoci alle spalle l’aria tranquilla e familiare di Humahuaca. Abbiamo rinunciato a malincuore a un’ultima tappa argentina a Yavi, posticino vicino al confine pare ancora meno globalizzato di Iruya, ma siamo ben soddisfatti già così di questa parte verace delle Ande e puntiamo dritti verso la Bolivia con lo spirito decisamente emozionato.

Percorriamo in autobus verso nord queste ultime ore di altiplano argentino di steppa e roccia multicolore: ai finestrini scorrono le montagne striate colorate frastagliate che delimitano la quebrada, rotte scavate contorte da acqua vento sole e tettonica, e dietro le infinite palizzate di fil di ferro solo i lama popolano l’immenso niente di sassi ed erba rada ch’è dappertutto. In cima, a destinazione nella caotica terminal della cittadina di frontiera di La Quiaca (che volete che siano 3500 m d’altitudine), cerchiamo di orientarci nel mezzo dell’alveare di operose donne indigene, apironzanti e colorate colle loro sacche di prodotti da vendere, e un taxi che si materializza nella polvere ci porta al volo fino al confine vero e proprio. La lunga coda agli uffici per i visti sul passaporto si rivela ingannevole, le formalità sono minime e molto più veloci di quanto ci aspettassimo – in poche decine di minuti siamo liberi e registrati, e volgendo uno sguardo e un pensiero indietro ai 5000 km d’Argentina che abbiamo attraversato da Ushuaia fin qui lasciamo infine questo bellissimo paese attraversando a piedi il ponte che lo collega alla cittadina boliviana di Villazón.

Adios Argentina! Bienvenidos a Bolivia!

Ci vuole qualche cuadra di cammino, nel fitto di negozi e bancarelle che prosperano sulle differenze di valore tra le valute, ma riusciamo in breve a cambiare i nostri pesos in bolivianos e a imparare subito qualcosa sull’affidabilità delle notizie ufficiali in Bolivia. Secondo il sito web delle ferrovie nazionali che abbiamo consultato stamattina, a causa delle piogge è fuori uso il tratto di binari da Villazón a Atocha, e infatti siamo orientati a cercare un’alternativa di viaggio su strada: ma sarà meglio un bus di linea, o uno di questi taxi collettivi che ci chiamano a gran voce?… e invece no: chiedendo un po’ in giro scopriamo che non è vero niente, anzi la maggior parte delle persone sono persino stupite di sapere che esiste un sito web delle ferrovie, evidentemente non c’è da credere a quel che dicono le fonti autorevoli: meglio fare affidamento sulla viva voce del popolo. E quindi eccoci alla stazione del treno: biglietto clase popular per Tupiza, 3 ore di viaggio per l’equivalente di 1euro e 50. La stazione è un viavai di pittoreschi personaggi, singolari viaggiatori e locali negli abiti tipici… donnine dalle lunghissime trecce e cappellino nero d’ordinanza, gonnelloni larghi e colorati e classico fagotto sulle spalle. Ritroviamo il gioviale amico José e tutta la banda, sempre più nutrita, e dopo aver consegnato gli zainoni (superando a stento lo scetticismo) agli sbrigativi addetti del vagone-bagagli saliamo a bordo della lettorina agganciata proprio davanti a quella che ospita il generatore elettrico (ovviamente “visitabile”).

Far west!!! Polvere a secchiate, cactus e erba rada e scarsa nel secco altopiano, canyon precari di arenaria: a noi sembra di essere su una di quelle diligenze che scarrozzano sui massi nel deserto, il trenino serpeggia attraverso valli che si aprono su scorci incredibili e sterminati, sembra un paesaggio di carta ed è straordinario anche il cielo, immenso, di nuvole multiformi e multicolori dall’azzurro al grigio.

Nel grande scompartimento facciamo subito amicizia con i locali e gli altri viaggiatori dagli occhi incuriositi e avidi di posti e di incontri (probabilmente come i nostri) tra cui Javi e Egle, artesanos mochileros dall’allegria contagiosa che vengono da Córdoba e vanno verso il Perù dove percorreranno il Camino del Inca fino a Machu Pichu a fine aprile. Il paesaggio si arricchisce di un po’ di verde, boschi di salici e campi coltivati, e finalmente fischiando e sbuffando il trenino giunge a destinazione nella piccola stazione di Tupiza, nostra prima tappa in terra boliviana.

Arrivare in un posto nuovo in treno dà sempre un sapore particolare alle prime impressioni. Noi ci sentiamo pacifici e vivaci come le strade un po’ dissestate per cui ci troviamo a camminare alla ricerca di un hostal. Curiosi tentiamo di assorbire il più possibile dei nuovi profumi, colori e forme (e di farci velocemente l’orecchio al nuovo accento) e dopo aver salutato il nugolo di amici con cui abbiamo condiviso momenti e racconti finiamo in una stanzina al Mitru Anexo.

E non ci tiriamo indietro davanti alla prima esperienza 100% boliviana che sarà questa sera… siore e siori… damas y caballeros… nientepopodimeno che il taglio di capelli!!! Ci sono due peluquerias dirimpettaie ancora aperte…

Lei

Maestra d’opera: doña Lucila. Tempo: 1h e mezza. Prezzo: 105 bolivianos (ca. 12 €) per frangetta + asciugatura + colore. Sedile d’opera: da auto, adattato. Arredamento della bottega: semplice e malconcio, qua e là prodotti accatastati a casaccio, panni sdruciti e pareti scrostate. Argomenti di discussione: il nostro viaggio.

Lui

Maestro d’opera: il giovane e affabile Elvis. Tempo: 1 ora. Prezzo: 10 bolivianos (poco più di 1 €) per quello che sembra uno dei migliori tagli mai avuti. Sedile d’opera: di legno. Arredamento della bottega: bianco e minimal, con paginoni di vecchie riviste di moda alle pareti. Argomenti di discussione: politica e economia boliviana (ma con frequentissimi cenni di apprezzamento per le procaci forme delle ballerine brasiliane in primo piano nei video musicali in heavy-rotation al piccolo televisore sul banco).

Insomma ci ritroviamo all’uscita tutti belli sbucciati e contenti e così rimessi a nuovo si va a cena chez Alamos: un pique macho (la versione locale della chorrillana cilena), un’insalata e una birrozza per festeggiare il nostro piacevolissimo approccio alla nuova terra.

cabildo, catedral y palmas: plaza, Tupiza

Al mattino dopo, Su è sveglia all’alba per la videochiamata dalla Norvegia che a causa di avventati calcoli sui fusi orari è attesa per le 6.30. Il colloquio avviene nell’unico posto wi-fi-friendly del Mitru, che è lo sgabuzzino del guarda-equipaje: in piedi e pc in mano, ora in questa ora in quell’altra direzione, per intercettare l’altalenante segnale migliore, ed evitare di inquadrare il mega-rotolo di carta igienica o altri oggetti che ben poco si confanno allo sfondo di una video-conversazione di lavoro che si rispetti. Uscita dalla cabina-gabinetto, finalmente ci si può concedere la meritata colazione abbondante, e poi via all’appuntamento con Javi, Egle, Gustavo e Noelia che hanno deciso di partire per Potosì in colectivo alle 13. Facciamo spallucce al problemino dell’incertezza sugli orari di funzionamento dell’unico cajero automatico (riapre alle 13… be’ no, alle 14… be’ no, forse, insomma por la tarde) e, immesso nelle vene un bel po’ di mate bevuto (anzi no: vissuto) con gli amici nella plaza, ci dedichiamo al nostro obiettivo di organizzare i prossimi giorni.

con cooordobeeeses en la plaza! W el mate!

