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Dalle sponde peruviane al cuore ecuadoregno

panorama di Màncora dal Kon Tiki

Màncora

Sbarcati a Màncora nel caldo torrido del mattino inoltrato con un sacco di voglia di qualche giorno di mare, ci lasciamo accogliere dal mototaxi di Jorge che ci scorrazza e ci sollazza fino in cima all’altura che domina questa piccola striscia di costruzioni lungo la costa settentrionale del Perù.

Jorge ci porta…

Eccolo qui proprio sul cocuzzolo il Kon Tiki, la posada che sarà nostra dimora, ed è deliziosa (il proprietario, manco a dirlo, è svizzero).

eccola lassù la nostra casetta!

La stanzetta tutta nostra, con bellissimi mobili in bambù e muri di pietra, è ampia, spoglia e caldissima, dài scendiamo subito al mare!

bella la mobilia in bambù

Uh già, è oceano questo… be’ allora il modo giusto di goderselo sono le lunghe passeggiate in spiaggia, ma non ci spingiamo troppo in là forse suggestionati dai vigilantes che ci esortano a non allontanarci troppo per evitare rischi – è bassa stagione e non c’è grande affollamento.

anzi, diciamo che è quasi deserto…

Di persone, si intende, perché di pellicani invece è pieno: pellicani fermi a contemplare il mare con il becco rivolto all’orizzonte, pellicani con lo sguardo spento che si trascinano goffi sulla battigia, pellicani moribondi, e cadaveri di pellicani…

malinconia pellicanica

Nell’attesa di capire il mistero di questa malinconia pellicanica, noi siamo ben felici di zigzagare tra le capanne, i chioschi e la vegetazione lussureggiante di Màncora, e di scoprire che la buona cultura culinaria peruviana non si smentisce affatto nemmeno qui sulla costa.

suzi’n’giro @ pacific ocean!

Proviamo una fritturina mista (la chiamano chicharròn e la fanno di qualunque tipo di carne, pesce, molluschi o… di frutta): è buonissima! E in questo localino sulla Panamericana, dove una ragazza sorridente ci serve un granizado di maracuyà e mango, tutte quelle che abbiamo provato sin’ora vengono declassate in un istante a insapori e banali “granite”. Ci divertiremo un bel po’, in questi giorni, a scoprire qual è l’abbinamento di frutta migliore.

bellezze e bontà peruviane

Per cena scegliamo il Chan Chan, un bellissimo edificio fatto di mattoni di adobe rifinito e tondeggiante – ma non lo ricorderemo tanto per la cucina quanto per la piacevole brezza all’interno, per la musica carina e per l’enorme voliera con gli straordinari pappagalli. Terminiamo con uno strepitoso succo di lùcuma e mango e un pezzo di tarta de chocolate all’ottimo Angela’s Place prima di tornare arrampicandoci sulla collina al gazebo del Kon Tiki, che è un ottimo posto per descansar e godersi il panorama.

ecco l’amico Chris nel suo ufficio (invidia)

C’è anche Chris, che viene dall’Oregon, e passa gran parte dei suoi giorni qui all’ombra e al venticello che arriva dall’oceano lavorando al suo pc: ci racconta che l’impresa californiana per cui lavora (settore impianti solari) gli ha consentito un lungo periodo di telelavoro e così… è proprio il caso di inviare un cv anche noi, hai visto mai.

quali porte ci si schiuderanno?

Infatti questo è per noi periodo di riflessioni sul futuro e sulla nostra condizione. Fermarsi?… a Màncora?… mah, per un po’, perché no, qui sotto la superficie fiorita colorata e piacevole c’è tanto da lavorare, moltissimo da migliorare, però è come con i mix di frutta, non sappiamo deciderci e la rotta ci chiama: “Orillas del Mar” è il nome della compagnia del bus, 8 ore il tempo di viaggio, Cuenca la destinazione, in Ecuador.

…casa.