La nostra idea è di arrivare a Uyuni attraversando le desolate e selvagge lande del sud-ovest del paese (è un itinerario stra-consigliato), ma non è facile trovare un’agenzia con due posti liberi in partenza già domani ad un prezzo adeguato… così continuiamo a gironzolare per la città, e ovviamente finiamo in mezzo ai mercatini della frutta, tra gli scarni mucchi di prodotti sparsi sui teli stesi sul cemento e i colori delle signore, delle vecchine e dei bimbi tra i vestiti e i dolcetti e le plastiche.

sempre tanto curiosi, al mercado

Alla fine, fuori dall’agenzia Ciudad de Encanto ci fermiamo un po’ a parlare con una coppia di ragazzi di passaggio, anch’essi alla ricerca di una soluzione d’itinerario, e consigliamo loro di entrare ché a noi i tipi son piaciuti… e pare che siamo convincenti, perché poco dopo ci arriva lo squillo di conferma: equipaggio al completo, il tour si fa!

dal mirador su Tupiza contro la valle rossa

Bene, non resta che dare un ultimo sguardo alla città al tramonto, dalla cima del mirador con la via crucis e vista sulla valle rossastra che circonda Tupiza. Quando scendiamo ormai è buio e in plaza incontriamo Willie e Maria, vagabondi artesanos: lui è argentino di Córdoba, viaggia da più di 4 anni ed è fuori dal suo paese da più di 2; si sono conosciuti in Colombia ed ora, vivendo come riescono, stanno pian pianino tornando verso Buenos Aires dalla famiglia di lei. “O arte, o desastre”, è il motto che enunciano davanti alla loro tavoletta di braccialetti e pendenti, e facendo i conti con il nostro classico senso di ineluttabile estraneità borghese possiamo solo accettare il sorso di dolce liquore al miele che i due ci offrono da una bottiglietta di plastica, prima di lasciarli sereni al freddo della plaza ormai quasi deserta con la loro semplice cena a base di pane e nulla più.

uno scorcio della sera nella plaza di Tupiza

Noi invece decidiamo di provare subito l’abilità dei pizzaioli boliviani: ed è una gran fortuna, non solo per la pizza a metà (che non è niente affatto male) ma anche perché a un certo punto, mentre siamo seduti, vediamo entrare nel locale la coppia con cui domattina partiamo per il tour. Un sorriso, un gesto, e siamo tutti intorno ad un unico tavolo: conosciamo così Enrique e Georgina, argentini di La Plata, con cui siamo subito in empatia – ma non è solo per il vino – e tra le chiacchiere allegre iniziano a prendere forma le immagini e le fantasie di tutti sul magico Salar che ci attende

(altre foto come al solito sul nostro flickr)

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Un tuffo nel passato: l’Argentina indigena della Quebrada de Humahuaca

Il Cerro de Siete Colores a Purmamarca

Mah, tutto sommato si dorme bene nella stanzetta azzurra… un po’ umiduccia per la verità… ma tanto alle 7.30 DRIIINNN suona dispettoso il campanello dell’hostal El Andaluz a ricordarci che è ora di partire e Edgar, la nostra guida con la faccia indigena e simpatica, ci scorta risoluto nel vortice delle attività che ci attendono questa mattina infilandoci sollecito nel combi sgasato impazientemente da Walter, l’autista che pigia il polpettoso piedone sull’acceleratore. “Beati i primi…” che dormiranno meno, ma in compenso piglieranno pesci, per la precisione altri 15 pesci-passeggeri come noi tuffatisi nel combi-acquario a sguazzare fra risate e chiacchiere serene. Sensazioni ovattate ci cullano mentre sonnecchiamo fra gli stimoli provenienti dal mondo esterno che ci giungono attutiti mentre passiamo sotto i caratteristici balconi di Salta (in ferro e adobe) e le farolas… quando la voce della guida inizia a tamburellare con ritmo frenetico – ehi ma che succede? sì sì ok siamo svegli ma un attimo... “…dentro de unos minutos estaremos pasando por la plaza de Jujuy donde ustedes podran apreciar las esculturas de Lola Mora, nacida en el Tala, Obispado del Tucumán, hoy departamento de la Candelaria provincia de Salta… Hoy en día en San Salvador de Jujuy hay 6 esculturas en marmol de Carrara realizadas por Lola Mora que originariamente se encontraban en el Palacio del Congreso de la Nación en Buenos Aires y fueron removidas bajo el pretexto de que mostraban cuerpos semidesnudos … pero en realidad la verdadera razón…”– No eh? proprio non ce la fai ad aspettare un altro po’, e vabe’. Il combi si aggomitola attorno alla plaza di Jujuy per ben due volte – certo che potevano farci scendere almeno 15 minuti anziché infierire sulla già pessima situazione del traffico del centro città – e poi via! si immette sullo stradone verso nord che sale dolcemente attraverso la quebrada di Humahuaca, una delle zone più suggestive dell’Argentina.

Anche le signore hanno tanti colori come il Cerro

La prima sosta è nel sonnecchioso paesino di Purmamarca, all’ombra del famoso Cerro de Siete Colores, dove ci incuriosiscono subito l’abbigliamento delle signore che si avvicinano all’autobus nei loro vestiti colorati, ampie gonne dalle tonalità sgargianti e cappellini e trecce a incorniciare i volti raggrinziti e ogni ruga è una riga di storia che racconta di questo mondo lontano – le trecce scendono morbide e corvine lungo le spalle e si confondono con le giuggiole colorate che sfavillano nei cestini… e poi la chiesetta con soffitto ed accessori in legno di cardón, l’albero di algarrobo vecchio di 700 anni, e il mercato di artesanías in mezzo al quale riusciamo a curiosare strappando manciate di minuti ai tempi impietosi imposti da Edgar, ma a noi non basta, vogliamo perderci nei colori e nelle lane variopinte, e poi volgere lo sguardo al cerro, anch’esso variopinto, ma di roccia che svetta sullo sfondo di montagne selvagge, e soprattutto perderci nelle facce della gente dai rasgos indigenas: i volti segnati, gli sguardi profondi e persi nella quotidianità a volte senza tempo di un luogo dove poco accade e il ritmo è scandito dal sorgere e tramontare del sole che ha scavato i solchi sulle facce… e vi ha scritto le sue storie, sì storie scritte con la luce. Oltre a parlarci della gente antica che ancora vive da queste parti (pelle scura, capelli scuri, naso pronunciato, orecchie grandi, cassa toracica ampia – non hanno problemi a respirare ad alta quota – be’ a guardarlo bene anche lui ha un naso pronunciato e delle grandi orecchie…), Edgar ci illustra il variegato paesaggio del profondo nord-ovest argentino ricco di praterie, selve subtropicali, altopiani rocciosi e laghi di sale: a ovest della cordillera c’è il deserto di Atacama (700mm di pioggia in 7anni), a est la selva subtropicale (4500mm di pioggia all’anno… e non mancano i tucani e le scimmie!). In breve passiamo oltre Maimarà (il villaggetto ai piedi della Paleta del Pintor dove la montagna colorata fa da sfondo allo scenograficissimo piccolo cimitero abbarbicato sulla collinetta) e facciamo sosta a Tilcara, dove visitiamo il pukará, la fortezza costruita dal popolo Tilcara tra i cardón su un punto strategico leggermente rialzato nel cuore della quebrada.

La quebrada vista dal pukarà di Tilcara

Edgar ci racconta la storia della strepitosa vittoria degli indipendentisti al seguito del General Belgrano, che proprio qui fece travestire come soldati i cactus presenti lungo i pendii delle montagne, con tanto di ponchos e sombreros per far credere al nemico che il suo esercito era molto più numeroso di quanto non fosse realmente; e poi continua ad illustrarci le antiche tecniche con cui si facevano precipitare le impurità dell’acqua di fiume per renderla potabile sfruttando la resina del frutto del cardón – ma Su si perde tra le casette di pietra ricostruite, curiosando nei meandri delle stradine, guardando qua e là i lama che passeggiano placidi con gli occhioni dolci e agitano la testa coi ponpon colorati appesi alle orecchie (da queste parti quando vengono tosati sono rivestiti con lane coloratissime in segno di rispetto e perchè non soffrano il freddo)… sì, si perde davvero nell’insidioso labirinto di pietra: ora da questo ora da quel lato – no ma da qui ci son già passata… ma che strada avranno mai preso, oh eccoli! dietro l’ultimo improbabile angolino “…la fortaleza fué construida estrategicamente por los Omaguaca, los aborígenes de la región que corresponde a la quebrada de Humahuaca que decidieron fijar sus residencias en la cima de los cerros de difícil acceso…” paura passata!

Un oggetto che una volta l’anno non ha praticamente alcuna ombra.

Un rapido omaggio alla meridiana di cemento allineata con il Tropico del Capricorno (arieccoci, l’avevamo attraversato in direzione contraria a Uba Tuba in Brasile) è l’occasione per i racconti sulle tradizioni del carnevale locale e dell’Inti Raimi, l’importantissima festa del solstizio d’inverno la cui origine risale al tempo degli Inca; ed eccoci finalmente a Humahuaca, nostra ultima tappa. Sale sul bus Omar, una guida nativa che dopo la poesia d’ordinanza ci snocciola le nozioni di base sul cabildo e sul monumento alla libertà indigena, scortandoci per le stradine del paese tra i muri di adobe per poi lasciare il gruppo in un negozietto per… la televendita di tappeti e manufatti di lana… che a noi fan venire l’acquolina in bocca, di certo non per la smania di acquistare (sarebbero pure belli e ce ne servirebbe proprio uno di questi maglioncini, ma attenderemo una situazione più consona per il nostro shopping). Per fortuna il pranzo al Kallapurca prevede tre portate (slurp): una empanada, una cazuela di spezzatino di lama al vino torrontés (ehm sì… ma dite… proprio uguale a quelli là fuori?), un’ottima tarta de manzana e vino, anche se noi in effetti avevamo chiesto dell’insalata e ci era stato detto che non c’era (e allora cos’è quella ciotolona in cui Edgar sta tuffando tutto il viso? mah). Glissando con esperienza l’offerta traslado ida y vuelta + hospedaje a 500 $ per due persone, premurosamente propostaci dal padrone del ristorante, riacquisiamo in un lampo la spavalderia di viaggiatori fai-da-te e prendiamo il primo bus per Iruya, infilando i nostri zaini tra quelli degli altri viaggiatori e i sacchi e le ceste dei contadini e dei pastori che con colori, vestiti e odori peculiari colmano gli spazi del vecchio mezzo di un entorno socio-culturale decisamente più interessante in cui immergersi.

in attesa del bus alla terminal di Humahuaca

Pochi chilometri di asfalto ed ecco che l’autista imbocca con confidenza i tornanti ed i dirupi dello sterrato tra la steppa di alta montagna fino al passo a 4000 m. Peccato che sia tutto nebbia e nuvologrigio, anzi per fortuna ché almeno non vediamo lo strapiombo al di là dello stretto percorso battuto e senza protezioni – che scende ancora più ripido e tortuoso dall’altra parte. Qualche vecchina coloratissima sbarca davanti a isolati piccoli casolari di pietra, poi il vecchio e malconcio autobus ci stupisce con posizioni verticali da circo riuscendo persino a non ribaltarsi sulle curve paurose – noi siam seduti ai primi sedili ed a volte abbiamo proprio l’impressione che la ruota finisca di sottooooO!!! … per fortuna è solo il (non) effetto delle foglie di coca, perché dopo sole tre ore di batticuore e patimenti e veeeertigiiiiinose sensazioni, si arriva al villaggetto incastonato nella valle con il campanile della chiesetta giallo e blu. Iruya sembra un presepe, immobile (e spesso isolato, quando piove) fra montagne altissime e irregolari e multicolori, adagiato accanto al fiume che scorre tra i sassoni levigati, e noi che lo guadiamo in autobus. Il freddo di montagna si sente mentre muoviamo i primi passi sui ciottoli delle ripide stradine lastricate compiendo il nostro tuffo nel passato: ci vengono incontro visi che sarebbero stati uguali 400 anni fa, ci sono pochissimi mezzi a motore (e sono tutti 4×4), i negozi di base e i semplici comedores per i turisti si contano su una mano; in un recinto comune all’ingresso del paese ci sono dei muli e un maiale tutto rosa, e le galline razzolano nei pollai. Noi seguiamo le bimbe e i ragazzini che offrono alloggio ai neoarrivati con il bus, arrampicandoci fino alla casa familiar di Asunta, situata che più su non si può – mentre una nonnina scura e tozza, carica di un pesante fardello avvolto in una tela colorata e annodata attorno al collo, riparandosi dalla pioggia con il cappello d’ordinanza e con una coperta blu sale lentamente per l’erta, tra le casette di adobe e le pareti di arenaria scolpite dall’acqua: e pensiamo che questa immagine, da sola, vale tutto il viaggio. Scoppia il temporale, piove tuona e lampeggia, raggiungiamo la casetta inzuppati ma da lassù la pace è notevole e ci accoccoliamo nella stanzetta gelata mentre i fulmini squarciano il cielo. Asunta ci offre una matrimoniale a un prezzo strepitoso e le strutture, chiamiamole così, sono semplicissime: due fornelli, un vecchio tavolaccio e qualche sedia malmessa in una stanzetta fanno la “cucina” a disposizione degli ospiti, i piatti si lavano nella pileta nel cortile piastrellato, e per pentole e stoviglie di fortuna occorre rivolgersi alla famiglia. Ovviamente l’allegro gruppetto di argentini che ciarlano animatamente non se ne cura granché ma noi siamo stanchi e abbiamo mal di testa da apunamiento, e ce ne andiamo a nanna presto dopo una cenetta frugale.

stradine acciottolate a Iruya

Ci sveglia l’aria gelida e pungente del mattino, riconquistiamo il buonumore con gli alfajores artigianali e la frutta locale comprati ieri, ed è l’ora dell’avventura-doccia: il bagno ha una finestra senza infissi e si gela, S. cerca di tappare il buco coi vestiti e ovviamente quelli cadono subito fuori, rischia di restare in mutande dopodiché rischia pure di rimanerci chiusa, nel bagno; poi dobbiamo pure traslocare (per la prossima notte la camera è occupata) ma tra le 500 anime di Iruya non è difficile trovare chi ci può aiutare: Su trova presto un’altra sistemazione al colorato Wichiku, dall’affabile signora che le racconta delle ragazze che arrivano giù a Iruya vomitando per il maldicurvoni. Nella pace di questo piccolo mondo sperduto non c’è molto da fare a parte visitare la chiesetta di mattoni e legno con l’iconografia dei santi naif e quasi infantile, e starsene a guardare i bimbi che escono da scuola, bellissimi coi loro occhioni scuri e grandi, mentre le cime tutt’intorno sono lambite da grandi condor danzanti. I più socievoli tra la normalmente schiva e riservata gente del posto consigliano la passeggiata verso il vicino pueblito di San Isidro: dice che i sanisidresi (350 in tutto) sono tutti felici ora che lì arrivano finalmente i fili della luce e possono vedere la tv fino a tardi, il paese è raggiungibile (solo) a piedi o a dorso di mulo, sono 3 ore di cammino, basta scendere lungo il torrente fino alla confluenza con l’altro corso d’acqua e poi risalire lungo quello. E allora tutti contenti ci facciamo strada tra i pietroni e i massi della valle sotto i cerros sfumati dal viola al rosso al verde al blu al grigio, attraverso un percorso intimo e solitario tra casette di pietra e caprette (e vecchine colorite) arrampicate sui pendii, in breve siamo anche scortati da un simpatico cagnolino di passaggio. Desistiamo dall’idea di guadare il torrente, che è in piena, e il freddo e il cielo imbronciato e la quasipioggia ci convincono a un certo punto a tornare indietro; sulla via del ritorno incontriamo José, giovanissimo herrero (fabbro) dalla provincia di Santa Fé, ha un cane anche lui, in un attimo siamo coinvolti dal suo calore affabile e ci ritroviamo in una banda con lui e altri amici viaggiatori. Un’amica di José ci parla del suo viaggio di tre anni attraverso Centro e Sudamerica e dei suoi lavori più disparati nei ristoranti, negli hotel, al circo e ai semafori; da brava mochilera ora vende cartoline, è la terza volta che capita qui a Iruya, adora questo posto e la sua gente. Sarà pure l’atmosfera incantata del luogo isolato, ma a noi tutta questa compagnia ci pare un po’ mistica: raccontano di uno strano malessere psicologico collettivo, cominciato durante il soggiorno a Tilcara, e di una serie di soprannaturali circostanze, dice causate da energia negativa – d’altronde è quasi palpabile in questa zona il rapporto particolare delle persone con la madre terra, la natura e lo scorrere delle stagioni, che sempre pervade le cose e i discorsi. “Nosotros no viajamos solo con mochilas: también llevamos cargos de nuestros antepasados

Nella valle del San Isidro

La nostra giornata a spasso per il paese sospeso nel tempo si conclude nella rustica saletta–ristorante del Wichiku, dove scegliamo una mesa tra le 6 a disposizione tutte per noi. In tv c’è la versione argentina di X-Factor e nel semplice menù fijo a 20 pesos, di cucina davvero locale, la nostra anfitriona ci serve un’ottima empanada, del pollo al horno e una crepe de dulce de leche; poi la notte passa veloce, prima della levataccia alle 5 per l’unico bus di ritorno a Humahuaca. Per fortuna non piove più, ma al colectivo pieno zeppo di contadini tocca procedere len-ta-men-te dietro la ruspa che gli libera dal fango e dai detriti la strada davanti, almeno fino a quando non inizia la salita. Siamo a 4000 metri proprio mentre albeggia: il nostro sguardo assonnato accarezza il paesaggio superbo e spaventoso di vette altissime e violacee e steppe incipriate… assistiamo ammutoliti all’incredibile risveglio della montagna. Arrivati sull’asfalto della statale, è il momento di partecipare tutti, autista e passeggeri, all’operazione di rimozione di un pietrone incastrato tra le ruote, e finalmente l’autobus imbocca l’ultimo tratto di discesa verso Humahuaca.

adios Iruya… gustosamente volveremos!