Il trasferimento è un po’ improvvisato, l’affabilità e la precisione nella comunicazione non sono le doti principali da queste parti anche se, non si sa come, tutto sommato il sistema funziona. Ci spadellano ben bene da una parte all’altra attraverso la frontiera senza che autisti, cobradores e funzionari ci diano modo di capire granché a bordo dei torpedoni con ambizioni da Formula 1. Attraversiamo la savana e le foreste secche dell’estrema costa settentrionale peruviana che lascia spazio alla sierra ecuadoregna, verde e montagnosa come le Alpi in primavera.

sì, viaggiare

Alla fine eccoci sani e salvi a Cuenca, sono le 7 di sera e siamo partiti alle 10 di mattina, ah no quello era solo l’orario previsto. Un déjà vu, Cuenca ci ricorda la Sucre boliviana: sembra una città facile, pulita e piacevole, la approcciamo in compagnia di Philippe, viaggiatore dal Belgio.

per le vie di Cuenca

Fatti due passi per trovare un alloggio scegliamo “La Cigale”, poi ci dedichiamo ai piaceri della tavola al “Guajibamba” lieti di scoprire che anche di qua dal confine la cucina mantiene il livello a cui avevamo preso gusto: fritada di maiale, mote pillo, llapingachos (delle frittelle di patate e formaggio) con avocado e platano fritto, un seco de chivo e un fantastico canelazo (un cocktail caldo e rosa a base di succo di canna fermentato)… il viaggio ci aveva messo fame!

ari-gnam

Dedicheremo solo una giornata a Cuenca esplorando le piazze, le chiese, le vie del centro lastricate e pulite con gli eleganti edifici coloniali. E’ un posto vivibile, interessante di cultura e relativamente ricco; arriviamo fino al mercatino dei fiori e al museo Pumapungo (dove visitiamo i costumi tradizionali e un mucchio di cabezas reducidas o tsantsas nella lingua locale degli Shuar) ma poi nemmeno all’ufficio di informazioni riusciamo a trovare indicazioni convincenti sulle spiagge migliori da visitare in questa fascia dell’Ecuador. E così per dove fare il nuovo biglietto lo decidiamo solo quando, zaini in spalla, siamo già alla terminal: saltiamo tutto, anche a Puerto Lopez o Montañita sarebbero ormai troppo poche le probabilità di avvistare le balene, per cui nulla… puntiamo dritti verso Quito.

adios Cuenca!

Il bus della Santa come al solito ci dilania fra curve e tornanti, salite e discese su e giù per alture, paesi di contadini, cittadine di pietra, pascoli montani e boschi nella nebbia… e dopo innumerevoli fermate, un paio di film da dimenticare, e con le orecchie strapazzate di serenate amorose latine si arriva a Quito, dove riusciamo in qualche modo a raggiungere il Blue Hostel intorno alle 21 passate. Su sta ormai malissimo e Gi recupera, girovagando un po’ nei dintorni, un paio di quesadillas e una macedonia per cena, dopodiché… ci diamo malati.

nella plaza di Quito

E già: a parte una giornata ancora stoicamente dedicata alla doverosa esplorazione della capitale ecuadoregna, coprendo a piedi in bus o taxi le distanze enormi tra un quartiere e l’altro, passeggiando per gli antichi parchi e per il centro storico coloniale, mangiando nei ristorantini della plaza e bevendo canelazo all’animata Ronda, quel che facciamo a Quito dopo sei mesi di viaggio è rinchiuderci in ostello in questo angolino dell’animato Mariscal (il barrio della movida notturna… ma non lo sapevamo!) per metterci praticamente in mutua – qualche responsabilità sospettiamo ce l’abbia pure l’ultima insalata di aguacate del Wunderbar di Cuenca.

Quito, La Ronda

Però sappiamo approfittar bene di questa pausa. Non solo cerchiamo di prendere qualche decisione e mettere un paio di punti fermi sul futuro (che strano, in questa situazione di libertà assoluta e di normalità dell’imprevisto, scommettere così pesantemente su dove saremo e cosa faremo in precise date di là da venire), nella forma di un paio di biglietti aerei intercontinentali; ma anche onorando la Festa della Mamma (una ricorrenza molto sentita tra le società andine tradizionalmente perlopiù matriarcali) con una bella telefonatina a casa. Soprattutto però da qui riusciamo (finalmente!) a organizzare la nostra agognata visita alla vera Amazzonia: e pregustiamo con la fantasia le meraviglie del tour nella giungla, mentre salutiamo il Mariscal surrealmente deserto e silenzioso della domenica.

le scene urbane, come al solito… dolcissime o terribili

(Tutte le foto della tappa… sul nostro Flickr)

 

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