Questa volta è un presto mattino di sole che spacca le pietre. Dopo qualche tentativo, una signora con la sua bimba ci aprono la porta di un hostal dove riusciamo finalmente a fare il bucato prima di uscire per un giretto della città senza troppe pretese. La vita di Humahuaca gravita intorno alla plaza e a noi piace goderci le granite al limone, i volti dei locali e le chiacchiere con il gruppetto degli amici all’ombra degli alberi, e c’è anche un evento quotidiano imperdibile: a mezzogiorno in punto, la figurina animata dell’antico vescovo e santo, Francesco Solano, sbuca da una nicchia sotto l’orologio della torre del cabildo bianco e bitorzoluto per salutare gli astanti incuriositi con un rituale di gesti che ci fa sorridere di tenerezza.

che grazioso il cabildo di Humahuaca

Salutiamo gli amici in partenza per La Quiaca e Yavi, e dopo un assaggio di locro (la zuppa locale e gialla a base di mais, scarti di maiale e fagioli) saliamo su un autobus di lunga percorrenza di passaggio: il guarda nemmeno ci fa pagare per i pochi chilometri in piedi fino a Uquìa, dove c’è l’antica chiesetta con le 9 immagini degli ángeles arcabuceros – gli artisti locali, convinti dai conquistatori europei che le creature celesti avessero le stesse sembianze di questi, dipingevano gli arcangeli come i soldati che avevano davanti, con tanto di armi da fuoco tra le braccia aggraziate. Se non fosse per la statale asfaltata, seduti qui alla fermata del bus non sapremmo davvero dire in che epoca ci troviamo; una bimbetta si avvicina per recitarci una poesia, e nemmeno il mal di testa ci frena dal pensare quanto siamo fortunati ad aver modo di conoscere ed assaporare tutto questo.

Uquia è immobile tra le Ande colorate

(Queste e tutte le altre foto qui)

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Atmosfere d’altre Ande

il cabildo coloniale di Salta

Nel tracciare quella famosa linea di viaggio immaginaria – alla quale la nostra bussola si sarebbe dovuta ispirare – ci eravamo soffermati a fantasticare sul nord dell’Argentina, e ora, riattraversando la Quebrada di Cafayate in direzione di Salta, sentiamo riaccendersi le grandi aspettative su questa immancabile tappa di cui abbiamo sentito un gran bene. Ovviamente non siamo i soli: la fama e la variegata offerta di intrattenimento di questa provincia creano come al solito penuria di alloggi tranquilli a buon prezzo, ma alla fine saremo fieri di noi stessi per esser riusciti (forse già contagiati dagli effluvi del nomadismo Inca) a cambiare tre ostelli in tre giorni fino a sistemarci più o meno stabilmente nel colorato cortile del “El Andaluz”, proprio nel centro storico.

paseo nocturno salteño

La struttura cittadina, rimasta esattamente come fu originariamente disegnata nel ‘500 dai coloni spagnoli, è del tutto inadatta al modello di trasporto imperante basato su (vecchi) veicoli privati, e il traffico e lo smog rischiano seriamente di distruggere il fascino del posto, per non parlare della nostra inusuale difficoltà a trovare volti simpatici e atteggiamenti amabili tra i commercianti, i gestori di alberghi e i custodi dei musei; però passeggiando coi nostri blandi ritmi tra gli edifici bassi coi tipici portali e cornicioni riusciamo lo stesso a respirare un po’ dell’atmosfera coloniale ed eclettica, così pervasa di storia e cultura, e a trovare affabilità nei giovani locali (specie se non lavoratori) e nei turisti argentini.

se volete… esta es nuestra casa

Nella plaza di Salta, tra la grande cattedrale rosa e le arcate del vecchio cabildo, c’è il Museo de Arqueología de Alta Montaña dedicato ai niños dormidos de Llullaillaco: sono le mummie di tre piccoli ritrovate nel sito archeologico più alto del mondo, in cima a un vulcano a 6700 m. La storia merita un approfondimento che ci fa conoscere il rito Inca della capacocha che grosso modo funzionava così: alcuni fortunati ragazzini, accuratamente selezionati nelle famiglie più nobili dell’impero, affrontavano un lungo e faticoso viaggio di mesi attraverso le Ande (che poi i sentieri Inca passavano per ripide valli e monti dalle altezze impossibili mica a serpentina o con tornanti: no, loro sceglievano preferibilmente la linea retta) per arrivare a Cuzco, la capitale, dove li attendeva una solenne cerimonia matrimoniale simbolica; poi, tornati a casa ed accolti con tutti gli onori quali intermediari con il mondo celeste, venivano condotti fino alle più alte vette delle montagne sacre, dove abitavano gli dei, e lì una volta nutriti a sazietà erano storditi con una bevanda alcolica ottenuta dal mais, la chicha, e quindi venivano abbandonati al loro sonno eterno all’interno di buche, per benaugurio e sacrificio alle divinità. Scalatori e archeologi moderni, inseguendo le vaghe leggende nelle memorie dei più anziani tra i gruppi indigeni, sono incappati negli anni in qualche dozzina di questi incredibili santuari andini, oltre i 5000 m d’altezza, dove le temperature estreme e l’assenza quasi totale di umidità hanno conservato eccezionalmente bene i corpi e gli incredibili gioielli e artefatti insieme a cui le vittime venivano seppellite. Questo di Salta è il museo più importante sul tema, e noi siamo raccapricciati, affascinati e pieni di interrogativi di fronte alle manine chiuse a pugno del niño, che pare addormentato tutto piegato su se stesso avvolto nel vestitino rosso, al volto della doncela sfigurato e bruciato da un fulmine chissà quanti anni fa, e a ciò che resta della reina del cerro, trafugata e passata in chissà quanti mercati e per chissà quante mani prima di approdare qui; ma le storie che leggiamo e le creazioni artigianali che ammiriamo sono un’ottima introduzione al ricchissimo universo della secolare cultura andina, che avremo buon modo di esplorare ed approfondire nelle prossime settimane.

la Iglesia de San Francisco dal cortile del convento

Molto più familiari invece, ma sempre suggestivi e romantici: l’allegria dei mercatini di Salta che frequentiamo in lungo e in largo – alla ricerca di scarpe e zaini per rimpiazzare un po’ della nostra attrezzatura – e il tuffo nel periodo coloniale al Museo del Cabildo dove conosciamo l’eroe nazionale salteño, Don Martin Miguel Guëmes, condottiero di temerari eserciti di gauchos indipendentisti contro i soldati realisti (fedeli alla monarchia spagnola) dopo la rivoluzione del 1810. L’affetto popolare per questa figura d’altri tempi è talmente palpabile che ci sentiamo coinvolti e così, dopo una passeggiata fino alla vecchia stazione ferroviaria (all’estremità nord di Calle Balcarce, il centro della movida notturna), non possiamo dir di no a una cenetta nella deliziosa peña ubicata proprio nella sua vecchia dimora. Nella tradizione delle peñas, la comida non è la parte principale della serata: sono (be’, erano) posticini fatti soprattutto per ascoltare (e magari suonare) musica popolare; in fondo alla sala, due o tre suonatori si alternano sul piccolo palco, il primo che declama poesie e storie e barzellette oltre a motivi folclorici con la chitarra ci piace di più, ma le due mance da 2pesos se le beccano gli altri due, tra cui il vecchietto gaucho filastrocchista che dedica un verso sgangherato agli occhi di Su. Ah, il fascino mediterraneo.

Como queda triste el hombre
cuando la mujer le falta
pero aún más triste el perro
cuando la perra es demás alta…

Oziando Riposando un po’ tra le pareti variopinte e gli elfi e folletti che si accendono con i faretti della sera all’Andaluz, riusciamo tutto sommato a prendere qualche decisione e programmare un po’ i prossimi spostamenti. Decidiamo che, nonostante da quel che sentiamo l’altopiano cileno sarebbe un posto da non perdere, non passeremo da San Pedro de Atacama – così magari riuscendo a dedicare qualche altro giorno alla Bolivia – e prenotiamo un paio di escursioni, alla fine delle quali saremo a Humahuaca.

il paesino di Cachi – bellissimo posto per un’escursione in giornata nei meandri della Cordigliera

E così eccoci al mattino seguente a bordo dell’ennesimo minibus: passandogli il mate tra i tornanti il giovane Pablo, la guida, ci presenta Guillermo, l’autista, faccia un po’ preoccupante e attitudine al volante manco a dirlo disinvolta, chitarrista come Slash dice ma noi lo sentiremo solo cantare un motivetto neomelodico latino; scansando gli armadilli che attraversano a tutta velocità la strada per evitare di essere piastrati dai veicoli si sale attraverso l’umida foresta di yunga, dove le cime degli alberi sono coperte da batuffoli bianchi che sono nidi di ragno; e poi curve, strapiombi, dissesti e cascatelle fino ai 3541 metri della Capilla del Obispo, dove l’altare votivo è ricoperto di foglie di coca, sigarette ed altri oggetti lasciati in dono (sotto la croce cristiana) alla pachamama, la Madre Terra al vertice della tradizionale devozione spirituale diffusa ovunque sulle Ande. Siamo tra le nuvole e non è dato vedere alcunché del panorama, così si prosegue subito serpeggiando giù rapidi e ripidi: la sensazione è proprio quella di trovarsi su un gommone lungo il fiume a fare rafting o almeno così ci sentiamo con la guida spericolata e la strada poco raccomandabile o chissà… magari è solo l’effetto delle foglie di coca, alle cui proprietà anti-fame, fatica e mal d’altitudine siamo stati prontamente iniziati all’inizio del tour. Di droga non si tratta, è tutto legalissimo e risale agli antichi tempi degli Inca l’uso di coca y bica: noi non manchiamo certo di procurarci la nostra piccola scorta e ci proviamo eccome a tenere qualche foglia in bocca, tra i denti e la guancia, aggiungendo ogni tanto un po’ di bicarbonato che dovrebbe aiutare il rilascio degli alcaloidi… ma ne sentiamo un po’ l’effetto solo se ci crediamo, e se ci crediamo troppo l’effetto diventa addirittura lassativo!

adobe, cardones e vette altissime

Comunque il giro sulle montagne russe prosegue, ora siamo in una vallata arida con altissime vette imbiancate sullo sfondo (e bancarelle su cui i contadini smerciano spezie ed erbe tradizionali ritenute capaci di curare i più svariati mali e di rinvigorire virtù sessuali sopite) e poi ci fermiamo al suggestivo Parque Los Cardones, un deserto di cactus non sono cactus, sono cardones! Sembra di essere in Texas e noi ci lanciamo di corsa ad abbracciare un po’ le socievoli piantone spinose, per poi riprendere la strada che porta al piccolo e delizioso paesetto di Cachi.

nel cortile del municipio di Cachi

Cachi è un posto sospeso nel tempo. Le casine sono in adobe (mattoni di fango e paglia) imbiancato, e hanno tetti di legno e canne di bambù. Il parco mezzi del municipio consiste in due carriole e una bicicletta attrezzata con due megafoni (e una statuetta della Madonna). Nella chiesetta, il soffitto a botte, il confessionale e il leggìo sono pregevolmente fatti in legno di cardón. I marciapiedi ai bordi delle stradine sono altissimi e variabili, pare per consentire agli abitanti, che non brillano in statura, di montare e smontare da cavallo agevolmente. Tra le caprette e le donne che trasportano pesanti fardelli, ci godiamo il silenzio e la pace di questo lontano e antico villaggio indigeno in compagnia dei nostri compagni di tour e assaporando delizie locali come lo stufato di carne di lama, la papa rellena e un po’ di formaggio di capra – ora sì che cominciamo a capire cosa siano le Ande sperdute.

momenti di naturale tenerezza

Tornati a Salta nuovamente sopravvissuti al periglio d’alta montagna, l’espressione truce e asociale sul volto della dueña del “El Andaluz” che guarda in tv qualche film sui vampiri senza interagire minimamente con la coppia ospite con cui condivide il divano non ci fa certo sentire troppo felici di essere a casa quindi usciamo, direzione mercado artesanal di Calle Balcarce, previa puntatina al Convento di S. Bernardo. Il mercado ovviamente non ha sandalias e S. deve continuare a sperare che le sue pantofoline rosse resistano; G. continua ad avere mal di pancia, nemmeno l’acquisto dello zainetto nuovo serve a riprendersi, non ha voglia di fermarsi a mangiare fuori, anzi non ha voglia di mangiare per nulla; però passiamo lo stesso dal VEA di Calle Mitre per un po’ di verdura e in ostello non appena si libera un fornello (stasera il patio dell’”El Andaluz” pare affollato, e c’è pure la partita in tv) S. si sbizzarrisce, volano spicchi d’aglio, è un tripudio di sughetti alle spezie. Poi però si sente la pressione bassa: ma è solo una scusa, perché non ha voglia di preparare lo zaino e di levarsi presto domattina. Sogni allucinati… saranno le foglie di coca?

(Tutte le foto qui)

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Quebrada a suon di stelline e Torrontés

Seguendo il vago itinerario tracciato all’inizio di questo viaggio, dopo le varie divagazioni a cavallo della frontiera tra Cile e Argentina, ora la nostra rotta segue la lancetta della bussola orientata inesorabilmente verso nord. La frequenza dei viaggi in bus notturni scomodi e gelidi un po’ pesa ormai sulle nostre schiene che iniziano a risentirne, e persino se scegliamo la categoria cama (letto) più costosa ci ritroviamo a non chiudere occhio – ma già sappiamo come consolare le nostre facce mattutine da alieni stravolti, con una mega colazione al baretto della stazione di Tucumán e una lauta minuta per pranzo in uno scrausissimo localino peruviano a Tafí del Valle, durante le soste per i cambi di mezzo tra i cavalli che scorrazzano liberi per le vie del paese.

A pancia (e zaini) pieni in attesa del prossimo bus a Tafi del Valle

A un certo punto della stretta strada di tornanti che si inerpica sui ripidi pendii andini, coperti di bosco fitto e umido, l’autista ci invita a scendere e proseguire a piedi per un tratto a causa dei lavori in corso; poi all’improvviso il paesaggio cambia bruscamente, e siamo in mezzo a un immenso altopiano, secco e spoglio. Disorientati dal capovolgimento di scenario, a noi pare che il mattino non sia mai arrivato e che la giornata sia il prolungamento di una tragica notte insonne, tant’è vero che S. vede ancora le “stelline” luminescenti sparse su tutto il corpo (a parte il naso tappato e la quasi-febbre, entrambi abbiamo delle strane piccole eruzioni cutanee pruriginose che il gran caldo accende ancora di più favorendone la moltiplicazione incontrollata). Ci facciamo forza per le altre poche ore di crociera fino a Cafayate, dove sgomitando nello sciame di promoter dei vari alojamientos riusciamo dopo un giretto zaini in spalla a sistemarci nell’economico ostello “Backpackers” per cercare un po’ di sollievo dal prurito e dalla febbre con qualche sorso del dolce vinello che ci hanno offerto.

Una trapunta di stelline sull’òmero di S.

Restiamo molto parchi nella comida, ché almeno pensiamo di compensare un po’ quel che forse ci sta causando le strane bollicine (magari qualche allergia alimentare, mah), però non possiamo perderci l’escursione alla famosa quebrada che di Cafayate è l’attrazione principale. Credevamo di aver concordato un trekking di un paio d’ore e invece siamo di nuovo coinvolti nel tour in minibus col gruppo di giovani e soprattutto meno giovani: varie fermate lungo la via, manciate di minuti a disposizione per le fotografie, e qualche macchietta da parte di Marcelo (la guida) che ce la mette tutta per rendere il pomeriggio simpatico con qualche battuta da copione.

El castillo

Il posto è naturalisticamente davvero spettacolare: la strada, asfaltata di recente, passa (nei tratti in cui non ne è stata mangiata) accanto al Río de Las Conchas, largo e basso, che ha formato queste vallate nell’arenaria durante decine di milioni di anni. Gli aridi strati di sedimenti multicolori, scavati da acqua, sole e vento hanno preso forme strane e immaginifiche: basta un minimo di fantasia per vedere, oltre i cactus e i lama, bizzarri anfiteatri, obelischi, rospi, castelli, navi, finestre e locomotive apparire tra le folate di aria calda, fino alla “Garganta del Diablo” (Gola del Diavolo) dove si svolgerà la fase avventura del tour e tutti vengono invitati alla scalata dei lastroni di roccia rossastra fino alla cima della gola.

Alla scoperta della Garganta del Diablo

Ci suggestiona pure, nel gruppo, la giovane coppia canadese, in viaggio con una splendida bimba di 9 mesi vestita da bambolina che sembra non soffrire affatto per la calura anzi, si diverte pure: per noi quasi non è più una vista inusuale quella di famigliole zaino in spalla con nani al seguito – inevitabile riflettere sulle differenze culturali e sui diversi modi di intendere la vita e sui condizionamenti ai quali il solo fatto di essere nati e cresciuti in un particolare posto ci espone e sul concretizzarsi in questi mesi dell’ idea di viaggio come ricerca personale, sulla voglia di essere liberi di scegliere come vivere…

A spasso per la Quebrada de Cafayate

Be’ ovvio, non tutto è perfetto: sulle curve della via del ritorno, la piccola Vivian pensa bene di irrorare pavimento del furgoncino, spalla del papà e vicino di sedile con un po’ della pappa appena ingerita, ma niente paura, i viaggiatori sono per definizione sempre pronti a fronteggiare ogni tipo di emergenza e in un attimo la calma è ristabilita e siamo di nuovo nella pace delle vie di Cafayate.

Noi non ci curiamo se alcuni dei nuovi amici sono un po’ spinosi

L’altro motivo per cui questo luogo è giustamente rinomato è la produzione del vino Torrontés, e visto che durante la prima cena alla “Tranquera de los Criollos” i nostri nasi tappati (e il nostro dubbio se non sia il caso di osservare una dieta a base di riso in bianco almeno fino a quando non saremo sicuri che le stelline pruriginose non siano causate da qualcosa che abbiam mangiato) non ci consentono di gustare appieno la nostra bottiglia di Domingo Hermanos insieme alla pur ottima cazuelade cabrito, decidiamo di dedicarci per il giorno dopo alla visita di qualche bodega (cantina di produzione).  Sì sì, però ora vediamo di passare la notte… prima le stelline, ora le scimmie che di notte si grattano e battono le mani e accendono la luce in continuazione perchè non riescono a prender sonno e si sono messe in testa di voler sterminare tutte le zanzare – l’espressione orgogliosa di G. accanto ai suoi 5 cadaveri non basterà certo a ripagare il prezzo dell’insonnia che pare essere il preludio dell’incubo del giorno seguente. Siamo infatti ancora alle prese con lunghe, faticose e poco proficue telefonate e missive a banche e corrieri di spedizione… con cui però è inutile insistere: dovremo continuare a cavarcela con una sola carta di credito. Ma è meglio rimandare la questione, “chi vuol esser lieto sia” diceva il saggio, e noi possiamo senz’altro consolarci con gli ottimi vini in degustazione alla Bodega Nanni e con la piacevole compagnia di altre coppiette di viaggiatori (Clément e Clémentine, francesi freschi di arrivo in Sudamerica che condividono una parte del nostro itinerario; Eugénia e Julián, da Buenos Aires, peccato aver l’autobus alle 4, avremmo potuto condividere con loro una piacevole e rinfrescante gitarella alle cascate; e Ariel e consorte, sempre dalla capital, prossimi mamma e papà). In realtà l’economia locale, principalmente in mano a grandi aziende o investitori che fino a non molto tempo fa riuscivano a fare incetta di terreni di ex-basso valore sviluppando i grandi vigneti anche con un preciso intento turistico, ci fa pensare che praticamente il fenomeno che chiamiamo in generale “colonizzazione” sia da queste parti ancora bene in atto… però a noi piace comunque il ventilatore sotto il portico alla cantina Vasija Secreta ai cui 155 anni di attività vinicola il tamal (con carne, se no è humita) e il formaggio di capra rendono bene onore.

Tra una cantina e l’altra a cercare ombra per le vie del paese…

L’ultima corsetta a recuperare i bagagli e poi – sempre continuando a grattarci e vivamente sperando di non aver preso la scabbia, ché i sintomi ci sono tutti – verso il torpedone che ci porterà a Salta: ma ci resterà a lungo come ultimo ricordo di Cafayate il caaalmo racconto (sì ma ci parte il bus, può sbrigarsi?) del leeento vecchino (ehm… scusi, abbiamo solo un minuto e mezzo) che al “Miranda” ci serve una pallina di ottimo gelato al Torrontés mettendosi a chiacchierare, con evidente voglia di compagnia ma chissà come ispirato dal nostro aspetto malandato, di quanto sia deprecabile una vita eccessivamente ricca e del giudizio finale che attende tutti gli avari e della bellezza di una vita morigerata e sempl…- okay gracias scappiamo tenga il resto!

(Altre foto della tappa qui)

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Minaaa Claaaveeero – che cóus!

Yo vivo en Minaaa Claaaveeero desde cuaaando me caaasé… Mi maaarido era de aaacà…” – ehi! ma che cóus?!? – E chi se lo immaginava che bisognava arrivare in un piccolo paesino dell’entroterra cordobense per sentir parlare… baaareeese?

Sarà che siamo ancora storditi… dal caldo impietoso e dalla fatica delle corse rocambolesche zaino in spalla: in taxi alla Terminal 2 ma l’unico cajero funzionante è alla Terminal 1 e poi a far la fila allo sportello 17 e poi di corsa all’andén 48 e per un soffio al countdown del lancio finale del bus che parte in anticipo rispetto al ritardo previsto (be’, evidentemente avevamo sopravvalutato la nostra capacità di intuire gli orari di un comune autobus sudamericano) – e per il lento e rumoroso viaggio attraverso le praterie rocciose di montagna che si aprono sulla valle (è il paesaggio di pampa più elevato d’Argentina), tra le scoppiettanti risate di stormi di ragazzini dai volti impolverati, con gli zainetti lisi e i grembiuli sdruciti, di ritorno dalla scuola campestre, che tuonano nelle orecchie dei passeggeri intontiti dal sonno – insomma siamo ancora troppo decisamente immersi nel viaggio per sorprenderci della particolare (e familiare!) cadenza di una bionda signora che in pesante accento cordobense ci accalappia alla stazione di arrivo, ma non così tanto da non trovarla simpatica al punto tale da convincerci a salire e a bordo della sua Fiat Punto e ascoltare la sua storia di ex interprete di italiano venuta a vivere a Mina Clavero, seguendo il marito; e fra una chiacchiera e l’altra ci ritroviamo nella sua dimora – ah no, nella nostra (che ci affitterà a soli 50 pesos a testa), perchè la sua è quella accanto, be’… ora sì che siamo stupiti! È un intero appartamentino tutto per noi ed è bello sentirsi “a casa” riscoprendo questa parola scivolata ormai in fondo al nostro dizionario di viaggio.

La piacevole sorpresa ci causa l’altrettanto gradevole rimozione psicologica degli stress della giornata, ma evidentemente non solo di quelli, uffa… Ma perché facciamo sempre così fatica a ricordare i nomi di chi ci si è appena presentato? Boh, proviamo con la vecchia scusa del sale e dello zucchero che mancano in cucina per aprire l’indagine sul nome della nostra misteriosa anfitriona bionda… ah ecco, si chiama Kuky e per l’occasione ci presenta pure il marito, Carlos, detto “Chiquitín” per via delle minute dimensioni. Decisamente due personaggi simpatici che fremono di vibrante impazienza e non vedono l’ora di farci conoscere il villaggio di Mina Clavero e gli affascinanti dintorni: ebbene sì, soggiorno a tutto tondo con scarrozzamento annesso, vorremo mica lamentarci!

Per cominciare, l’allegra coppia ci conduce alla pileta Nido de Aguilas, una magnifica piscina naturale in mezzo a formazioni rocciose di scogli prevalentemente lisci e piatti fra i quali si insinua placido il fiume (che dà il nome alla città) dove due assetati come noi non vedono l’ora di tuffarsi per far svaporare la calura del secondo pomeriggio sguazzarellando nelle invitanti acque limpide e scure. Al tramonto torniamo a piedi per le pacifiche viuzze cittadine, tra il verde e il río, passando sull’esile traballante ponticello pedonale sospeso (che belle le opere fatte unicamente per essere utili e non per essere… belle, nota di Gi) e curiosando nei negozietti di generi alimentari locali: perché mica ci facciamo scappare la possibilità di sfruttare il tavolino sotto la tettoia nel cortile del nostro alloggio per degli ottimi spaghetti, con Malbec e gruyera artigianale, al suono delle cicale (o del loro equivalente sudamericano).

Dunque vediamo, per il secondo giorno la gitarella con Kuky e Chiquitín prevede di scortarci al famoso Museo Rocsen. Abbiamo letto qualcosa a riguardo, ma ancora ci stiamo chiedendo cosa ci faccia un grande museo polifacético così sperduto tra i campi in questa zona che non potrebbe essere più lontana dai fulcri culturali urbani, quando capiamo che la location non è affatto la massima stranezza di questa creazione di tale señor Bouchon, che doveva essere proprio un bel tipino. E’ un posto davvero immenso, inteso come un altare simbolico a celebrazione dell’intero conoscimento dell’essere umano: passando sotto le 40 statue sulla facciata di ingresso, che raffigurano pensatori, filosofi e scienziati (al centro c’è Gesù Cristo) e che furono scolpite personalmente da lui, entriamo (e ci perdiamo) in questo incredibile labirinto di sezioni e reparti, ciascuno dedicato a una branca: ci sono meccanica, mineralogia, archeologia, fotografia, cinema, sociologia, zoologia, arti orientali, strumenti musicali, abbigliamento e moda, sport e giochi, agricoltura, artigianato e mestieri, iconografia religiosa, carrozze e diligenze, sigarette, motociclette d’epoca, mummie andine, automobili, storia argentina – e molto, molto altro – e ci imbattiamo in pezzi davvero antichi e unici al mondo (un vecchissimo pianoforte in radice di ciliegio selvatico, un prototipo artigianale di una carrozza motorizzata, un esemplare della prima macchina da scrivere… ma sono solo esempi). Tra l’altro è qui che vediamo per la prima volta le raccapriccianti cabezas reducidas, i monili rituali che venivano portati al collo da antichi guerrieri indigeni, fatti con le teste dei nemici uccisi (private delle ossa del cranio, cucite sugli orifizi e trattate per preservarne le inquietanti forme sotto i peli e i capelli tuttora intatti).

In un posto così basta essere un minimo curiosi per divertirsi un mondo, e per esplorare tutto il museo non ci bastano mica le 3 ore di visita che abbiamo concordato con i nostri anfitrioni, i quali fedeli e puntuali ci stanno già aspettando fuori per scarrozzarci nella campagna. Ci portano a vedere da vicino Los Nonos, le due verdi collinette a forma di tette (da cui il nome, nella lingua degli aborigeni Comechingones) e poi al Tobogan con Javier e Lorena, la coppia di ragazzi che ha preso il secondo alloggio. Tra le pozze naturali e gli scogli piatti – e che cavolo! lo fanno pure i bimbi e i nonni e vuoi che non ci proviamo pure noi a lanciarci sugli scivoli di petra con un bustone di plastica sotto le chiappe, ovviamente dietro l’incitazione degli astanti – la rotolata di Gi diventa un piacevole intrattenimento per la folla di famigliole che acclamano persino il bis; ma insomma, al bagno di sole e di acqua fresca nel fiume color coca-cola e nella olla di acqua calda èpiacevole passare il tempo finché Carlos non ci recupera e parlandoci degli avvistamenti di obvnis e UFO, nello specifico di platos voladores (dischi volanti pare comunissimi da queste parti), ci porta a goderci un po’ di tramonto. Siamo nel bel giardino di un residencial di bungalow di un suo amico, mentre il sole si abbassa la Sierra pian piano diventa rossa e poi viola, Su chiacchiera amichevolmente con la pecorella addetta alla tosatura dell’erba, e ci lasciamo pervadere dalla pace del luogo. Nel più classico stile argentino, Lorena e Javier (artigiani e artisti di Buenos Aires) ci invitano per questa sera a condividere il loro asado: basta un sacchetto di carbonella e due bottiglie di vino (e tre chili di carne in quattro) per una cenetta semplice, allegra e piacevole tra le chiacchiere, finché Lorena non riesce a farci passare per quelli che vogliono andare a nanna e l’ultimo pezzo di vacio e di morcilla (la salsiccia di interiora: Gi era titubante, ma è decisamente buonissima!) finiscono nelle fauci di un cagnolino di passaggio perché proprio non ce la facciamo più a ingurgitare proteine.

Il nostro ultimo giorno, ormai in sintonia con i ritmi rilassati del luogo, ci alziamo con più calma di tutta quella che possiamo metterci… all’ una di pomeriggio Su è ancora seduta in cortile con Kuky a chiacchierare di filologia italo-argentina (è andata a cercarla circa un’ora e mezza prima per restituirle zucchero, sale e i 200$ che le dovevamo) ma riusciamo comunque ad andare per una passeggiata risalendo il fiume fino a Cura Brochero, il paesino con all’ingresso la strana statua dell’eponimo prete ritratto tutto di slancio. Tra un involontario tuffo di ginocchio e un picnic sulla roccia in mezzo al fiume, esploriamo le gole e gli anfratti rocciosi e troviamo il posto più bello di tutti in una pacifica caletta sotto l’altro ponte, quello vicino alla rotonda, proprio di fronte alla bajada al río privata dell’Hosteria “Costa del Sol”. L’acqua è pulitissima, la profondità è giusta, il sole splende, ci siamo solo noi e la natura intorno: davvero l’impressione di Mina Clavero ci resterà come un buon posto dove venire a trascorrere le gioie della pensione, e quasi quasi ci facciamo un pensierino…

Gli amabilissimi Kuky e Carlos ci lasciano usare l’appartamento quanto vogliamo e poi ci accompagnano alla terminal, dove alla fine li salutiamo ringraziandoli per la perfetta ospitalità. Riusciamo a salire su un vecchio bollitore che su e giù per la Sierra sferraglia e traballa tutto (a un certo punto in discesa si spegne persino il motore) e che però ci riporta più o meno in tempo a Córdoba, da dove ripartiremo poco dopo, non senza esserci rifocillati con un’insalatona di cui ancora adesso ci resta in bocca il sapore della cipolla (quando impareremo a farcela togliere?). Ancora verso nord!

(foto di Mina C.: qui)

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Córdoba a volo di condor

“Ma sì… vedrai, di sicuro ci saranno ottimi e comodi collegamenti e lunghi tratti di qualcosa di simile a un’autostrada tra la terza e la seconda città d’Argentina, no?”… e allora crepi l’avarizia, un bus cama ejecutivo (che sta più o meno per “letto di lusso” con sedile superestensibile ampio e confortevole) è quello che ci vuole per questo viaggio notturno. “Finalmente si dorme” pensiamo. E invece no!!! avevamo sottovalutato la coerenza latina e, ancora una volta, ci lasceremo sorprendere da questa nuova Parigi-Dakar che non ci risparmia scossoni, dissesti, curve, sterrati, sobbalzi e vibrazioni durante le 10 ore di viaggio. Ormai quasi non ci facciamo più caso e ci abbandoniamo a un dormiveglia scombussolato per poi esser accolti, un po’ stonati al mattino seguente, dall’enorme nuovissima terminal di Córdoba; un salto in taxi verso una zona di un paio di ostelli, e in breve abbiamo una cameretta tutta colorata che ci piace un sacco al Babilonia.

A Córdoba ci sono i canali come a Milano! Però si riempiono solo quando piove

Di questa città abbiamo sempre solo letto e sentito un gran bene e siamo piuttosto curiosi di partire all’esplorazione – be’, con la nostra doverosa calma, ché il caldo torrido in cui siamo ripiombati ci causa pigrizia, e magari anche come scusa per cercare un paio di sandaletti nuovi per S. tra le tante vetrine del centro pedonale. Ci ingoia subito con familiarità la vivace Córdoba, che è una culla storica di cultura, sede di ben sette università diverse tra cui la più antica del paese (attiva dal 1622) in cui ci colpisce la stupefacente biblioteca piena zeppa di inestimabili tomi; ci vivono tantissimi giovani studenti e imprenditori (Julian, che possiede il Babilonia, è uno di questi) e i grandi eleganti edifici della cattedrale e della manzana jesuitica sono lì incastonati tra un caffé, una libreria e una facoltà a testimoniare una ricchezza che non aveva eguali (in più, secondo G. le cordobesi sono le donne più belle d’Argentin- ahia!).

nel cortile del Colégio nella Manzana Jesuítica

C’è un palco su un lato della bella Plaza San Martín, davanti al cabildo (il bianco edificio coloniale sede del consiglio comunale), interroghiamo un po’ la folla e ci dicono che stasera c’è uno spettacolo di un musicista folklorico locale; a un certo punto una donna comincia a urlare forte contro gli organizzatori in merito alle tante sedie “riservate” destinate ai soliti privilegiati e che invece “dovrebbero essere del popolo”… per poco non assistiamo allo scoppio di una piccola rivolta, per fortuna che al Babilonia la parrillada di stasera ci riporta ad atmosfere più rilassate e amichevoli tra vassoiate (con bis e tris) di chorizo e vacío arrosto e piacevoli chiacchiere (e bevute) con i ragazzi dell’hostal.

il “cabildo” a Plaza San Martín a Córdoba

Passano alcune giornate di sballottolamento frenetico (e spese nervose) tra skype, email e locutórios a tentare di risolvere il non trascurabile problemuccio della carta di credito in scadenza (non c’è nulla da fare, alla fine dovremo comunque arrenderci ai meccanismi impenetrabili dei carrozzoni finanziari globali). Però questa condizione ci dà modo di vivere la città da non-turisti e comunque riusciamo a lasciarci qualche tempo libero per visitare quello che ci sembra il mercado de las pulgas più bello del Sudamerica, traboccante di artesanías colorate e creatività rara, nel quartiere Guemes – dove c’è anche il simpatico “La Nieta” con la sua ottima cucina e l’ancora migliore terrazzino (e graditissimo complemento di limoncello, nientemeno). Alla fine però a queste temperature le nostre gambe non reggono più di qualche cuadra e un bel mattino ci sembra giusto prendere una tregua dalla torrida aria urbana verso qualche gita fuori porta.

gironzolando per il mercatino a Guemes

Dalla stazione “Mercado Sur” (ah è qui? sembrava il piano interrato di un supermercato…) parte un minibus verso Villa Carlos Paz, che ci attira poco a parte un hotel con le cupole a forma di quelle del Cremlino e una descrizione della carina costanera lacustre che leggiamo sulla Lonely Planet; scendiamo invece poco più avanti, a Cuesta Blanca (forse), e non perdiamo tempo per smarrirci tra le stadine sterrate nel bosco. Dopo qualche giro e qualche rigiro imbocchiamo… un piccolo almacén dove riusciamo a tamponare l’improvviso ma potente buco allo stomaco, e finalmente riusciamo a farci indicare il giusto sentiero verso la spiaggetta sul fiume: innumerevoli famigliole più o meno adorne di grassi affollano le poco meno innumerevoli parrillas in fila, l’acqua ha un colore sull’arancione e non è molto alta, ma sembra pulita e non è affatto fredda. Troviamo un posticino tra gli alberi e i massi e finalmente! sguazzare nella corrente è un piacere che ci godiamo fino al tramonto.

Nel rio a Cuesta Blanca ci sono anche degli strani trichechi.

Rientro in città, cenetta e vinello, e al mattino dopo altro minibus verso La Pantilla, da dove parte il sentiero per la Quebrada del Condorito. Veniamo scaricati da soli nel mezzo del nulla sotto il sole a picco delle Sierras Centrales: lo sguardo spazia sull’ampio paesaggio lungo la cima delle alture paglierine e non c’è nemmeno un albero in vista, però il vento aiuta parecchio. Ci incamminiamo nel silenzio attraverso praterie di rocce e colline e in un paio d’ore di sentierino bello e facile siamo al Balcon Norte sulla quebrada, a perderci nel volo ipnotico dei maestosi condor e a intuire l’importanza che aveva e ha per gli sciamani: l’alchimia segreta dello sguardo che scorre con loro lungo i dirupi della valle, verso un luogo dove il tempo muore e le distanze si annullano, in perfetta sintonia con la natura e i suoi infiniti linguaggi fatti di armoniche intersezioni che creano la ‘magia dei luoghi’ – e noi la viviamo e la respiriamo a pieni polmoni – mentre lasciamo il nostro spirito librarsi alto e volteggiare dominando le correnti della vita come fanno i condor nell’aria con le loro ali spiegate (Susiii… scendi?). Pare questo sia un posto d’elezione dove i condor-papà e condor-mamma insegnano ai propri piccoli a volare… a noi invece non resta che cercare di carpire qualche insegnamento dai libri di Castaneda o di Gougaud.

Decisamente un bel pomeriggio alla scoperta della vita selvaggia di queste ultime propaggini orientali delle Ande. Però il fatto che abbiamo scritto i nostri nomi nel registro del centro visitatori (che al nostro ritorno è deserto e sbarrato) non basta a calmare l’ansia quando torniamo sullo stradone ad attendere un bus qualunque che ci riporti a Córdoba: isolati come siamo, non possiamo far altro che ammirare il rosso delle nuvole al tramonto e lo straordinario silenzio della sierra (una sensazione non più tanto comune, dopo le nostre ultime settimane urbane) mentre il buio prende il sopravvento e dopo 20 minuti dall’orario previsto il nostro bus ancora non si vede. Il freddo è arrivato tagliente e improvviso e un autista che non era il nostro ci ha raccontato di tanta gente rimasta qui all’addiaccio per la notte, aumentando le preoccupazioni; ma è solo questione di qualche decina di minuti, ecco i fari della carretta che si ferma per prenderci su, e non più tardi delle 9.30 siamo di nuovo sereni a casuccia a prepararci la consueta meritata cenetta.

in attesa del bus (e del buio)

Già che ci siamo, non ci sembrava il caso di trascurare il luogo di formazione giovanile del Che, ed eccoci ad Alta Gracia, amena cittadina di montagna dal clima mite e i verdi parchi, per un tuffo di 4 secoli nel passato giocando a nascondino per gli stanzoni e i cortili della bellissima estancia gesuitica (con tanto di arredi d’epoca, diga originale in terra battuta, e mulino in legno). Invece il Museo di Che Guevara, dentro Villa Nydia cioè la casa dove egli ha trascorso l’adolescenza con la famiglia, lo boicottiamo perché in barba a tutti gli aneliti di uguaglianza l’ingresso per gli stranieri costa ben $75 contro i 15 che costa per gli argentini… e no, a queste discriminazioni noi non ci stiamo e cerchiamo di smaltire l’ingiustizia snocciolando pensieri e riflessioni lungo la strada che conduce i pellegrini dritti dritti al Santuario della Madonna di Fatima, dove assistiamo di persona perplessi e ispirati e pervasi da spirituali interrogativi, a quello che viene definito un miracolo (si tratta di un riflesso di luce perenne dalle sembianze della statua della Vergine che si è creato nel momento in cui la statua è stata rimossa dalla nicchia sull’altare).

Spariti.

Ancora un paio di giorni a Córdoba, per approfondire un po’ di storia. In realtà ci prendiamo qualche dose di tristezza, cominciando dal Museo de la Memória, che occupa una vecchia sede della D2 che era una sezione della polizia segreta argentina famosa per i suoi modi terroristici. L’edificio e gran parte degli intonaci sono rimasti esattamente com’erano negli anni della dittatura, quando ci venivano rinchiusi (e chissà come interrogati e torturati) dissidenti e ribaldi (o ritenuti potenziali tali); e persino dagli occhi e dalla viva voce del custode, che ne è stato vittima e testimone, percepiamo un po’ come doveva essere la vita allora. Anche l’esposizione su Nelson Kirchner ci mette un po’ di malinconia, mostrando quanto un rappresentante delle istituzioni possa essere amato dal suo popolo se svolge il suo lavoro con onestà, umiltà e senso del dovere; troviamo una raccolta di audio, foto e video sull’ex presidente argentino nella cappella sconsacrata del complesso detto “Paseo del Buen Pastor”, altro bell’esempio di spazio architettonico classico ma modernissimo con vista sulla Iglesia de Los Capuchinos (quella con una guglia mancante), e pieno di opere e mostre d’arte e strane fontane e prati e bar di tendenza. Noi però per i fine serata preferiamo il più popolare cortile colorato della birreria “Los Infernales”, a Guemes, oppure anche un film coreano al cineclub municipale, tanto per partecipare un po’ alla intensa vita culturale cordobés prima di partire per la campagna: ci aspetta qualche giornata nelle Sierras…

Altre foto: qui

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